martedì, Maggio 18

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Taiwan parlamento

«Questa non è la democrazia che vogliamo in Cina». Weibo, il Twitter cinese, tituba davanti al movimento ‘Occupy il Parlamento’ promosso dagli studenti taiwanesi per bloccare l’approvazione di un discusso accordo commerciale tra Pechino e Taipei. Le immagini delle proteste rimbalzate sull’internet cinese hanno spinto certuni ad accostare i fatti taiwanesi agli anni bui, quando nella Repubblica popolare imperversavano le Guardie Rosse. E’ bastato vedere alcuni ragazzi vandalizzare la targa sul Parlamento per riportare alla mente le barbarie della Rivoluzione Culturale che, parzialmente ‘riabilitata’ dopo il lungo oblio, è sempre più spesso argomento di discussione tra i cinesi giovani e meno giovani.

Ma prima brevemente i fatti: nella serata di martedì alcune centinaia di studenti hanno preso d’assedio l’edifico in cui si riunisce lo Yuan Legislativo, l’organo legislativo di cui il Partito nazionalista (Guomindang) detiene la maggioranza relativa dei seggi. Il casus belli risiede in un patto sui servizi, follow-up dell’Accordo quadro di cooperazione economica siglato con Pechino nel 2010, che stabilisce l’apertura agli investimenti taiwanesi di oltre 80 comparti del settore terziario, mentre la Repubblica di Cina dovrebbe facilitare l’ingresso di capitali taiwanesi in 64 ambiti, tra i quali il commercio, le telecomunicazioni, la sanità, la finanza e i trasporti. Ma che, stando a quanto lamenta l’opposizione taiwanese, finirebbe per penalizzare le piccole aziende e strangolare l’economia dell’isola, legata a doppio filo alla mainland da quando la presidenza è stata assunta dal nazionalista Ma Ying-jeou nel 2008. Per il Guomindang l’accordo favorirà la creazione di 12mila posti di lavoro e costituirebbe, tra le altre cose, una precondizione necessaria affinché Taiwan possa entrare a far parte della controversa Trans-Pacific Partnership, il progetto di liberalizzazione degli scambi commerciali tra Paesi aderenti sponsorizzato da Barack Obama.

Dopo aver ricevuto una prima approvazione nei giorni scorsi, il patto è ancora in attesa di una ratifica da parte del Parlamento. E qui sta il pomo della discordia, giacché secondo quanto precedentemente stabilito con l’opposizione, il Partito nazionalista si era impegnato a sottoporre l’accordo ad una revisione articolo per articolo, mentre il Guomindang avrebbe cercato di accorciare i tempi presentando l’intero pacchetto legislativo in occasione di una sessione parlamentare plenaria. Una manovra definita da molti incostituzionale e prova inconfutabile di come il Presidente stia sacrificando gli interessi nazionali pur di cementare i rapporti con Pechino, primo partner commerciale di Taipei. E’ principalmente questo mancato rispetto delle procedure ad aver suscitato l’indignazione degli studenti, poi sfociata nella richiesta dell’annullamento dell’accordo e nella convocazione di una conferenza nazionale per discutere la questione.

All’improduttività dei colloqui tra il Premier Jiang Yi-huah e Lin Fei-fan, uno dei promotori della protesta, nella serata di domenica ha fatto seguito l’occupazione del compound del Governo (lo Yuan Esecutivo) dalla quale, tuttavia, gli organizzatori di ‘Occupy Legislature’ si sono subito dissociati. Alle 19:30 ora locale centinaia di persone hanno fatto irruzione nel palazzo. Per la prima volta dall’inizio delle proteste, i poliziotti in tenuta antisommossa hanno usato la forza per riportare l’ordine nella zona, ferendo oltre 150 persone e arrestandone una sessantina. Il ‘South China Morning Post’ parla di una probabile spaccatura all’interno del movimento studentesco, che al momento vedrebbe un nucleo di militanti antigovernativi scisso dal gruppo principale ancora favorevole al dialogo con le autorità. Il Primo Ministro ha giustificato l’intervento delle forze dell’ordine (grossomodo 3000 uomini), definendo la situazione ormai ‘fuori controllo’.

