sabato, Settembre 18

Professione telefonista Come il call center ci ha incastrati. Più che il lavoro del futuro è il futuro del lavoro

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20140618

Ci dicevano che sarebbe stata praticamente una manna per studenti e per chi, forse per colpa della crisi, avrebbe fatto fatica a sbarcare il lunario. Ci avevano detto che sarebbe stato il lavoro temporaneo per eccellenza, quello a cui guardare in vista di tempi migliori o durante, appunto, i lunghi anni di studio, così da non pesare sulle spalle di mamma e papà.

Un lavoro duro, certo, quello di telefonista in un call center: stressante per il numero di telefonate, stressante soprattutto perché dall’altra parte della cornetta spesso c’è una persona arrabbiata che non sente l’inibizione del “faccia a faccia” e si sente legittimata a sparare a zero. Purtuttavia un lavoro temporaneo. Ce lo raccontava anche il regista Paolo Virzì nella pellicola con Sabrina Ferilli, “tutta la vita davanti“, quanto può essere dura la vita in un call center. Di quanto può essere dura, in sostanza, la vita di una “generazione mille euro” in attesa di riscatto e di tempi migliori.

Solo che il tempo ha dimostrato che quella del call center è una realtà che ti fagocita. Chi è entrato in un call center lo ha fatto appunto per mantenersi gli studi, come lavoro temporaneo in attesa di un impiego “vero”, ma spesso ne è rimasto invischiato e ora, con quel lavoro temporaneo, ci deve mantenere una famiglia. Più che il lavoro del futuro, il call center, il lavoro che garantisce una flessibilità di fondo ad un sistema occupazionale che ne ha disperato bisogno, sembra quindi il futuro del lavoro, nel quale la flessibilità si trasforma in una precarietà che pesa solo sulle spalle di chi ogni giorno deve mettere in tavola un pasto per se stesso e per qualcun altro.

Sintomo di questa evoluzione del mondo dei call centre è stata la manifestazione dello scorso quattro giugno, quando in piazza della Repubblica a Roma hanno sfilato ottantamila operatori di call center, lasciando le proprie scrivanie e le proverbiali cuffie con microfono. Sono giusti da tutta Italia protestando in primis con un sistema che ha fatto di un lavoro temporaneo il lavoro di una vita, con un contratto a tempo indeterminato, a volte determinato. Ma non è tanto il contratto a spaventare, quanto la precarietà intrinseca del tipo di lavoro.

Fanno paura le delocalizzazioni, lo spettro causato da una crisi che rende necessario abbassare così tanto il costo del lavoro da spostare il lavoro in luoghi nei quali le persone si accontentano (o si devono accontentare) di ancora meno rispetto ad un lavoratore italiano di call center. Già, perché stiamo parlando di operatori il cui stipendio (ahimè) è ancora più basso rispetto ai fatidici “mille euro” raccontati dallo scrittore Antonio Incorvaia. Un lavoratore di Almaviva Contact Roma racconta ai microfoni del giornale “Roma Today” di guadagnare seicento euro al mese e di essere quindi costretto ad accettare la spesa fatta dalla madre, ottantacinquenne.

Mi viene da sorridere pensando che qualcuno potrebbe tacciare l’anonimo operatore di essere un bamboccione attaccato così tanto alla madre da sfruttarla. In effetti sono ancora soprattutto i giovani a far parte del grande popolo del call center, oltre alle donne.

Tutte le sigle confederali hanno sostenuto la manifestazione dello scorso quattro giugno, perché il call center, per dirla alla Totò, è “na livella” e colpisce tutti, di qualsiasi estrazione sociale, di qualsiasi zona geografica. I lavoratori hanno chiesto niente altro che dignità, ovvero che le tutele della categoria che vengono concesse nel resto d’Europa vengano estese anche al nostro Paese. Questo perché troppo spesso, purtroppo, la flessibilità viene ancora confusa con un precariato che non lascia futuro. E invece il futuro purtroppo arriva, inesorabile.

 

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