giovedì, Agosto 5

Putin davvero un orco? field_506ffb1d3dbe2

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Putin riforme

La Crimea è saldamente in mano russa e tutti si rendono conto, dichiarandolo o lasciandolo intendere, che si tratta di un dato di fatto ormai acquisito e irreversibile indipendentemente da qualsiasi riconoscimento formale o dalla sua assenza. Le contestazioni ucraine e occidentali dell’annessione continuano vivaci, ma benchè accompagnate da sanzioni non del tutto platoniche sembrano rispondere più che altro all’esigenza di salvare la faccia, mettere in mora la controparte o al massimo predisporre una carta da giocare in sede diplomatica. Una moneta di scambio, cioè, forse utile per strappare qualche concessione.

Se qualcuno però si illudeva che con la sostanziale chiusura della seconda fase della crisi ucraina si potesse passare rapidamente ad una terza fase, caratterizzata appunto dalla ricerca negoziale di accordi accettabili per tutte le parti coinvolte o interessate, l’illusione non ha tardato a rivelarsi tale. Gli allarmi e i timori che la crisi, lungi dal placarsi, possa invece ancora inasprirsi e addirittura estendersi oltre i confini dell’Ucraina, e al limite degenerare in conflitti aperti, si sono ulteriormente intensificati. E i modi e i toni in cui vengono manifestati e lanciati sono spesso tali da preoccupare ancor più dei loro contenuti, peraltro non di rado inconsistenti.

E’ di ieri, ad esempio, la denuncia da parte del comandante delle forze NATO in Europa di movimenti di truppe russe verso la Transnistria, la regione secessionista della Moldavia abitata in maggioranza da russi. Almeno per come è stata riferita dalle agenzie, la notizia suona quasi ridicola. Parla infatti di una concentrazione in corso presso il confine orientale dell’Ucraina, “parallelo” alla suddetta regione, che è però adiacente al confine occidentale del Paese e quindi distante parecchie centinaia di chilometri. Tace, invece, sul fatto ben noto che la Transnistria è già militarmente presidiata da oltre vent’anni da un forte contingente russo.

Che poi la striscia di terra ad est del fiume Dnestr rientri di peso nelle aree ora a rischio di incendio è evidente, dal momento che la principale giustificazione accampata da Mosca per riprendersi dopo 60 anni la Crimea è il dovere di proteggere connazionali in pericolo, nella fattispecie, a causa del rivolgimento avvenuto a Kiev. Cospicue minoranze russe esistono anche nelle tre repubbliche baltiche ex sovietiche, il cui trattamento da parte dei rispettivi governi dopo l’indipendenza lascia parecchio a desiderare, e le cui lamentele potrebbero alzarsi di tono dopo quanto avvenuto sulle sponde del Mar Nero.

Estonia, Lettonia e Lituania, benchè assoggettate alla Russia già sotto gli zar e anzi da ancor prima della Crimea, non hanno certo con essa quel legame anche emotivo per cui il problema si pone, soprattutto e innanzitutto, per l’intera Ucraina o almeno per le sue province orientali e meridionali. Per di più, sono coperte in modo abbastanza rassicurante dall’Alleanza atlantica, la cui temuta estensione all’Ucraina dopo il ribaltone di Kiev ha indotto Mosca più di qualsiasi altro motivo a reagire con tanta durezza.

Ma sono proprio la situazione e il clima che si riscontrano tuttora in Ucraina e riguardo all’Ucraina a permanere tesi ed oggettivamente allarmanti, al di là di quanto fanno i dirigenti di Kiev, in particolare, per accentuare tensioni ed allarmi. Comprensibilmente, se si vuole, dal loro punto di vista, ossia nello sforzo di assicurarsi la massima protezione possibile da parte dell’Occidente, che pure, a sua volta, fa presumibilmente del proprio meglio per tenerli calmi non essendo dichiaratamente in grado di garantire una protezione militare assoluta. Ovvero, in parole povere, di reagire con le armi ad un’eventuale invasione russa.

Allarmante è già di per sé la scelta del Cremlino di dare corso su due piedi all’annessione della Crimea, quando da molte parti ci si aspettava che la relativa richiesta locale, approvata per referendum, sarebbe stata, certo, salutata con incondizionato favore ma non immediatamente accolta. E’ subito svanita, così, la speranza o comunque la possibilità che la sorte definitiva della penisola diventasse oggetto di trattativa sul problema ucraino nel suo complesso, in termini ovviamente più favorevoli a Mosca grazie proprio al pegno ghermito e ora saldamente in sua mano.

Ma la consacrazione anche formale del primo successo ottenuto sul campo non sembra essere bastata al Cremlino come dimostrazione di forza ad ogni buon fine. Quest’ultima è diventata quasi un’esibizione di prepotenza e di disprezzo verso la controparte per i modi più che bruschi in cui è stata liquidata anche dopo la resa la residua e ormai impotente presenza militare ucraina in Crimea. E Mosca, poi, ha un bel proclamare che non intende invadere l’Ucraina: i movimenti di truppe russe presso i confini ci sono stati e a quanto pare continuano. La meta verso cui puntano non sarà la Transnistria o addirittura la Moldavia al di qua del Dnestr ma la concidenza con le manifestazioni filorusse e gli appelli alla “grande madre” nell’Ucraina sud-orientale non può non suscitare viva apprensione e comunque impressionare negativamente.