Fin dai primi giorni si era fatta strada la preoccupazione che la manifestazione potesse venire adombrata dalle lotte intestine del Guomindang con Wang Jin-pyng, l’incombente Presidente dello Yuan Legislativo dal 1999, considerato una delle voci più concilianti del Partito nazionalista, apertamente osteggiato dal Presidente Ma Ying-jeou. Accusato di clientelismo, Wang era stato ufficialmente espulso dal Guomindang l’11 settembre sotto le pressioni di Ma, salvo recentemente riottenere l’incarico dopo che il tribunale distrettuale di Taipei ha ritenuto l’epurazione non valida. Proprio la piega politica assunta dalle proteste ha messo in allarme gli studenti, impensieriti dal dispiegamento fuori dal Parlamento di 30mila manifestanti mobilitati dal DPP (Democratic Progressive Party), Partito d’opposizione pro-indipendenza in rapida ascesa dopo il crollo verticale del consenso riscosso tra la popolazione dalle politiche filocinesi di Ma Ying-jeou. «Questa è una protesta degli studenti, non dei politici. Non vogliamo che qualcun’altro confonda il nostro scopo» si lamenta uno studente. Tanto più che alcuni dei simpatizzanti del DPP si sono presentati al sit-in con magliettina recante su scritti i nomi dei candidati dell’opposizione alle elezioni amministrative del prossimo autunno.

Le proteste non sono certo una rarità a Taiwan, nota per essere una delle democrazie più colorate e rumorose al mondo, con buona dose d’invidia da parte dei vicini cinesi che sotto il regime a Partito unico rischiano le manette ogni qualvolta scendono in strada per far sentire la propria voce. La stessa assemblea legislativa taiwanese ha ospitato in più occasioni risse con tanto di urla, spintone, tirate di capelli e lancio del caffè bollente. Dal canto suo, il Governo ha mostrato una certa tolleranza nei confronti dei movimenti studenteschi che a partire dal marzo 1990 hanno trainato il Paese verso un sistema liberale, raggiunto nel 1996 con le prime elezioni presidenziali democratiche dopo decenni di regime a Partito unico fascista-confuciano noto come ‘terrore bianco‘.

Eppure gli eventi di questi giorni non hanno eguali a Taiwan. Si tratta della prima occupazione dei palazzi del potere, nonché della protesta studentesca 2.0 di più ampia portata mai andata in scena sull’isola, coordinata attraverso il supporto di smartphone e messaggistica istantanea. L’istituzione del March 18 Occupation Action Commettee, racconta uno dei manifestanti al ‘South China Morning Post’, ha contribuito alla pianificazione di una strategia su come trattare con la polizia, mantenere l’ordine nell’aula occupata e interagire con i supporters. La stampa locale l’ha ribattezzata ‘la Rivoluzione dei gelsomini taiwanesi’, ma gli studenti sono più propensi a chiamarlo semplicemente ‘Movimento del Girasole‘, dove il fiore simboleggia quella luminosità e quella trasparenza di cui il Governo di Taipei manca. Una protesta che, prima dell’escalation di domenica, era stata condotta in maniera pacifica, conquistando la solidarietà di Hong Kong, la regione amministrativa speciale che, pur godendo di una certa autonomia, avverte sempre di più la presenza soffocante di Pechino nelle questioni di politica interna. Proprio la sorte toccata all’ex colonia britannica rammenta ai taiwanesi il destino in cui potrebbe incorrere la loro stessa Patria una volta abbracciato il motto ‘un Paese, due sistemi’.

Persino i leader del movimento pro-democrazia di piazza Tian’anmen, Wang Dan e Wu’er Kaixi, entrambi in esilio a Taiwan, hanno espresso il proprio supporto all’occupazione degli studenti, mentre più cauto Tao Duanfang, un altro dei sopravvissuti al massacro dell”89, ha invitato i manifestanti a fare chiarezza sui propri obiettivi. «Occorre che provino di essere in grado di costruire qualcosa prima di distruggere», afferma alla stampa locale Tao, ricordando che ai suoi tempi Wang Dan si era raccomandato che tutto procedesse con ordine. Cosa che, a suo avviso, non è avvenuta a Taipei. Da qui, come si diceva, le reazioni perplessa sull’altra sponda dello Stretto di quanti ritengono che «i problemi politici vanno risolti attraverso mezzi legali» e non con un bivacco stile Woodstock con striscioni e chitarre.

