giovedì, Giugno 24

Puliamo le città? Va bene ma non basta

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Voi siete presenti lungo tutto il territorio nazionale. Che interlocuzione avete con i Comuni?

Le vorrei fare questo esempio che è tratto anche dall’esperienza di questi giorni. Lei sa che lo scorso anno è entrata in vigore la legge approvata sotto il nome di Sblocca Italia. C’era un articolo di quella legge, tra l’altro una normativa discutibile per altre cose, il numero 24, sul quale abbiamo provato a lavorare anche noi di Cittadinanzattiva, che diceva proprio che i Comuni potevano consentire -e in questa parola c’è tanto da dire sul rapporto non paritario tra cittadini e istituzioni- di occuparsi di pulizia, manutenzione e abbellimento di aree pubbliche, come strade e così via. Noi siamo intervenuti in quell’articolo aggiungendo, per elevare un po’ il livello di partecipazione, una parte riguardante il riuso e il recupero dei beni pubblici inutilizzati, che rappresentano una delle più grandi aree di spreco del Paese. Caserme, reti ferroviarie, case cantoniere, aree industriali, capannoni, abitazioni… e l’elenco potrebbe continuare. Questo emendamento è stato approvato, e dunque attualmente l’articolo 24 dice che i cittadini si possono occupare di pulizia, manutenzione e abbellimento, ma anche di riuso e recupero appunto dei beni pubblici.

 

E che cosa è successo dopo questa approvazione?

Per farle capire come funziona ancora un po’ il rapporto tra istituzioni e cittadini: come è stato interpretato questo articolo 24? Quasi esclusivamente nella forma del cosiddetto baratto amministrativo -che noi stiamo cercando di ampliare- il quale prevede che un cittadino che non può pagare le tasse e fa un servizio sociale per esempio di pulizia di una strada piuttosto che di un giardino, venga esonerato dal pagamento degli oneri fiscali, o almeno di una parte di questi. Questo è il tipo di interpretazione prevalente adottata dai Comuni. A questo proposito, lo scorso fine settimana noi abbiamo organizzato un evento con alcuni Comuni dell’Umbria su questa problematica. Il regolamento che stanno scrivendo riguarda in particolare questo aspetto. Oggi firmiamo (il 15 ottobre ndr) con l’Agenzia del demanio e con l’Anci (Associazione nazionale comuni italiani) un accordo per fare in modo che di quell’articolo si possano sviluppare tutte le possibilità e non solo dunque la classica operazione di pulizia ma anche, come dicevo, il riuso e recupero di beni pubblici. Il nostro obiettivo è dunque quello di alzare il livello della partecipazione dei cittadini nella scena pubblica, perché da parte delle istituzioni c’è ancora una difficoltà nel vedere nel cittadino un interlocutore paritario, riducendone il ruolo a funzioni più esecutive. Tutto questo avviene anche in un altro ambito come quello del rispetto dell’esito referendario.

 

Diverso dal classico attivismo civico.

Sì perché quella è una forma di democrazia diretta codificata dalle leggi. Ma anche lì di solito il cittadino viene consultato, sia nella forma appunto del referendum che nella cosiddetta democrazia deliberativa, gli viene chiesto un parere, ma poi che cosa si faccia di questo parere e quanto lo si usi nelle decisioni finali lo abbiamo visto. Come è stato dimostrato nei referendum sull’acqua e come dimostrano anche molto spesso l’uso che le istituzioni fanno del parere che le persone esprimono attraverso le cosiddette consultazioni.

 

Voi siete nati nel 1978. Come è cambiata la classe politica italiana nell’approccio con i cittadini in questi decenni?

Beh non esageriamo, tante cose sono cambiate. Ora è consapevolezza comune che, senza i cittadini, comunque la si intenda, non si governa la cosa pubblica. Al principio, quando siamo nati, l’attivismo dei cittadini non era neanche percepito o era gravemente osteggiato. Ora è tempo di fare però un salto in avanti, per capire come quello di cui stiamo parlando non è solo un modo per far funzionare meglio le cose, ma è proprio un nuovo, dinamico, moderno modello di democrazia con cui tutti dobbiamo confrontarci.

 

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