Si può capire perciò che imperversi più che mai in Occidente l’immagine di un Vladimir Putin che ormai avrebbe gettato definitivamente la maschera, di un nuovo orco che non contento di infierire sui residui combattenti domestici per una vera democrazia punterebbe ormai scopertamente al rilancio dell’imperialismo russo ai danni innanzitutto (ma in prospettiva non solo) degli sfortunati vicini ex sovietici o ex comunisti. Di un Putin, insomma, la cui definizione del crollo dell’URSS come massima catastrofe del nostro tempo sarebbe stata troppo prematuramente e ottimisticamente interpretata come innocua nostalgia.

Imputazioni, proteste e moniti in questa direzione travolgono senza fatica le obbiezioni di quanti, anche molto autorevolmente come Henry Kissinger e Zbigniew Brzezinski, grandi protagonisti americani dello scontro tra “mondo libero” e ”impero del male” sovietico, esortano a non ignorare le ragioni e le scusanti russe. Alle voci di questo tipo si è aggiunta una vera e propria filippica di Jack Matlock, ambasciatore degli Stati Uniti a Mosca nei fatidici anni 1987-1991 sui quali ha anche pubblicato preziose memorie e importanti riflessioni.

In un recente articolo per il Washington Post’ l’ex diplomatico americano parte dalla premessa che la guerra fredda non fu in realtà vinta dall’Occidente bensì superata per via negoziale, con reciproco vantaggio, sotto la guida di Ronald Reagan e Michail Gorbaciov. La loro intesa e collaborazione,  portata avanti da George Bush padre dopo il decesso dell’URSS e l’avvento al Cremlino di Boris Elzin, sarebbe poi cessata per colpa di Bill Clinton e George Bush figlio, che avrebbero trattato la Russia come un Paese vinto da punire e contro il quale continuare a cautelarsi.

Ciò sarebbe avvenuto in primo luogo mediante la spinta ad estendere la NATO in Europa fino ai confini russi e con altre iniziative ostili a Mosca, spinta tuttora operante con le conseguenze che sono sotto gli occhi di tutti. Ma Matlock giunge ad affermare che anche il Putin oggi così vituperato non avrebbe risparmiato, per alcuni anni, gli sforzi per mantenere malgrado tutto buoni rapporti con gli Stati Uniti, ottenendo in cambio solo una cieca ingratitudine non venuta del tutto meno neppure sotto Barack Obama.

Adesso di tutto ciò si starebbe pagando il prezzo, reso tanto più caro, sempre secondo l’ex diplomatico USA, dal fatto che il comportamento americano provocherebbe da parte russa “reazioni sproporzionate” (overreactions) tali da impedire che crisi come quella ucraina possano essere risolte con la stessa “quieta diplomazia” che servì per porre fine alla guerra fredda.

Un pessimismo, questo, che sembra finora giustificato dai fatti, tra i quali va annoverato anche il sostegno popolare che risulta confortare il cambiamento di rotta putiniano nei confronti soprattutto degli Stati Uniti. Ancora Matlock ricorda che se nel 1991 l’80% dei russi li vedeva di buon occhio la percentuale calò via via negli anni successivi. Oggi un sondaggio di fonte attendibile rivela che nel 2004 l’apprezzamento per gli USA si situava ancora al 56%, ma un anno fa era sceso al 48% e ora è precipitato al 34%.

Bastano queste cifre per condividere almeno in parte il pessimismo? Forse no. Sempre agli occhi dei russi l’Unione europea, che nonostante le sue divisioni e titubanze, non recita solo da comparsa nella crisi ucraina, è peggiorata dal 77% dei gradimenti nel 2004 ad un ancora non disastroso 45% odierno. E ad ogni buon conto il 38% dei russi attualmente favorevoli alla collaborazione con essa (contro il 10% nel caso degli Stati Uniti) risulta comunque superiore al 36% che preferisce come partners in politica estera la Cina, ufficialmente grande amica della Russia, e l’India.  

La portata della svolta di Putin e il livello di rischio che Mosca è disposta ad affrontare per portare avanti una nuova strategia, pur sempre di carattere fondamentalmente difensivo secondo le valutazioni sopra menzionate, avranno modo ben presto di essere messe alla prova. E così pure la capacità delle rispettive diplomazie di mobilitarsi costruttivamente per ritrovare la via del dialogo e dei compromessi, oltre naturalmente alla volontà politica di impegnarsi in questo senso che si vorrebbe presumere non irrimediabilmente scomparsa.

Dopotutto qualche segno promettente non manca. L’accordo tra Mosca e Berlino, ad esempio, per l’invio in Ucraina di un centinaio di osservatori dell’OSCE per controllare la situazione e gli sviluppi sul campo, dopo un’annunciata intesa sempre russo-tedesca per promuovere una riforma costituzionale nel Paese. La dichiarazione del governo di Kiev, in concomitanza con la firma della parte politica dell’accordo per l’associazione alla UE, secondo cui il governo stesso non persegue l’ammissione nell’Alleanza atlantica. Nessuno parla, inoltre, di una proposta russa, formalmente presentata a Bruxelles e a Washington, per la creazione di un gruppo di lavoro comune incaricato di predisporre un progetto di soluzione della crisi imperniata sulla federalizzazione e la neutralizzazione dell’Ucraina. La serietà della proposta, di cui molti dubitano, dovrebbe essere opportunamente comprovata dalla cessazione di atti e mosse ad effetto allarmante.

Intanto, una singolare proposta inviata a Varsavia dalla Duma prospetta l’annessione alla Polonia di cinque province dell’Ucraina occidentale. Un’estemporanea provocazione, magari mirante a distogliere l’attenzione da iniziative concrete ma meno confessabili? Oppure una rinnovata indicazione di quella che potrebbe essere per Mosca la soluzione più drastica ma anche più facile del problema, ossia la spartizione dell’Ucraina tra Est e Ovest? Varrà comunque la pena di verificare.

 

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