mercoledì, Agosto 4

Puntiamo sulla cultura per difendere i diritti umani

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Secondo lei professore, dando un po’ uno sguardo alla classe politica che ci governa o che sta all’opposizione, perché non avviene quello che tanti ci chiedono e che chiede soprattutto un pezzo importante della società italiana?

Io sento usare molto poco da parte di molti il linguaggio dei diritti umani. Mettiamola così in senso letterale. Significa dunque che c’è una carenza d’informazione di base perché non voglio pensare malignamente a cattiva volontà e via dicendo. In realtà si tratta di un tema che non è nella testa di buona parte della classe politica italiana e nel loro vocabolario. Il vocabolario dei diritti umani non c’è nella cultura di tanti. Per esempio si sta parlando tanto in questo periodo, almeno in alte sfere governative, di cultura, di come fare cultura e come svilupparla. Ma è al centro di una cultura che io ritengo debba essere umanistica che possono trovare spazio i diritti umani. Che arrivi a sostenere la richiesta che viene dalla base per attivare questa materia con relativo monte ore di didattica su ‘Diritti umani e Cittadinanza democratica’. Anche qui c’è stata tanta elaborazione, con tanto di documenti internazionali, ma attualmente nelle scuole in base alla legge Gelmini del 2008 c’è un insegnamento basato su un mucchietto di ore, una trentina, su ‘Cittadinanza e Costituzione’. E non come una materia o una disciplina autonoma ma come un qualche cosa, un rimasuglio nelle mani di insegnanti di buona volontà. Con questo scenario parlando di cultura io lancerei la sfida agganciata al tema dell’umanesimo integrale o dell’umanesimo plenario dove i diritti umani stanno al centro, insieme alla dignità della persona. Dando un segnale forte con un ‘motu proprio’ che vedrei lanciato direttamente dal Consiglio dei Ministri con consenso ovviamente della ministra dell’Educazione. Un ‘motu proprio’ che istituisca questa nuova materia. E quando questo tipo di sapere entra nella testa in molti casi, e noi lo vediamo qui nell’esperienza universitaria, scocca la scintilla, che come l’innamoramento è uno stato di grazia laico che dura, per il quale poi non si può fare più a meno di battersi per il rispetto della uguale dignità di tutti. Lo vediamo noi con i nostri studenti dei corsi di laurea osservando quello che succede lungo tutto la filiera, con la laurea base di tre anni, quella magistrale di due fino al dottorato di ricerca sui diritti umani. Nel 98% dei casi scatto appunto quell’innamoramento per la materia che ti cambia la vita. Quello che si dice anche in ambito religioso ‘la conversione dei cuori’. Qui ci sono delle menti che si illuminano. E’ la mente che acquisisce dati cognitivi intraprendendo un percorso di alta qualità anche morale. E questo spiega il tanto volontariato che c’è in Italia e non soltanto.

Professore, quanto i diritti umani vengono violati nella misura in cui qui in Italia arrivano tanti migranti per ragioni diverse, economiche o di guerra?

