martedì, Maggio 18

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Matteo Salvini propone l’aliquota unica al 15% da applicare a tutti i redditi imponibili delle persone fisiche e delle imprese. Nella rivoluzione fiscale pensata per ridurre l’evasione fiscale c’è l’intenzione di abolire gli studi di settore. E’ uno stravolgimento delle normative esistenti, capace di incentivare la popolazione a pagare le imposte, combattendo l’evasione fiscale. La proposta dell’aliquota unica non trova una giusta e corretta applicazione poiché è una norma contraria alla progressività dell’imposizione fiscale, prevista dalla Costituzione italiana. La buona intenzione di recuperare le imposte evase è un’azione giusta e lodevole ma servono leggi costituzionali. L’aliquota unica al 15% proposta da Matteo Salvini rischia di diventare soltanto un grande spot elettorale, con l’unica finalità di conquistare il consenso della gente. L’evasione fiscale è un argomento da prendere in seria considerazione e da affrontare con misure ad hoc, poiché permette di abbassare l’imposizione fiscale. E’ divenuto, con il tempo, un argomento sempre più attuale, spesso oggetto di accesi dibattiti tra i politici italiani. C’è bisogno di trovare con urgenza una soluzione adeguata, al fine di evitare il mancato gettito di denaro nelle casse dello Stato.

Con Valerio Piacentini, Dottore Commercialista e Docente di Diritto Commerciale all’Università Bocconi di Milano, vogliamo approfondire il tema dell’evasione fiscale per capire meglio come può essere adottata la proposta di Matteo Salvini relativa all’aliquota unica.

Come giudica la provocazione di Matteo Salvini?

L’aliquota unica in Italia è un vero e proprio tabù. E’ stata sempre considerata una norma non costituzionale, nella misura in cui ognuno dovrebbe pagare le imposte in funzione di quanto guadagna (non soltanto in proporzione ma con le aliquote differenziate, anche se non è scritto da nessuna parte quante aliquote debbano esserci, nè quanti siano gli scaglioni previsti).

C’è un’alternativa efficace e costituzionale per combattere l’evasione fiscale?

Sicuramente sì. Sarebbe sufficiente avere meno regole, più facili e più semplici da applicare e soprattutto da controllare. Nella situazione italiana la direzione è completamente opposta: troppe regole, difficili da applicare, difficili da controllare. Tutte le persone hanno bisogno dell’assistenza di un commercialista per capire quante imposte devono pagare, mentre sono tanti i dipendenti pubblici, con un unico triste risultato: inefficienza massima.

E’ più opportuno inserire due aliquote fiscali dividendo i redditi alti da quelli bassi?

Pensare di introdurre due aliquote ricorda la proposta avanzata da Silvio Berlusconi. Indipendentemente da chi propone soluzioni adeguate per il fisco, le aliquote sono il primo aspetto fondamentale mentre il secondo riguarda gli scaglioni di reddito nei quali si applicano. Se lo scaglione è ridicolo tutti i contribuenti sono subito sulla aliquota massima. Questo fu un trucco usato da Romano Prodi (se ricordo bene) che aumentò le tasse senza variare le aliquote, ma solo accorciando gli scaglioni.

Quali sono i provvedimenti non adottati dalla politica per assicurare un fisco più equo?

La vera equità consisterebbe nel fare pagare a tutti i cittadini le imposte previste dallo Stato perché servono per sostenere i costi di tutta la comunità.

C’è una recente proposta per limitare il contante in circolazione, mediante il pagamento con carta di credito o con il bancomat. E’ una buona strada da seguire per combattere l’evasione fiscale?

Credo che sia sicuramente un ottimo provvedimento da valutare seriamente. Occorre tenere presente che il denaro “sporco” si può spostare agevolmente quando è in contanti. Ma c’è sempre il rovescio della medaglia da analizzare con grande serietà. Perché essere eccessivamente rigidi significa perdere il business, scoraggiare gli stranieri che vengono in Italia a spendere. La forte riduzione di denaro contante quanto potrà contribuire a diminuire l’evasione fiscale? E’ fuori di ogni dubbio che mediante l’eliminazione del soldi contanti diminuisce, di conseguenza, l’ammontare della moneta “sporca”, purché i conti correnti siano analizzati con una particolare cura dagli esperti del settore fiscale. E’ utile sapere che le banche italiane, dal 2012, comunicano all’Anagrafe Tributaria la giacenza di denaro nei conti correnti, mentre prima veniva inviato soltanto il dato relativo alla loro esistenza presso gli istituti di credito italiani, senza comunicare il contenuto. Ma questo materiale cartaceo, con le informazioni sulla posizione economica e finanziaria di un cittadino, sarà veramente visionato?

 

A completare il quadro della situazione fiscale italiana, non può passare in secondo piano il gettito fiscale derivante dal lavoro degli stranieri regolari residenti in Italia. Per queste persone è difficile evadere le imposte poiché sono titolari di un contratto di lavoro, con prelievo impositivo direttamente nella busta paga. Una maggiore conoscenza fornita dai dati della contribuzione versata è contenuta nell’indagine realizzata dalla Fondazione Leone Moressa. «La componente straniera», si legge nel documento statistico, «non deve essere percepita soltanto come una spesa, ma anche come una risorsa per l’Italia. L’Irpef versata dai contribuenti nati all’estero nel 2013 ha portato alle casse dello Stato un gettito complessivo di 6,7 miliardi di euro, pari al 4,4% del totale del gettito. Sono oltre 2 milioni i contribuenti stranieri e il dato è in crescita dal 2008. Aumentano gli stranieri che pagano le tasse e diminuiscono quelli che mandano risorse in patria: nel 2013 le rimesse inviate ai Paesi di origine sono state pari a 5,5 miliardi di euro, rispetto al 2011 gli immigrati hanno inviato in patria quasi 2 miliardi di euro in meno».

 

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