sabato, Maggio 15

Promuovere l'arte è un atto politico L'inventore della Collezione d'Arte contemporanea della Farnesina, Umberto Vattani, ci racconta la diplomazia culturale

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Umberto Vattani

 

Ha intuizioni turbo e capacità di networking, Umberto Vattani, l’ ‘Ambasciatore’ per antonomasia, giacché la sua carriera all’interno del nostro Ministero degli Affari Esteri (MAE) lo ha portato, unico nella storia, a ricoprire per due volte la carica di Segretario Generale, figura apicale dell’Amministrazione, sospesa solo durante la parentesi mussoliniana e reintrodotta nel 1943.

Viene da una famiglia che ha dato varie generazioni di funzionari del MAE e, dunque, è cresciuto a pane e diplomazia. Tant’è che il suo poderoso curriculum parte con una nascita a Skopje  -oggi capitale della Repubblica della Macedonia, all’epoca territorio del Regno dei Serbi, dei Croati e degli Sloveni- e con una formazione all’estero assai variegata, fra Francia, Gran Bretagna e USA, all’Università di Wesleyan (Connecticut) dove approdò grazie ad una prestigiosa borsa di studio Fulbright.

Non inseguiremo Umberto Vattani fra i numerosi traguardi conseguiti nella sua lunga carriera  -del più singolare, il bis del Segretariato Generale del MAE, abbiamo già detto -, perché il tema che tratteremo lo rende altrettanto unico.

Vattani è l’inventore di quella che, dopo che l’aveva letteralmente creata dal nulla, è stata definita ladiplomazia culturale’, strategia che, come tutti gl’innovatori, semplifica come evoluzione in ‘re ipsa’ di un approccio ‘naturale’ al dialogo internazionale, attraverso una delle eccellenze italiane, ovunque riconosciuta: l’arte e la cultura.

Noi italiani siamo gli unici a possedere la ‘macchina del tempo’. L’Italia, a differenza di qualsiasi altro Paese al mondo“, afferma incontrandomi nella sede del Circolo dei dipendenti del Ministero degli Esteri a Lungotevere dell’Acqua Acetosa, oasi cittadina immersa nel profumo dei gelsomini, “può vantare un patrimonio storico-artistico senza soluzione di continuità che si dipana per trenta secoli. A Singapore non si va indietro per più di 60 anni; negli Usa, forse 400 o poco più. Anche in Cina, la tradizione millenaria patisce l’uso di legno e terracotta, mentre i nostri antenati hanno utilizzato, per esprimersi, marmo e bronzo, che sfidano i secoli. In Italia, fra guerre, scorrerie predatorie, calate dei barbari, mai si è interrotto il cammino delle arti e della letteratura. Da noi son fiorite le Scienze politiche, con Niccolò Machiavelli e Francesco Guicciardini; le Scienze astronomiche, con Galileo Galilei; l’Architettura militare con Leonardo da Vinci, altrettanto eccelso che nelle arti figurative“.

Parliamo e nel frattempo sbircio intorno a me, nei saloni del Circolo, opere di grafica assai sofisticate e di grande fattura. Ma ci torneremo dopo.

 

Le arti figurative sono presenti ininterrottamente nel Genio italiano…
Pensiamo a Giotto. Un rozzo pastorello, tutt’un tratto, innova la pittura e l’arricchisce di un’efficacia e di un’espressività che mancavano nell’arte bizantina che, fino ad allora, aveva tenuto banco. Il nostro Paese rappresenta un eterno laboratorio artistico dove il nuovo è sempre in elaborazione. Bisogna tenere sempre presente la lezione di Michelangelo, ovvero che ogni blocco di marmo racchiude in sé qualcosa di bellissimo: basta solo liberarlo del superfluo. Sono convinto che ogni italiano, per quelli che sono i suoi talenti naturali, nasca col suo scalpello e cesello, utili a far emergere il proprio lato migliore.