E’ un problema che riguarda tutto il mondo ma ora limitiamoci all’Europa. L’approccio di fondo quale appare è più di quantità che di qualità. Io ne piglio tot, posso ammetterne tot, come se questi esseri umani fossero dei disturbatori della quiete e della sicurezza da distribuire come dei sacchi di banane, come una merce qualsiasi insomma. Manca anche in questo caso l’approccio che prende in considerazione la dignità della persona e il rispetto della dignità umana. E questo si lega al fatto appunto che la cultura politica e istituzionale dei diritti umani non è così diffusa. Il nostro Paese probabilmente, e non voglio fare della retorica, tenuto conto delle particolari qualità di noi italiani, forse è il meno crudele nell’affrontare questo tema. Però ovviamente non ci siamo ancora. E il tema andrebbe allargato un poco: ovvero c’è il problema della cittadinanza che viene fatto per così dire esplodere ora da questi flussi migratori che non c’erano prima. Si pone insomma il problema della eguale dignità di tutte le persone. E il concetto di cittadinanza tradizionalmente inteso è un privilegio soprattutto per chi nasce figlio di…, e qui il riferimento è allo ius sanguinis. Questo concetto non tiene più, soprattutto non è coerente con il paradigma del diritto universale e dei diritti umani. E che hanno ratificato i nostri Paesi, con le convenzioni internazionali dedicate a questo tema. Per cui a questo punto il grosso problema, fatto esplodere dalle migrazioni, è come cambiare paradigma per lo statuto di cittadinanza. I vecchi parametri, prima appunto lo jus sanguinis, poi lo ius soli nazionalisticamente interpretato, vanno superati in base ad un principio più trascendente con un significato forte quale lo ius humanae dignitatis che mette appunto al centro la dignità umana. Quando ci sono poi gli arrangiamenti amministrativi bisogna recuperare certamente lo ius soli, però ripeto, non nazionalisticamente inteso, ma allargato allo spazio europeo. Quindi si pone la grossa sfida ovvero il riconoscimento della cittadinanza nei paesi membri dell’Unione Europea (Ue). Abbiamo una moneta unica, ma le discipline e le legislazioni sulle cittadinanze variano da Paese a Paese. La grossa sfida riguarderà appunto la realizzazione di una legge uniforme dell’Ue sulla cittadinanza europea unica, primaria e non secondaria. Quella di cui si parla che fa riferimento a Maastricht, è un pacchettino di diritti supplementari per chi è già cittadino di questo o quello stato. Sono tutte idee che nelle università, e non solo quelle italiane, stiamo approfondendo. E quando parliamo di queste cose troviamo reazioni molto positive, insomma troviamo adesione. E come se si riscoprisse un qualche cosa di cui c’era bisogno già.

Come reagisce lo Stato attraverso le sue varie articolazioni di fronte a problemi sociali di vario genere, sia legati all’immigrazione che a conflitti che riguardano la popolazione autoctona?

Siamo di fronte ad un quadro molto frastagliato. Nel senso che a seconda del tipo di amministrazione locale ci sono certe risposte. In alcuni casi, di fronte a problemi riguardanti l’immigrazione, ci troviamo di fronte a proposte razziste, anche se poi chi le pratica non vuole ammetterlo. Altre realtà mi sembrano invece più aperte. Io vedo che nel Mezzogiorno italiano, nonostante le forti problematiche locali, c’è maggiore apertura rispetto al Nord. Però anche nel nostro settentrione, e io faccio riferimento qui al Veneto, c’è una fortissima presenza di società civile che di ambienti religiosi che contrastano le chiusure, le ottusità xenofobe e le discriminazioni e mettono in campo il principio della solidarietà nei confronti di tutti. E si tratta comunque di problematiche che hanno anche a che fare con la sicurezza economica. C’è poi un tema che riguarda la programmazione a livello nazionale ed europeo e la mancata intesa tra i vari stati. Manca quel qualcosa di buon senso comune. Qui si che c’è un difetto abbastanza pronunciato in Italia. Noi non abbiamo la cultura dell’orizzonte lungo e del planning strategico nel senso di calcolare il rapporto costi-benefici. E si agisce così di giorno in giorno lasciando tutto alla buona volontà dei singoli. Per esempio ci sono degli ottimi prefetti qui nel Veneto, dove come ho già detto l’ambiente religioso e dell’associazionismo risponde in un certo modo. E poi però singole persone appartenenti a certi schieramenti politici vanno invece in senso opposto. Per superare questi problemi ribadisco la necessità di puntare sulla scuola. E cercate anche voi, giornalisti, con i mezzi di cui disponete, di costringere il governo ad istituire l’insegnamento come dicevo con un numero congruo di ore su ‘Diritti umani e Cittadinanza democratica’. Proprio come materia. Noi all’università lo stiamo già facendo formando migliaia di studenti con le competenze e le capacità necessarie.

 

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