sabato, Settembre 25

Processo Kenyatta e Ruto Quali prospettive? Il rischio del distacco africano dall'Occidente

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 Uhuru-Kenyatta

Il 30 marzo 2014 la Corte Penale Internazionale ha reso noto la decisione di rinviare la prima udienza del processo al Presidente Uhruru Kenyatta al prossimo ottobre. Questo è il terzo rinvio del processo originalmente fissato per ottobre 2013. Il rinvio è stato motivato dal Tribunale dell’Aia per offrire al Governo Keniota maggior tempo per presentare prove e testimoni a favore del Presidente Kenyatta, accusato di essere uno dei mandanti delle violenze post elettorali del dicembre 2007 gennaio 2008, quando il paese rischiò una guerra etnica. Il processo del vicepresidente William Ruto é in corso dal settembre 2013.

La motivazione offerta dalla CPI è stata considerata dall’Unione Africana come una passo falso, ponendosi la domanda se il Tribunale Internazionale oltre che mettere sotto processo Presidente e vicepresidente intenda coinvolgere l’intera struttura del Governo Keniota, con l’obiettivo di smantellarla e favorire personaggi politici più filo occidentali come l’ex Primo Ministro Raila Odinga.

La dichiarazione ha avuto come effetto quello di aumentare i sospetti già ampiamente condivisi da molti Capi di Stato africani che la CPI sia uno strumento politico in mano di alcune potenze occidentali per attentare alla sovranità del Kenya, sopratutto quando questo paese sta chiaramente dimostrando la sua intenzione strategica di diminuire il ruolo di Stati Uniti ed Europa aumentando quello di Cina e Russia. L’ultimo atto del Governo Keniota contro gli Stati Uniti è il progetto di introdurre il cambio ufficiale della valuta cinese con l’obiettivo di distruggere il monopolio del dollaro americano sulle transazioni commerciali tra il Kenya e il gigante asiatico.

Con la decisione di sottoporre Kenyatta, Ruto e il giornalista Joshua Sang al giudizio la Corte Penale Internazionale si è messa in gioco dinnanzi al Continente africano, invalidando il tentativo di rinnovamento interno promesso con la nomina del giudice gambiana Fatou Bensouda togliendo dai riflettori il suo predecessore Luis Moreno-Ocampo considerato un crociato anti africano.

Sempre più si rafforza la convinzione che il giudice Bensouda non possa minimamente riformare la Corte Penale Internazionale iniziando indagini e processi contro altri paesi quali per esempio Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Cina e Russia, colpevoli di numerose violazioni dei diritti umani e crimini contro l’umanità.

Un’affermazione che può risultare radicale ma supportata dal evidente fallimento degli obiettivi del Giudice Bensouda di ripristinare la credibilità della CPI nei confronti dell’Africa e farla diventare un vero e proprio strumento giudiziario imparziale e lontano dalle logiche geo-strategiche delle Grandi Potenze Mondiali. Intenti resi pubblici da Bensouda il giorno della sua nomina (12 dicembre 2011) ma fino ad ora non realizzati.

L’incapacità di Bensouda di mantenere le sue promesse ha aumentato la disaffezione e il distacco dell’Unione Africana che ora  considera Bensouda una figura di comodo o peggio ancora un prodotto di marketing,  proprio come nei casi del Presidente Barack Obama o Papa Francesco.

Bensouda sembra essere stata costretta a ereditare il modello unilaterale strutturato da Ocampo e basato sulla strategia di trasformare un Tribunale Internazionale super partis in uno strumento di pressione per le potenze occidentali al fine di  mantenere il controllo economico e politico sull’Africa. Per molti osservatori politici africani la spada di Damocle sull’Africa creata da Ocampo è mantenuta da Bensouda.

I processi indetti contro il Presidente Kenyatta hanno portato la CPI ad un vicolo cieco in quanto il Presidente Kenyatta e il vicepresidente Ruto non sono condannabili. Non parliamo delle responsabilità personali comprovate nelle violenze post elettorali ma dell’impossibilità di condannare un Presidente  e un vicepresidente africani in carica che equivalerebbe a condannare un Continente intero.

Il verdetto sui casi Kenyatta e Ruto rischia di sancire la fine della CPI e la ribellione dei paesi africani ormai pronti a non riconoscere il tribunale come un valido strumento giuridico internazionale.

In questi due processi storici giudici e giuria non baseranno il verdetto sul prove e le evidenze ma sulla convenienza politica. La prima domanda non sarà rivolta alla colpevolezza o all’innocenza di Kenyatta e Ruto ma sulle conseguenze internazionali di una loro condanna. La Corte Penale Internazionale è ad un passo dal divenire il casus bellis per accelerare il processo di distacco dell’Africa dall’Occidente.