Questo vale anche allorché si lavora in Diplomazia?
Senza dubbio. Non a caso si parla di Scienze Diplomatiche che sono anche un’Arte, allorché impari a giocare con valentia le tue carte, negoziando sagacemente. Il precetto di Michelangelo è trasferibile anche in questo campo. Si trattava di far emergere da una Direzione generale considerata figlia di un dio minore, ovvero quella degli Affari Culturali, il portato di un messaggio che era complementare e rafforzante quello condotto dalle consorelle Direzioni generali per gli Affari politici e per gli Affari economici. Per molto tempo, il settore culturale costituì stoltamente una specie di enclave in cui parcheggiare il personale che si considerava meno brillante. Una pura follia: per la valorizzazione che dedicai, in veste di Segretario generale, a questo fondamentale settore fu coniata l’espressione ‘diplomazia culturale’, frase oggi nota e abusata, ma, in realtà, semplicemente parte integrante dell’azione diplomatica nel suo complesso.

Come procedette a sviluppare tale approccio innovativo?
Innanzitutto, nel 1999 ideai la Collezione d’arte contemporanea del Ministero degli Esteri, inaugurando una nuova stagione di valorizzazione delle avanguardie artistiche che, nel nostro Paese così fervido d’ingegno, costituiscono la naturale evoluzione di una storia dell’arte che affonda le radici in 3mila anni. L’anno successivo, riunii i vertici dei 96 Istituti di Cultura che svolgevano la missione di diffondere il pensiero e l’espressione artistica italiane nel mondo, per indirizzarli alla diffusione di quest’immenso patrimonio, in continuo divenire, che l’Italia possiede. Il messaggio potrebbe sintetizzarsi così: ‘Il nostro Paese non è solo un immenso Museo, ma continua a saper produrre arte, si fregia di una vitalità artistica impareggiabile’. E questo vale anche nella Letteratura: ottenni che nell’empireo del Frankfurter Buchmesse, la Fiera del Libro più prestigiosa in assoluto, l’Italia fosse il Paese ospite, circostanza che valorizzò fortemente la nostra produzione letteraria e i nostri autori e editori.

Insomma, fece diventare anche l’arte e la letteratura, l’ensemble della cultura italiana una declinazione della strategia politica?
Esattamente e, per farlo, oltre a costituire il nucleo della Collezione d’arte della Farnesina, che periodicamente, grazie ad un sistema di comodati d’uso, riesce ad intercettare tutte le novità espressive che gli artisti italiani ‘partoriscono’, diffusi per il mondo opere di grandi artisti italiani. E tutto questo senza spendere una lira o un euro del contribuente italiano, bensì adoperandomi a trovare sponsor che finanziassero le iniziative: artisti, statue e quadri furono, in fondo, arruolati di diritto fra gli ambasciatori della nostra cultura.

Quali opere, in particolare?
Si tratta di opere monumentali, di grande impatto, indimenticabili. La Nereide di Emilio Greco in Carlos Place, a Londra, nella fontana che fu inaugurata nel corso della visita dell’allora Presidente della Repubblica Francesco Cossiga; la statua equestre ‘Il miracolo’ di Marino Marini, collocata a Berlino presso il Parlamento tedesco; a Bruxelles, il ‘Grande albero’ di Mario Rossello dinanzi alla Commissione europea e la statua equestre Zenith di Mimmo Paladino nell’atrio del Parlamento europeo; la ‘Grande Sfera’ di Arnaldo Pomodoro dinanzi al Palazzo di Vetro delle Nazioni Unite di New York; la ‘Doppia bifrontale’ di Pietro Consagra davanti alla sede del Parlamento europeo di Strasburgo; il ‘Colpo d’ala’ di Arnaldo Pomodoro a Los Angeles – cosa, se non un colpo d’ala nella ‘città degli angeli’? -, installato in occasione del quarantennale del Piano Marshall; ancora con Arnaldo Pomodoro volemmo plaudire alla perestrojka di Gorbaciov, portando a Mosca il Disco solare: un nuovo inizio. Col sostegno degli sponsor, ci comportammo come mecenati rinascimentali, interessati a dare lustro al messaggio di grande spessore dei nostri artisti. Lo stesso è avvenuto sotto la mia presidenza dell’ICE: quando ci fu una missione di mille imprenditori in Russia, chiesi in prestito a Cristina Acidini   -attualmente soprintendente della Soprintendenza Speciale per il Patrimonio Storico, Artistico ed Etnoantropologico e per il Polo Museale della città di Firenze-   un quadro di Tiziano che fu esposto al Museo Puskin, con una sala tutta per sé. Portavamo, insieme, il discorso economico, ma anche l’arte italiana.’

