sabato, Aprile 10

Putin battezza la Crimea Bagno di folla per le celebrazioni dell'Armata rossa. Altri 21 morti in Ucraina

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 Putin cremlino

La Russia di Vladimir Putin celebra la vittoria contro i nazi-fascisti nella Seconda guerra mondiale e anche la conquista patriottica della Crimea. «Il 9 maggio era e rimarrà la più grande festa del Paese. La volontà di ferro del popolo sovietico ha salvato la pace sul nostro pianeta. Mosca non permetterà il tradimento dei propri eroi», ha dichiarato in piazza Rossa il capo del Cremlino, alludendo ai fatti recenti, per spostarsi poi nella Penisola sul Mar Nero, da marzo territorio russo.

Il parallelo tra il trionfo dell’Armata rossa nel 1945 e la difesa dell’Ucraina dell’Est dal «nuovo Governo fascista di Kiev» si è rivelato una formidabile arma di propaganda. Ripresi in diretta, gli 11 mila militari russi della parata della Vittoria sono stati gli attori di due narrazioni: il Presidente russo è apparso in pubblico con il fiocco arancione e nero sul petto, tradizionalmente simbolo della vittoria contro Adolf Hitler, ma nel 2014 adottato anche dai separatisti dell’Ucraina orientale in lotta contro la destra di Kiev. Gli ucraini europeisti hanno invitato a sfilare per la Liberazione con i papaveri rossi. E, a Kiev, in circa 3 mila si sono uniti ai cortei del Partito comunista e dal Partito delle Regioni del deposto Presidente Viktor Ianukovich, in ricordo dell’Armata rossa. Ma se tra i dimostranti c’erano anche alcuni filo-occidentali di EuroMaidan con il fazzoletto giallo al collo, la maggioranza era solidale a Mosca, con il fiocco nero e arancione.

In Crimea, dove Putin è atterrato in pompa magna nella base russa, nel pomeriggio decine di migliaia di sostenitori attendevano la commemorazione in piazza Himov e in viale Lenin, a Sebastopoli. «Grazie, grazie», hanno scandito al passaggio del Presidente russo e durante la marcia dei militari della flotta sul Mar Nero, mentre i caccia-bombardieri sfrecciavano in cielo. Scortato da veterani della Seconda guerra mondiale, Putin ha deposto fiori rossi al Sacrario dei caduti e proclamato: «Il ritorno della Crimea alla Russia ristabilisce la verità storica. L’anno 2014 resterà negli annali come quello in cui i popoli che vivono qui hanno deciso con fermezza di stare con la Russia, confermando la fedeltà alla memoria dei nostri padri». Per gli organizzatori, almeno in 150 mila hanno partecipato al bagno di folla del Presidente russo. «Una visita inopportuna» ha attaccato il Segretario generale della Nato Anders Fogh Rasmussen, «l’annessione della Russia è illegale e illegittima. Le autorità ucraine non hanno invitato Putin». Anche per la Casa Bianca la tappa in Crimea di Putin non farà che «esacerbare le tensioni».

La Nato ha ammonito il Cremlino a «fare un passo indietro dal baratroNon abbiamo alcuna evidenza del ritiro annuciato delle truppe russe dalla frontiera». Nell’Ucraina dell’Est, dopo le decine di vittime dei giorni scorsi si continua a morireGli scontri a fuoco tra i miliziani filorussi e l’esercito sono proseguiti nella città portuale di Mariupol, con un bilancio drammatico di almeno 21 morti (20 separatisti e un poliziotto), confermati dal Ministero dell’Interno di Kiev, e svariati feriti: tra questi, nonostante il giubbotto antiproiettile, ci sarebbe anche un reporter della tivù ‘Russia today‘. La battaglia, secondo la ricostruzione dei filorussi, sarebbe esplosa nel tentativo delle forze governative di riprendere il controllo, anche con l’impiego di blindati, del comando della polizia, in mano ai miliziani. Per il Governo ucraino l’assalto sarebbe invece stato sferrato dai separatisti. Nell’intento di fermare la guerra civile sul nascere, per il 14 maggio il Presidente ucraino Oleksandr Turcinov e il neo Premier Arseni Iatseniuk hanno indetto una «tavola rotonda di unità nazionale con tutte le forze politiche». Ma l’iniziativa diplomatica, riservata solo a «coloro che non si sono macchiati le mani di sangue» come i filorussi, appare una mossa formale per prendere tempo e non un vero negoziato politico.