La chiusura della indagine degli altri sospettati kenioti: Henry Kosgey, Francis Muthaura e Mohammed Hussein Ali, avvenuta nel gennaio 2012 per mancanza di prove,  lo scandalo dei falsi testimoni presentati dall’accusa contro il processo a William Ruto e la quasi inconsistenza di alcuni tra i testimoni contro Kenyatta hanno pesato sulla credibilità di una giustizia imparziale della CPI, nonostante i sospettati abbiano realmente partecipato alla pianificazione delle violenze post elettorali.

Gli errori politici commessi dalla CPI su questi processi ha danneggiato anche il supporto che godeva presso l’opinione pubblica keniota. In un sondaggio condotto nel 2010 il 68% dei kenioti approvava la decisione della CPI di tradurre in giustizia le principali figure dello Stato. Un recente sondaggio, condotto nel dicembre 2013 da una ditta indipendente europea il supporto alla CPI in Kenya è sceso al 39%.

Kenyatta ha affidato la sua difesa ad un pool di avvocati inglesi appartenenti allo studio legale Steven Kay and Gillian Kay Higgins, famoso per aver preso le difesa del ex Presidente serbo Slobodan Milosevic.

La CPI ha dinnanzi tre scelte. Una assoluzione piena degli imputati, un verdetto ibrido e una condanna assoluta.

L’assoluzione degli imputati danneggerebbe profondamente la CPI ma eviterebbe la rottura definiva con la maggioranza degli Stati Africani, pronti a stracciare lo Statuto di Roma in caso di una condanna di Kenyatta e Ruto.

L’alternativa potrebbe essere quella di un verdetto ibrido in cui Ruto e il giornalista Sang vengano condannati e il Presidente Kenyatta assolto. Il verdetto ibrido permetterebbe alla CPI di salvare la faccia ma è tecnicamente impraticabile in quanto farebbe scoppiare una guerra etnica nel paese essendo Kenyatta Kikuyu e Ruto Kalinjine. Se il Kenya ora vive una relativa pace sociale è proprio grazie all’alleanza politica tra queste due etnie entrambe storicamente generatrici di Presidenti: quella Kikuyu generò il Primo Presidente dell’era post coloniale: Jommo Kenyatta mentre i Kalinjine generarono il Secondo Presidente: Arap Moi.  Se Ruto fosse condannato e Kenyatta assolto (o viceversa) l’alleanza tra queste due etnie si interromperebbe con il rischio di una ripresa di tensioni etniche nel paese.

La terza soluzione: assoluzione per tutti gli imputati, escluso il giornalista Joshua Sang di cui la sorte personale non interessa a nessuno, salvaguarderebbe i rapporti non solo tra la CPI e l’Africa ma tra Occidente e Africa, rallentando il processo di divorzio in atto. Partendo dal constato che la luna di miele tra Occidente e il Continente si è irrimediabilmente dissolta, l’Occidente con misure accorte, può riuscire ad evitare il divorzio economico e politico accettando la convivenza con altri attori: Brasile, Cina, India e Russia e un ruolo indipendente e alla pari dell’Africa, inedito a livello storico.

La terza opzione è quella che ha maggior possibilità di essere attuata a scapito dei valori internazionali di giustizia e di guerra contro l’impunità. La causa di questa profonda crisi giuridica internazionale è, purtroppo originata dalla stessa CPI che, da troppi anni, apre casi giudiziari esclusivamente contro presunti o reali criminali provenienti solo dall’Africa.

Il Continente, che sta entrando nella seconda fase dell’indipendenza (quella economica) ha già chiarito di non essere più disponibile ad accettare passivamente quello che ormai viene definita laGiustizia dei Bianchi”. Le principali potenze africane stanno attendendo con ansia un pretesto per rompere con la CPI in modo permanente.

La via d’uscita esiste e consiste nel iniziare a processare altri criminali di guerra come l’ex Presidente americano George W. Bush o l’ex Primo Ministro Inglese Tony Blair e aprendo una inchiesta sul ruolo che ha svolto la Francia nel genocidio ruandese del 1994 e nelle attuali pulizie etniche contro la comunità mussulmana nella Repubblica Centroafricana.  Questi processi ed inchieste dimostrerebbero al mondo intero che la giustizia promossa dalla Corte Penale Internazionale è veramente imparziale. Desormé questa possibilità a data odierna sembra essere relegata solo all’interno della trama di un ottimo film di fantapolitica che molti nel pianeta amerebbero non di vedere sul grande schermo ma nella realtà.

 

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