Una visione di ampio respiro.
Ne guadagnammo di apprezzamento per la nostra arte contemporanea che si rivelava agli occhi del mondo come altrettanto importante rispetto al passato. Anche la collezione viaggiò col medesimo intento. L’esposizione di 60 opere, nella Stazione Marittima di Genova appena terminata, in occasione del G8 fu assai ammirata dai capi di Stato e di Governo Bush, Chirac, Blair, e, nella sua prima partecipazione a questo consesso, Vladimir Putin. Ora son tutti fieri, al MAE, della nostra collezione; eppure, quando la istituimmo non mancarono le critiche di chi aveva studiato, ai suoi tempi una storia dell’arte ferma ad Ottone Rosai e a Segantini e si trovava destabilizzato di fronte alle opere di Afro, Penone, Basaldella, Balla, D’Orazio, Burri, Clemente, Paladino. Un vero shock, ad esempio, suscitò Jannis Kounellis con la sua installazione ‘Sacchi di carbone su travi in ferro’. Sì, facemmo la rivoluzione; ma una rivoluzione che era anche rinascita per gl’Istituti di cultura che vi trovarono una nuova ragion d’essere.

Come nasce il suo amore per l’arte contemporanea?
Con i miei fratelli e mia sorella, lo dobbiamo a nostro padre. Da bambini, lo accompagnavamo non solo per musei, ma grazie alla sua passione per tutte le arti, ci faceva conoscere personalmente molti artisti e personaggi di spicco del mondo creativo. Sin da piccoli, acquisimmo una familiarità con grandi nomi e nostro padre ci spingeva a studiare, ad approfondire: mai una vacanza di tre mesi in ozio al mare. E, quando ci trovavamo al cospetto di qualche famosa opera d’arte, come ad esempio il Davide di Donatello, lui ce ne spiegava la genesi e i significati sottesi. Il Davide, infatti, – non sono in tanti a saperlo, al di fuori della ristretta cerchia degli studiosi – rappresenta un vero e proprio atto politico, giacché rappresenta la ‘piccola’ Firenze che fronteggia Carlo VIII e lo doma come Davide affrontò Golia. Forse da lì, da quella metabolizzazione del messaggio artistico, sono germinati i semi del mio impegno affinché l’arte italiana, diffusa nel mondo, costituisse un vero atto politico. Dunque, non un ruolo di semplice decoratività, bensì un messaggio forte e chiaro.

Bellissime queste incisioni che ci circondano. Suppongo che anch’esse s’intreccino in questo discorso di ampio respiro.
Suppone bene. Gli italiani sono i migliori incisori al mondo. Certo, l’arte tipografica risale a Gutenberg, ma chi la emancipò dalla mera imitazione degli scritti degli amanuensi furono gli italiani Aldo Manuzio e Giambattista Bodoni. E gli attuali incisori sono i loro eredi: ad esempio, Walter Rossi. L’arte italiana è anche questa.

Ha anche lei una sua collezione personale, dei pezzi particolarmente cari?
Per la maggior parte mi sono pervenuti da uno zio, il Conte Lamberti, che era un grande collezionista. Vi ho aggiunto pochissime cose, di artisti-amici che ammiro. Non credo nelle graduatorie mercantili che nascono dalla sinergia fra case d’asta e grandi collezionisti. Il tallone d’Achille dell’arte italiana viene dalla mancanza di un forte mercato nazionale o di riviste che abbiano allargato la loro notorietà anche all’estero. Per supplirvi, ho creato dieci anni fa il Premio New York, in collaborazione con l’Italian Academy, a cui partecipano ogni anno 3 – 4 artisti italiani non storicizzati. Trascorrono nella città che è il più vivace palcoscenico d’arte contemporanea un semestre, per prendere contatti con gallerie e musei, facendo nascere intrecci fecondi. Poiché è fortemente emergente il mercato cinese, sto cercando di sviluppare la medesima strategia a Shanghai. Quale Presidente della Venice International University, consorzio di 15 Università da tutto il mondo, ho coinvolto la Tongji, che è nostra socia in uno scambio culturale fra artisti italiani e cinesi. Questi ultimi vengono a Venezia come un tempo Michelangelo o Raffaello si spostarono a Roma. In fondo, la macchina del tempo si replica pure così.

 

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