lunedì, Settembre 27

‘Progetto Paese’ per rilanciare l’economia field_506ffb1d3dbe2

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Promesse, progetti, piani di riforme diversi urlati a gran voce durante le campagne elettorali ma mai realizzati concretamente. Il tema del rilancio economico dell’Italia è al centro di gran parte delle discussioni politiche, economiche e sociali, ma ancora non è chiaro quale sia la strada da seguire per uscire da una crisi economica che ha messo e mette ancora a dura prova l’economia e l’equilibrio sociale del nostro Paese. L’instabilità di Governo, che ha caratterizzato la politica italiana dell’ultimo decennio, non ha sicuramente favorito l’evolversi di un piano di rilancio economico che andasse incontro alle difficoltà delle piccole e medie imprese, cuore pulsante della nostra economia, dei disoccupati, dei precari e dell’intero tessuto socio-economico italiano.

I dati sulla disoccupazione rimangono ancora allarmanti, tanto da classificarci come i terzi peggiori d’Europa, con un tasso di disoccupazione giovanile al 40%, preceduti solo da Spagna e Grecia. Ci sono quasi 671 mila giovani in cerca di lavoro e, rispetto al dicembre 2012, il numero di occupati è calato di quasi mezzo milione. A questo scenario si aggiunge quello delle piccole e medie imprese che non riescono a produrre spesso per mancanza di finanziamenti dagli istituti di credito, potendo fornire minori garanzie ed essendo legati ai ritardi di pagamento da parte della pubblica amministrazione. Questo fa si che ci sia meno produttività e quindi minore bisogno di manodopera, andando ad aggravare la situazione giù drammatica della disoccupazione in Italia. Di conseguenza, il mercato si indebolisce, perché può contare sempre meno su consumatori attivi. Non lavorando o lavorando poco, il reddito si riduce e anche il potere d’acquisto, portando a minori consumi e quindi a una riduzione del ciclo economico.

È come se l’economia italiana fosse un motore ingolfato, che nessuno riesce a mettere in moto e a far ripartire. I provvedimenti da prendere sembrano essere chiari a tutti, ma ancora non sono stati messi in pratica. Come spiega Pietro Paganini, professore aggiunto presso il Dipartimento di Business Administration “John Cabot University” e presidente di Competere.EU, in un suo editoriale su Laprealpina.it, occorre pensare a «riduzione del debito, riduzione del cuneo fiscale e riforma del lavoro, riforma della pubblica amministrazione, della giustizia, della scuola, delle professioni, del fisco e così via. Tutte queste riforme urgenti dovrebbero consentire alle nostre imprese di respirare, alla nostra economia di tornare a crescere e a noi di ricominciare a spendere». Ma le riforme da sole non bastano a garantire il rilancio economico del Paese. Come spiega Pietro Paganini nel suo editoriale «le riforme servono a ridare ossigeno e speranza al nostro Paese; servono a modernizzarlo e renderlo competitivo. Tuttavia, se vogliamo passare dalla competitività alla leadership, cioè a diventare una delle regioni guida, ci serve di più, come hanno fatto americani e inglesi. Dobbiamo avere un piano industriale, un piano di sviluppo che spiegando la complessità degli scenari attuali ci chiarisca cosa vogliamo essere tra vent’anni e come vogliamo arrivarci».

Per dare un input a questo percorso arriva il “Progetto Paese” pensato da Competere.Eu, un team di esperti sulle politiche di sviluppo sostenibile. Il progetto consiste in una piattaforma tematica alla quale lavoreranno 20 esperti coinvolti nel rilancio dell’economia italiana, con l’intento di elaborare e implementare politiche a sostegno dell’innovazione con l’obiettivo di favorire la crescita economica e l’armonia sociale.

Il presidente di Competere.Eu, Pietro Paganini, racconta il progetto e le direttrici che l’economia italiana dovrebbe assumere per far ripartire il motore.

 

Dottor Paganini, che cosa è Progetto Paese e come nasce?

Il Progetto è il tentativo coraggioso di proporre e di elaborare una serie di proposte, facilmente implementabili, che permetterebbero di favorire il processo di rilancio economico del Paese, partendo dalla creazione di una maggiore efficienza per la pubblica amministrazione, ma anche dal creare  condizioni ottimali per il mercato in modo da garantire alle imprese di avere maggiore prosperità e poter fornire maggiori garanzie per lavoratori. Quello che vogliamo proporre sono politiche concrete per l’innovazione. Una serie di proposte che i nostri fellow daranno in ambiti molto diversi tra loro. Uno di questi è, ad esempio, il digital office, che dovrebbe essere adottato da tutte le imprese anche da quelle piccole. Quello che noi proponiamo ha poco a che fare con le grandi riforme, perché siamo convinti che l’innovazione dipende anche dalle piccole azioni di governance locale e aziendale. Innovazione e cambiamento devono avvenire a tutti i livelli.

A chi sono rivolte le vostre proposte?

A 360 gradi. Si tratta, infatti, di proposte che vanno verso le istituzioni, il Parlamento, i Ministeri e tutti coloro che hanno potere legislativo ed esecutivo, ma vanno anche rivolte verso il mercato. La crisi dell’Italia, infatti, non è solo politica, ma è anche la crisi di un modello di sviluppo e imprenditoriale che ormai non è più adeguato al mercato. Dobbiamo riconoscere che il modello imprenditoriale italiano, che è quello che è stato creato dopo la seconda guerra mondiale, nel mondo globale di oggi si trova in grande difficoltà. È un modello che ha bisogno di fare innovazione. Servono competenze manageriali, che purtroppo mancano, tecniche, che ci sono ma non sono abbastanza sfruttate, e la capacità di fare innovazione. Alcune aziende piccole e medie italiane dimostrano che, puntando sull’innovazione si può diventare competitivi anche sui mercati internazionali e che la strada da seguire è quella, ma serve un cambiamento sociale e politico.

