mercoledì, Agosto 4

Profughi, Italia virtuosa ma …

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Anche il fondatore di ‘La RepubblicaEugenio Scalfari, di solito non tenero nei confronti di Matteo Renzi, ne ha tessuto le lodi domenica scorsa parlando positivamente del suo atteggiamento e di quello del governo da lui presieduto nei riguardi del problema dell’immigrazione. ‘Sui migranti il Premier c’è‘ ha titolato il quotidiano diretto da Ezio Mauro il consueto editoriale firmato dall’ex Direttore della testata nata nel 1976. E in effetti, se paragonata a quella per esempio dei Paesi dell’Est o della Gran Bretagna, la linea di Palazzo Chigi è sembrata essere consapevole che senza solidarietà non si va da nessuna parte nell’affrontare un problema storico e non contenibile da nessun muro. Ma le cose stanno effettivamente così? Se tante persone sono state salvate nel Canale di Sicilia, e molte sono anche morte, è merito del nostro esecutivo o non sono state invece le tante associazioni che si sono prodigate, oltre ovviamente alla nostra marina, alle forze dell’ordine e via dicendo, ad aver fatto la parte del leone? Ne abbiamo parlato con il professor Paolo Morozzo della Rocca, ordinario di diritto privato presso l’università di Urbino ed esponente della Comunità di S.Egidio, oltre che esperto di problemi legati alla migrazione.

 

Professore, che cosa ha fatto di buono questo governo nei confronti del tema dell’immigrazione e che cosa deve ancora fare?

Premetto che trovo un po’ stretta la cornice del giudizio sul singolo governo. Mentre mi preoccupa invece la dimensione europea del governo delle immigrazioni. Se poi restringiamo l’osservazione su quello che poteva o non poteva fare il nostro esecutivo allora quale potrebbe essere il giudizio? Certamente l’Italia si è fatta onore nel salvataggio delle vite in mare. Da questo punto di vista però, e lo dico anche con un cenno pesante di criticità, il passaggio da Mare Nostrum ai diversi quadri di intervento che poi si sono succeduti non è stato un momento felice. Tanto che poi si è dovuto tornare più volte sui protocolli di soccorso in mare.

Fa riferimento al passaggio a Triton che prevedeva un forte ridimensionamento delle risorse a disposizione, vero professore?

Sì, che poi è stato più volte rivisto perché il salvataggio a distanza già in realtà non garantiva sufficientemente un intervento efficace. E questo poi lo abbiamo visto nei casi in cui ad arrivare primi nei soccorsi sono state a volte imbarcazioni non attrezzate e non addestrate. Con dei salvataggi non sempre andati a buon fine, non sempre arrivati in modo tempestivo. Devo dire che successivamente di questa situazione ci si è resi conto. Il giudizio complessivo è comunque quello di un Paese che si è attrezzato per salvare le vite in mare. Però le vite in mare non sono tutto.

Ovvero?

In realtà quei tanti che muoiono bisogna essere in grado di salvarli prima. Quindi la vera sfida oggi è europea a mio parere. E in questo senso noi ci attendiamo un molto di più che non sapremo che forme avrà, ma lo auspichiamo. E il problema è creare delle alternative. Io credo in particolare che bisogna ragionare sull’accoglienza anticipata. Quindi sui ‘settlements’ e i luoghi dove le persone possono andare e raccogliersi in alternativa a quel drammatico mettersi in mare in condizioni di grande pericolo. L’altro tema vero è quello di riorganizzare un flusso regolare per esempio restaurando una misura che in Italia c’era fino al 2002 anche se scarsamente utilizzata che è quella degli sponsor. Un’idea che si presterebbe molto oggi anche per rispondere a questo particolare flusso da Eritrea e Siria.

A proposito di ‘sponsorship’, crede sia possibile riprendere questa modalità con il mantenimento della Bossi-Fini e quindi anche del reato di clandestinità, cancellato un anno fa dal Parlamento ma non ancora dal governo?

Si tratta in realtà di due discorsi autonomi. Detto questo io ho una cattiva opinione del reato di immigrazione clandestina. Perché affanna inutilmente le procure, che forse potrebbero occuparsi di altro, e perché è un segnale culturale molto pesante. I clandestini non sono dei delinquenti. L’ultimo clandestino che l’Italia ha avuto come migrante si chiamava Mario Trambusti, era un panettiere ed è morto cercando di entrare clandestinamente in Francia. Se fosse arrivato probabilmente oggi avrebbe una boulangerie a Parigi. Non credo insomma che si possa fare questa equazione. Quindi sono contro questa figura di reato. Ma al di là del fatto etico mi sembra che sia un reato scioccamente configurato. Però nel momento in cui noi realizziamo dei canali di migrazione regolare chiaramente chi entra regolarmente non è un clandestino.

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