Quando si parla di coscienza civile e attivismo in Cina spesso si dimentica che i promotori di un sistema democratico di stampo occidentale, oltre la Muraglia, si contano sulle dita di una mano. Mentre la versione ufficiale di Pechino, che prevede un percorso alternativo con ‘caratteristiche cinesi’, gode ancora di un notevole certo sostegno tra la popolazione più propensa ad accettare la stabilità dello status quo all’ignoto di un ipotetico sistema multipartitico. D’altra parte, l’Occidente democratico (Stati Uniti in primis) da tempo auspica che lo sviluppo di un sistema aperto ed egualitario a Taiwan, sotto l’ombrello protettivo di Washington dai tempi della Guerra Fredda, possa ispirare un cambiamento nell’Asia Orientale e sopratutto nella Cina autoritaria.

Secondo uno studio condotto da alcuni esperti dell’Università di Stanford, Corea del Sud e Repubblica di Cina costituiscono la prova lampante di come sia possibile instaurare un sistema liberale all’interno di un contesto Confuciano, sebbene spetti alla leadership dei rispettivi Paesi il compito di «ergersi al disopra degli interessi costituiti per apportare modifiche strutturali». E’ quanto emerge in New Challenges for Maturing Democracies in Korea and Taiwan’ a cura di Gi-Wook Shin, direttore del Walter H. Shorenstein Asia-Pacific Reserach Center, e Larry Diamond, presidente del Center on Democracy, Development and the Rule of Law presso il Freeman Spogli Institute for International Studies. «Delle decine di democrazie nate nelle ultime decadi quelle di Corea del Sud e Taiwan sono le più riuscite e saranno probabilmente le più durature» afferma Diamond «eppure i cittadini sono insoddisfatti e infelici dei loro Partiti politici».

Come Nazioni industrialmente evolute, Sud Corea e Taiwan si trovano ad affrontare sfide sociali ed economiche tipiche delle democrazie mature: invecchiamento della popolazione, allargamento della forbice fra ricchi e poveri e un basso livello di fiducia politica tra i cittadini. A ciò si aggiungano le difficoltà naturali che rendono il liberalismo poco ‘adatto’ ad una società confuciana, dove famiglia, gerarchia e autoritarismo costituiscono i principi cardinali del vivere quotidiano. Nel caso dei due Paesi asiatici, Shin e Diamond ravvisano un’ulteriore sfida nella minaccia persistente di vicini dispotici alle porte di casa, sottolineando l’effetto destabilizzante in uno del rapporto conflittuale con la Corea del Nord; nell’altro della dipendenza dalla Repubblica popolare che alimenta le frizioni tra lo schieramento pro-unificazione e quello indipendentista.

Al termine delle quinte elezioni presidenziali, l’International Committee for Fair Elections assegnava a Taiwan un giudizio ambiguo; quelle del 2012 sono state definite votazioni «quasi del tutto libere, ma solo parzialmente giuste», data la presenza di una serie di ostacoli che inclinano il campo di gioco a favore del Partito nazionalista. L’agenda politica riformista verte in una fase di stallo, giacché il governo assolutista esercitato dal Guomindang tra la fine degli anni ’40 al 1987 ha lasciato ai posteri un’eredità scomoda. Sistema amministrativo, forze armate, istituzioni educative e mediatiche sono ancora largamente manipolate dal Partito nazionalista, tornato al Governo nel 2008 dopo un breve ‘interregno’ del DPP. Una condizione resa possibile da un budget che supera di gran lunga quello dei Partiti d’opposizione, grazie al sostegno economico fornito dalla comunità d’affari filocinese. Basti pensare che durante l’ultima campagna elettorale il Guomindang ha speso dieci volte quanto sborsato dal Democratic Progressive Party, aggrappato alle donazioni dei sostenitori.

Il problema risiede nell’immobilismo delle strutture politiche formali e informali, rimaste essenzialmente immutate dai tempi in cui vigeva la legge marziale. Ne è convinto il politologo finlandese Mikael Mattlin, autore di ‘Politicized Society: The Long Shadow of Taiwan’s One-Party Legacy’, il quale ha riscontrato una cultura politica acerba; dove per cultura politica s’intende la sinergia tra valori popolari e atteggiamento dei cittadini verso il potere. Un fattore, questo, che al momento renderebbe Taiwan una democrazia ancora fragile e ‘incompleta’. A quanto pare, anche agli occhi della Cina.

 

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