Profughi siriani nei macelli canadesi

Inutile sottolineare la nostra schizofrenia: anche in tempi in cui i numeri degli animali uccisi erano infinitamente inferiori, gli uomini, gli stessi che si nutrivano senza remissione di ogni genere di animale, non ne hanno mai tanto gradito l’uccisione: non è un caso se quello del macellatore è sempre stato un lavoro destinato alle fasce più povere, ai senza diritti.
Plutarco (filosofo greco vissuto nel 1° secolo d.C.: ‘Dialogo sull’intelligenza degli animali‘) condannava caccia e macellazione in quanto fonte di insensibilità e causa di danno sociale. Tommaso Moro (umanista inglese vissuto tra il 15° e il !6° secolo) sosteneva che la macellazione dovesse essere affidata a schiavi, in quanto tali destinati ai lavori più sporchi. In India è sempre stata la classe dei paria (abolita nelle leggi, ma non nei fatti) ad occuparsene.
Oggi  le cose non sono tanto diverse: negli Stati Uniti a lavorare nei macelli sono soprattutto immigrati clandestini, molti provenienti dalla frontiera messicana, vale a dire persone in situazioni di tale emarginazione e precarietà da non potersi permettere il lusso di scegliere alcunchè, tanto meno il lavoro.
E’ in questo scenario che trova collocazione la notizia di apertura: il civilissimo Canada, Paese di grandi spazi e sviluppata cultura, come pensa di assicurare alla gente la sua bistecca quotidiana, il prosciutto  o l’agnello? Semplice: c’è sempre chi non può dire di no e l’ondata migratoria, con il suo carico di tragedie, offre la manodopera ideale, disperata, in fuga da altri massacri, impossibilitata a scegliere: i siriani. Davvero niente di nuovo sotto il sole, quando si parla di privilegi e di sottomissioni, di ingiustizie che si infiltrano dovunque.

All’interno dei mattatoi l’oscenità in atto vede sangue, disperazione, dolore e morte di esseri terrorizzati e indifesi. Come si può pensare che chi in prima persona è chiamato a esserne l’aguzzino, l’esecutore materiale, possa svolgere questo ‘lavoro’ con compostezza e garbo, lavoro che, pure regolamentato da leggi di tutela del benessere animale, prevede per gli operatori certificazioni di idoneità a stordimento, immobilizzazione, enervazione, elettrocuzione, dissanguamento? A ritmo continuo.
E’ parte integrante del clima di efferatezza l’essere, o il diventare, efferati: perché il lavoro stesso è opera cruenta e feroce, ma anche perché la psiche non può mantenersi indenne in mezzo a tutto questo e devono entrare in azioni meccanismi tali da rendere sopportabile l’insopportabile. Bisogna convincersi che quegli animali strattonati, feriti, inermi, terrorizzati non siano le vittime innocenti che in realtà sono: il pensarlo inibirebbe l’azione. Bisogna, invece, credere che siano esseri spregevoli, immondi, che meritano ciò che stanno subendo e che, quando con comportamenti di  recalcitrante ribellione o solo di disperata resistenza rendano il lavoro del macellaio più duro, debbano essere ulteriormente puniti.
Tutte le cronache dei macelli testimoniano questa verità: ovunque, non in ‘casi isolati’ o nei ‘macelli della vergogna’, vengono compiuti atti la cui nefandezza travalica la necessità dell’uccisone: gli animali vengono ulteriormente seviziati, in un crescendo di crudeltà che non conosce limiti. Per altro si tratta di lavori estremamente duri anche a livello fisico, pericolosi, sottopagati, parcellizzati: elementi tutti che concorrono alla durezza del clima, delle condizioni di vita, delle relazioni.

In  tutti i territori di violenza si riscontrano dinamiche simili, negli scenari delle guerre, nei campi di sterminio di ogni latitudine ed ideologia, nelle carceri più dure: bisogna salvare se stessi a scapito della vittima; infierire su di lei presuppone che non ci si possa fare carico della sua sofferenza, ma che, anzi, questa venga negata contestualmente alla sua svalutazione,  merita quello che le viene fatto, non vale nulla, è qui per questo e quindi ucciderla o seviziarla non può essere fonte di colpa. Il male accessorio è lì a dimostrare tutto questo e gli epiteti con cui le bestie vengono regolarmente insultate ne sono la prova verbale.
Non necessariamente entrano nei macelli uomini brutali, ma sono molti a  uscirne tali. Esattamente come non sono brutali tutti i ragazzi (e ragazzini) mandati a combattere, ma di certo la guerra non rende gentili. Il nome di My Lay, poverissimo villaggio vietnamita dove ragazzoni americani in assetto di guerra uccisero, seviziarono, bruciarono vivi piccoli uomini e donne scalzi e indifesi, è solo uno di quelli divenuti famosi in virtù di un processo dalla risonanza mondiale che ne seguì, per altro conclusosi con condanne irrisorie.
E delle violenze gratuite che ebbero come scenario Abu Graib, il ricordo è più che mai vivo.
Quanto faticoso sia per molti convivere con la quotidianità dello sfacelo lo dimostra l’alto tasso di alcolismo che si registra in molte delle comunità che vivono sui macelli, non diversamente da quanto spesso avviene in guerra, o nei ‘piani di eliminazione’ di vario genere e tempo (Gitta Sereny, ‘Dentro quelle tenebre‘, Gli Adelfi 1990,  ricorda l’abuso di alcool da parte degli incaricati ad eliminare i minorati fisici negli anni del nazismo), o nell’abuso di droghe che segna la vita di tanti veterani. Misero conforto per ogni vittima.

Insomma: l’Ombra esiste in ciascuno di noi, ci sono luoghi che la fanno esplodere, che sollecitano le nostre parti più oscure, parti che spesso sono lì semiaddormentate. I macelli sono tra questi.

Il confine tra carnefici e vittime, lo abbiamo bene imparato da Primo Levi (‘I sommersi e i salvati‘, Ludovico Einaudi 1986) , e da tanti altri dopo di lui, Philip Zimbardo in testa (‘L’effetto Lucifero‘, Raffaello Cortina Editore 2007) , è estremamente labile: se non vi è dubbio che gli animali paghino colpe mai commesse, gli esecutori che agiscono da carnefici sono  prima vittime dell’impossibilità a sottrarsi ad un compito che inevitabilmente li renderà più brutali. Di questo non possiamo non essere consapevoli e ne portiamo la colpa nella misura in cui affidiamo loro il lavoro sporco di cui siamo i pacifici e sereni  utilizzatori, sempre serenamente inconsapevoli del dietro le quinte. «Se non potete eliminare l’ingiustizia, almeno raccontatela a tutti», dice  Shirin Ebadi, premio Nobel per la pace nel 2003, riferendosi alle oscene ingiustizie che hanno luogo nella sua terra, l’Iran: tutti devono sapere, bisogna parlare, denunciare, raccontare. Se non sarà sufficiente, almeno impedirà  che il male,  con il quale conviviamo, e di cui, con i nostri comportamenti, siamo innegabilmente complici, non lasci traccia.