domenica, Maggio 16

Profughi, i Paesi dell'Est facciano la propria parte field_506ffbaa4a8d4

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Con ogni mezzo, in ogni modo, attraverso qualsiasi se pur piccolo varco, ogni giorno migliaia di persone attraversano i confini dell’Europa orientale per cercare fortuna lontano da guerre e povertà. Più che in Europa i profughi, se a tutti può estendersi questo termine, vogliono arrivare in Germania, dove li attendono la speranza di un lavoro e servizi sociali efficienti, ma per arrivarci devono passare dall’Est. Così le rotte si moltiplicano, spingendo Bruxelles a prendere decisioni importanti. Peccato che proprio a Oriente la maggior parte degli Stati stia sempre più chiudendo le porte.

Quali strumenti ha l’Europa per indurre i governi orientali a fare la propria parte? Quali diritti hanno i profughi rispetto a questi Stati, e quali norme e/o strumenti giuridici sono azionabili in sede comunitaria nei confronti dei Paesi refrattari? “Bisogna innanzitutto distinguere tra ‘migrante’ e ‘rifugiato”, spiega Francesco Costamagna, docente di Diritto dell’Unione Europea all’Università di Torino ed esperto dei fenomeni migratori, “col primo termine si intende una persona che si sposta da un luogo ad un altro per ragioni meramente economiche; per costoro non esiste nessun obbligo di accoglienza da parte degli Stati. Il secondo ha invece una definizione giuridica ben precisa contenuta nella Convenzione di Ginevra del 1951, secondo cui il rifugiato è quel soggetto fugge o espulso dal proprio Paese perché in fuga dalla guerra o a causa di discriminazioni politiche, religiose o razziali. Chi scappa dalla Siria, ad esempio, rientra evidentemente nella categoria dei rifugiati”.

Lo status di rifugiato pone in capo ai vari Stati un obbligo cosiddetto di ‘non respingimento’, a cui corrisponde, per il singolo, il diritto a non essere respinto: “Giuridicamente, il soggetto può far valere questo diritto davanti alla Corte Europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo (che non è organo dell’Unione Europea bensì del Consiglio d’Europa, ndr), la quale ha espresso più volte la sua condanna nei confronti di vari Stati per violazione di questo principio. Alla Cedu possono ricorrere i singoli individui. Esiste anche una procedura riservata agli Stati, qualora ritengano che un altro Paese stia commettendo tali violazioni, anche se non viene quasi mai praticata per ragioni di opportunità politiche.” Di fatto, prosegue Costamagna, è difficile per un soggetto assicurarsi una tutela legale di fronte alla Cedu a causa dei costi e della mancata conoscenza delle procedure. Inoltre: “In caso di sentenza, all’individuo spetta di solito un risarcimento di qualche migliaia di euro, comunque irrisorio rispetto al danno generalmente subito in queste situazioni”.

Costamagna sottolinea però che la determinazione dello status di rifugiato è individuale e non riferibile allo Stato di provenienza: “Determinare un rischio di persecuzione che giustifichi la concessione dell’asilo sulla base del contesto generale di uno Stato – ad esempio, riconoscere automaticamente asilo ad un siriano per il solo presupposto che in Siria imperversa una guerra civile – è sbagliato. Un conto è il caso di un cittadino che fugge da un Paese dove non gode delle più elementari libertà civili, un altro è quello di un appartenente all’élite di potere in quel Paese, che evidentemente non è perseguitato da nessuno. La situazione di partenza di un soggetto può insomma essere profondamente diversa da quello di un altro”.

A inizio settembre si era parlato di una penalizzazione dell 0,02% del PIL a carico di quei Paesi che rinunciano ad ospitare i profughi, ma in concreto, quali vie sono percorribili per indurre i Paesi a collaborare alla gestione dell’accoglienza? “In realtà gli strumenti di pressione sono molti e attengono più che altro alle dinamiche politiche. Ad esempio, l’emergenza profughi in Grecia era inevitabilmente collegata ai negoziati sul terzo piano di aiuti finanziari ad Atene. Anche nel caso dell’Ungheria, prima o poi una moneta di scambio verrà fuori. I diversi tavoli negoziali sono sempre collegati”.

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