Quali saranno i principali focus del progetto?

Ce ne sono diversi. In linea di principio lasciamo ampio margine di libertà ai nostri fellow. Ci sono però alcuni campi su cui puntiamo molto. Ci stiamo focalizzando, ad esempio, sul tema della difesa, non tanto per la protezione del territorio, ma perché l’industria della difesa è da sempre legata all’innovazione, non solo in campo elettronico ma anche in campo medico. L’industria della difesa contribuisce all’innovazione economica e del sistema produttivo. In questo contesto c’è un nuovo modello della cyber security su cui l’Italia e l’Europa dovrebbero focalizzarsi di più, non tanto per difendere territori ma per creare asset aziendali. Un altro tema è quello del diritto di proprietà che può essere declinato nella proprietà intellettuale, la garanzia del Made in Italy. Un tema che stiamo  già declinando negli ambiti della moda, artistico e industriale, senza però andare a discapito del mercato e della competitività. Infine, un altro tema su cui puntiamo molto è la questione del lavoro, che affrontiamo con un approccio un po’ diverso. Partiamo, infatti, dal chiederci quali saranno i lavori del futuro, e questo è un approccio che si collega alla capacità di essere innovativi e che deve prevedere un sistema scolastico in grado di preparare le nuove generazioni a una società liquida e flessibile. Il problema non è solo salvare la scuola, ma anche i contenuti e il modello didattico che andiamo a costruire.

Quali sono in linea di massima le vostre principali proposte per il rilancio economico dell’Italia?

Sul mondo del lavoro la nostra proposta è difficile da percepire perché parla del futuro. Quello che noi proponiamo è di immaginare in asset i modelli produttivi che esisteranno tra vent’anni. Un giovane oggi cambia 6-7 carriere di media, quindi incontra 6-7 ambiti lavorativi diversi. Le competenze che apprende a scuola non sono sufficienti ad affrontare queste sfide. È necessario preparare un individuo che sappia crearsi contenuti e che sia in grado di essere imprenditore, creatore e innovativo. I Paesi in cui il sistema economico ha più successo sono proprio quelli in cui c’è questo tipo di cultura aziendale. La sforzo deve venire in primo luogo dal sistema Paese.

Come nasce Competere e quale è il suo obiettivo?

Competere è una piattaforma tematica che nasce tempo fa ma si è rinnovata questo autunno con la presa di coscienza che i vecchi modelli di studio hanno poca multidisciplinarietà. Abbiamo sentito il bisogno di creare una piattaforma flessibile che sappia spostarsi da un tema all’altro, con l’obiettivo di dare risposte concrete sia dal lato istituzionale ma anche di mercato. Siamo infatti convinti che la responsabilità di questa crisi non è solo dello Stato, ma anche dell’imprenditore e del lavoratore. Quello che noi proponiamo è una società armonica in cui tutti gli attori partecipano ai processi decisionali. Dovremmo vivere in un’idea più armonica di compartecipazione, consapevoli che il conflitto di idee porta alle migliori soluzioni. Ci vuole un sistema produttivo che possa cogliere le policies date dalle istituzioni. Anche la scuola deve fare la sua parte. Al momento la scuola dà conoscenze ma non dà competenze. Ho apprezzato che il nuovo premier si sia focalizzato su questo problema, ma bisogna che dica cosa intende fare e come intende rendere la scuola competitiva e formalizzante. Il ruolo del docente, ad esempio, deve cambiare, deve diventare una guida per creare un metodo che possa dare le basi allo studente per poter affrontare le sfide che gli si presenteranno davanti.  

Che cosa manca oggi per sostenere il rilancio economico del Paese?

Manca un intervento concreto per creare, in termini di policies, un ecosistema competitivo in termini di produttività, attraverso fiscalità e un sistema di welfare più snello. La politica crea le regole e il mercato deve recepirle. Per fare una metafora calcistica, servono dei giocatori che siano consapevoli del sistema competitivo e della presenza in campo di squadre forti, e che per batterle c’è bisogno di competitività, che può essere data da un fuoriclasse o da un gioco di squadra. Noi andiamo a stimolare l’arbitro e i giocatori, perché siamo convinti che il vecchio gioco all’italiana non funziona più.

Come è cambiata l’economia globale e cosa dovrebbe fare l’Italia per adeguarsi?

L’economia globale è cambiata con l’arrivo sul mercato dei Paesi emergenti. Era inevitabile che paesi in via di sviluppo cominciassero a crescere basandosi su modelli occidentali e un po’ lo abbiamo voluto anche noi. Questi Paesi sono cresciuti attraverso una rivoluzione agricola e industriale molto veloce grazie allo sviluppo tecnologico su cui hanno potuto contare, e sulla base del labour intensive, utilizzando tecnologie più e meglio di come facciamo noi, e con una visione più a lungo termine. L’Italia, invece, ha sempre guardato dentro e a breve termine, quindi quel modello creativo ma labour intensive che ha sempre avuto, si trova oggi a competere con soggetti che sono più bravi e meno costosi. Quindi, le alternative sono due: o produci più a basso costo e meno di loro, ma è un passo indietro, oppure cerchi di creare e mettere sul mercato prodotti unici e innovativi. Per essere competitivi nel mercato globale bisogna essere gli unici nel creare e i più veloci a mettere i prodotti innovativi sul mercato internazionale. Per fare innovazione, però c’è bisogno di un ecosistema creato dalla politica ma anche  di innovatori all’interno del mercato.

 

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