venerdì, Gennaio 28

Profughi, Italia virtuosa ma …

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Venendo di nuovo all’Europa, abbiamo visto anche in questo caso un continente diviso in due, segno evidente che questa unità europea è stata costruita, per usare un eufemismo, male. C’è una parte indiscutibilmente più avanzata della quale facciamo parte noi, la Germania, l’Austria, dove società civile e governi si sono mossi in un certo modo. E poi l’Europa dell’est che invece ha altri problemi, un’altra storia e non vuole sentirne parlare di accoglienza, Ungheria in testa. E poi c’è il trattato di Dublino che impedisce la libera scelta di chi arriva. Che cosa pensa di questi due aspetti?

La valutazione sull’Europa purtroppo non può che essere di grande preoccupazione perché è vero effettivamente che ci sono due Europe. Quella che si prende le sue responsabilità e l’Italia certamente fa parte di questo gruppo bene o male. Anche se forse c’è stato un senso non proporzionato alla realtà delle cose.

Parla di numeri?

Sì perché il Paese che accoglie di più in Europa è la Germania. E non solo in occasione di queste ultime vicende che hanno interessato i siriani ma anche da prima. E il Paese che aveva una maggiore percentuale di rifugiati ormai da anni, primo per l’accoglienza in Europa, era la Svezia. Quindi l’Italia è parte di un gruppo di nazioni che tenta, con qualche difficoltà, di affermare un principio di solidarietà ma non è certo la sola. Teniamo presente inoltre che fuori dal Vecchio continente la solidarietà con i profughi, anche se magari non è scelta, è molto più praticata. Abbiamo in Turchia due milioni di siriani; in Libano, dove vivono quattro milioni di abitanti, un milione e trecentomila, qualcuno dice un milione e cinquecentomila sono rifugiati siriani. In Giordania la terza città del Paese, sarebbe da dire come da noi Palermo o Napoli, è un campo profughi nei pressi di Amman dove si parla di una popolazione di 750mila rifugiati nello stesso ambito urbano. Insomma è una città di profughi. Tornando all’Europa è chiaro che il grande interrogativo è qual è la questione culturale tra questi due pezzi del Vecchio continente. Noi in Europa occidentale fino a pochi anni fa abbiamo accolto molti polacchi. E oggi la Polonia è un Paese tutto sommato in crescita e dunque potrebbe assumersi maggiori responsabilità. Anche dall’Ungheria sono stati accolti dall’Europa molti ma molti profughi quando ci fu l’invasione sovietica.

C’è quindi un problema di memoria storica?

Non per fare retro pensieri ma credo che l’entità europea si debba costruire anche a partire dalla sua storia, anche quella più recente. E non credo ci sia un futuro apprezzabile se non c’è un minimo comune denominatore etico nel nostro continente.

E su Dublino?

E’ chiaro che non va quell’accordo. Io le faccio un esempio che non è forse il più importante ma è significativo: l’Italia è forse il Paese dove sbarca il maggior numero di minori non accompagnati anche se questo dato forse oggi diventa meno attuale perché dovremmo vedere che cosa sta succedendo in Grecia. Però l’Italia è anche il Paese con il minor numero di minori non accompagnati che chiedono asilo. Vuole dire che se ne vanno via. E se ne vanno via perché hanno comunità, famiglie o parenti in altri Paesi. E spariscono perché Dublino li costringe a sparire. Questo è vero per i minori ed è vero per tanti altri. Ora quell’accordo è stato di recente modificato ampliando in modo minimale i criteri di responsabilità cercando di venire incontro al problema dei ricongiungimenti familiari. Di fronte ad un bisogno che sommava a mille, l’Europa si è orientata facendo uno virgola cinque. Dunque troppo poco. Il problema è che noi non possiamo fare piccoli passi di fronte a grandi tragedie. Adeguarsi è dunque una cosa seria.

Anche il trattato di Schengen sembra sotto scacco. A più riprese un Paese piuttosto che un altro ne dichiara la sospensione sia pure temporanea. Che cosa ne pensa?

Il problema vero mi sembra quello della responsabilità nei confronti dei profughi. Se c’è un arrivo massiccio di persone che fuggono dalla guerra e quindi in qualche modo si crea una situazione tale per la quale, come ha fatto la Germania, si ristabiliscono dei controlli alle frontiere, in un certo senso assistiamo alla sospensione di Schengen. La quale è prevista nel trattato per le situazioni eccezionali. Non è questo che ci preoccupa. Non ci preoccupa se la Germania appunto stabilisce dei controlli alla frontiera per interrompere un flusso o regolamentarlo. O se è semplicemente un segnale che la Germania lancia perché mi sembra ci sia una tendenza a lasciarla di sola. In realtà assistiamo ad una misura temporanea e nello stesso tempo ad un messaggio ad alcuni partner europei. Certo, se strutturalmente la gestione delle frontiere esterne andrà in crisi è chiaro che questo porta con sé anche la fine di Schengen.

Ed è ciò che va evitato…

Anche perché sarebbe una fine selettiva e quindi odiosa. E questo in passato è già successo. Già alla frontiera tra Italia e Francia la sospensione di Schengen era su base selettiva, a vista. Si controllava e si selezionava sulla base del colore della pelle. Questa sarebbe una sospensione inaccettabile se andasse a regime.

 

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