mercoledì, Luglio 28

Profughi, il dietrofont della Germania

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Il dietrofront della Germania è arrivato tardi, ma meglio tardi che mai. C’era da temere che un Paese molto poco incline a lasciare una strada dopo averla intrapresa volesse mostrare al mondo, anche contro l’evidenza, di aver ragione ad ogni costo, e non ce la facesse a riconoscere che le sue forze materiali e morali, per quanto poderose, non bastavano all’impresa.

Ancora tre giorni fa il governo di Berlino in maniera del tutto unilaterale, senza avvisare né Bruxelles, né Parigi né, soprattutto, Budapest che in questo momento si trova in prima linea sul fronte dell’immigrazione nell’UE, aveva annunciato di considerare sospeso l’accordo di Dublino che regola l’accesso nell’Unione. Lo scopo di questa mossa era di legalizzare ex post, e pro futuro, l’arrivo in Germania di migliaia di persone senza il visto. Insomma un vero colpo basso nei confronti dell’Ungheria che, nel rispetto di quell’accordo, intendeva registrare l’identità dei profughi prima di dare loro il via libera nell’Unione, cioè, di fatto, verso la Germania.

Ancora due giorni fa, il ministro degli esteri tedesco Steinmeier, prendendo parte a un vertice del gruppo di Visegrad che raduna quattro Paesi dell’est europeo (Repubblica Ceca, Polonia, Slovacchia, Ungheria) aveva di nuovo evidenziato con insofferenza la scarsa solidarietà europeista di questi ultimi per il loro rifiuto del principio delle quote obbligatorie da stabilirsi da parte Bruxelles. Aveva insomma loro impartito, secondo l’impressione di osservatori centro-orientali, l’ennesima lezione. Ed ecco che a poche ore dalla improvvisa decisione di sospendere l’accordo di Dublino e dell’impegnativo discorso di Steinmeier a Praga, che ribadivano la linea di massima apertura agli immigrati, la Germania ha chiuso le sue frontiere ai treni che vengono dal sud-est europeo e reintrodotto i controlli aboliti con Schengen. Di nuovo senza preavviso agli alleati e unilateralmente.

L’abbandono di un’impresa generosa e per molti aspetti ammirevole ma irrealizzabile è da considerarsi una decisione ragionevole. Ma certo non resterà, sul piano politico senza conseguenze. In primo luogo ne esce molto ridimensionata la fiducia nella capacità della Germania di diventare per davvero il leader anche politico dell’Unione. Per settimane Berlino ha ammonito i partners europei a seguirla in una politica dagli esiti incerti sull’immigrazione e adesso non solo deve costatare di essere rimasta pressoché isolata ma anche di avere giocato all’apprendista stregone. Più i dirigenti tedeschi rincorrevano la realtà, più questa era destinata a sfuggire loro di mano. Dai ‘500.000 all’anno per molti anni’ del vice Cancelliere Gabriel, agli ‘800.000’ del Ministro degli interni De Maziere, all’ormai famoso ‘ce la faremo’ della stessa Merkel sono stati coniati e messi in circolazione slogan che avevano precisamente l’effetto di rendere qualsiasi cifra insufficiente, qualsiasi disponibilità inferiore al bisogno. Tanto più che quegli slogan (che nessun giornalista si sentiva di testare semplicemente chiedendo: e come sarà possibile?) si sovrapponevano ai selfies di coloro che scendevano, senza documenti in regola, nelle stazioni tedesche fra ali di folla che applaudivano e distribuivano doni.

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