L’Unione europea (UE) sta dalla parte di Kiev. «Gli Stati membri sono unanimi nel condannare la Russia, per quanto non sempre riescono a mettersi d’accordo sulle risposte», ha ribadito il Presidente della Commissione europea Josè Manuel Barroso, a Firenze per la terza e ultima giornata di The State of The Union, kermesse organizzata dall’Istituto universitario europeo di Fiesole. Presente anche l’ex Premier italiano Mario Monti, agli stati generali dell’Ue si è parlato in primo luogo di (post) recessione. Ricevuto a Palazzo Vecchio, Barroso ha descritto un’Italia, «durante la crisi dell’euro, davvero vicina all’abisso, per alcuni da mettere sotto la tutela del Fondo monetario internazionale». Invece ha reagito «rispettando le regole dell’Ue», ha ricordato il Premier ed ex sindaco di Firenze Matteo Renzi. Ma «proprio perché l’Italia le regole le rispetta, ha il diritto di chiedere con determinazione di cambiarle». Nel semestre di Presidenza europea, il Governo di Roma provvederà dunque «a riorientare l’Europa unita sui valori costitutivi della crescita e dell’occupazione». Nel manifesto di Renzi, «contro lo spread del popolismo, le forze europeiste devono alzare la testa, non solo attraverso il linguaggio del rigore, perché un’Europa più coesa e, anche nell’emergenza migranti, è l’unica soluzione».

Mentre, in Germania, la Cancelliera Angela Merkel ha accolto il Presidente francese François Hollande per discutere di Ucraina e ricordargli i parametri della Legge di Stabilità, il Premier-rottamatore è tornato a sfidare i burocrati: «La discussione del tetto del deficit sul Pil a 3% mi risulta un po’ falsa e ipocrita a livello europeo», ha chiosato contro Bruxelles.

Contro l’austerity, è intervenuto anche Alexis Tsipras, frontrunner per la Sinistra europea alle elezioni del 25 maggio. «L’Europa di oggi è ripugnante, pericolosa e deve cambiare», ha rilanciato il leader greco in un comizio ad Atene. Tsipras non ha partecipato al super-dibattito tra candidati alla Presidenza della Commissione europea in agenda a Palazzo Vecchio, nel tardo pomeriggio, tra il popolare Jean Claude Juncker, il verde Josè Bovè, il socialista Martin Schulz e il liberale Guy Verhofstadt.

Oltre il Mediterraneo, tema caldo europeo, l’Egitto è scosso da continui disordini. A due settimane dalle Presidenziali del 26 e 27 maggio, al Cairo e in tutti i centri del Paese la Fratellanza musulmana protesta in sostegno al deposto Presidente Mohamed Morsi: scontri con la polizia sono esplosi nella capitale, con alcuni feriti e decine di arrestati, al termine dell’ultimo venerdì di preghiera .
In Nigeria, è ancora buio fitto sulle 200 studentesse rapite come schiave dai fondamentalisti islamici di Boko Haram. Una squadra di esperti americani è arrivata sul posto, per aiutare il Governo: l’intelligence Usa è convinta che le ragazze siano state «divise in piccoli gruppi», rendendo le ricerche difficili.

Turbolenze si registrano infine anche Oltreoceano, in Venezuela, con un altro agente morto per un colpo di arma da fuoco durante le manifestazioni. Le rivolte, mai sopite, si sono riacutizzate dopo lo sgombero degli accampamenti illegali del Movimento studentesco a Caracas. Fermati altri 200 giovani, nuove barricate e nuove vittime. Da febbraio il bilancio è di almeno 41 morti e 700 feriti nel Paese.

 

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