martedì, Aprile 20

Processo alla monaca di Monza: parla @GertrudeTw

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Geltrude

Uno dei personaggi più noti dei Promessi Sposi di Alessandro Manzoni, forse quello che più di tutti gli altri è stato dotato di uno spessore psicologico autonomo e profondo, Gertrude o Suor Virginia, la monaca di Monza, fa ancora discutere.

In una scuola di Ceccano, vicino Roma (Liceo Scientifico e Linguistico di Ceccano) ogni anno si ‘gioca’ a rifare il processo a Gertrude. Due classi svolgono un dibattimento recitando tutti i ruoli, e il risultato è sempre diverso. A conclusione del processo simulato, un vero magistrato (dott.ssa De Santis, in questo caso) completa il percorso formativo per far capire ai ragazzi quanto sia difficile giudicare gli altri. 

Ai Promessi Sposi è dedicato anche uno dei progetti di TW Letteratura: «Attraverso l’esperienza interattiva e la riscrittura mediata da Twitter, proponiamo la lettura di opere della letteratura, delle arti e della cultura e la loro divulgazione. Tale metodologia è stata sperimentata a partire da gennaio 2012 da Paolo CostaEdoardo Montenegro e Pierluigi Vaccaneo, attorno ai quali si è aggregata una comunità vasta e fidelizzata di diverse migliaia di appassionati e alcune centinaia di “riscrittori” regolari. » La comunità di TW Letteratura ha riscritto il capolavoro manzoniano: «Con #TwSposi dal 25 novembre 2013 al 18 marzo 2014 venti scuole medie e superiori hanno letto, commentato e riscritto insieme agli utenti di Twitter il romanzo italiano per antonomasia. »

Un lavoro prezioso per i giovani, ma utile anche per gli adulti, così abbiamo chiesto a GertrudeTW (il personaggio di TW Letteratura, animato da un’attivissima utente della rete, @Atry – Atra Purpurea) se volesse replicare alle due sentenze del Liceo di Ceccano.

È colpevole di non saper scegliere chi sia stato educato a non scegliere mai? È una colpa innamorarsi di qualcuno (il personaggio di Egidio, il conte Osio nella realtà) da parte di chi non è mai stato amato? È una colpa se Manzoni ha creato il suo personaggio proiettando su di esso un’ombra anche autobiografica, dunque generando una figura femminile inquietante e turbata, alla conversione della quale non si dedicano che poche righe? Di chi è la colpa se Gertrude è così oscura? Infine, è colpevole o innocente la Gertrude manzoniana?

La parola a @GertrudeTw: «È al mio nome che vorrei restituire identità e verità. Perché il primo torto che si fa ad una donna è toglierle il nome e cambiarlo in altro. Non “La monaca di Monza”, ma Gertrude vi parla. E forse non Gertrude, ma Suor Virginia Maria. Meglio ancora, Marianna de Leyva y Marino.

Quanti nomi e quante storie per una donna sola! Una donna sola e senza nome.

E se così tanti passaggi ci sono da un nome all’altro, non ultimo quello di chi scrive, celato dietro un account di Twitter nato per #TwSposi, generato a sua volta da un altro account, in una sorta di matrioska infinita (del resto ogni donna è un po’ una matrioska di storie) forse ha senso anche preoccuparsi di altri passaggi, da un’epoca all’altra, questa volta. E da una storia all’altra. E dalla Storia alla Letteratura. Senza alcuna pretesa di consegnare una verità (appena la si dice, lei sparisce!) provando solo a replicare al gioco che lega tra loro lettori e personaggi.

E da quell’epoca ad oggi, quando nella vostra scuola si simula un processo, mentre con la #twitteratura si è da poco concluso un esperimento di “riscrittura dei Promessi Sposi” sui Social Network, che cosa può influenzare il giudizio se non una più evoluta idea del diritto e una più attenta conoscenza della psiche umana?

Qualche giorno fa, e ancor prima a proposito di #TwSposi, invocavo l’assistenza di uno psicologo. Il profilo di un criminale, credetemi, ha un peso nel giudizio. Chi era Gertrude? Cos’è la sua psiche? Cosa l’ha indotta ad agire nel male? E cos’è il male oggi e cosa era ieri? (è un concetto immutabile? Non cambia, forse, nello spazio e nel tempo?)

Mi sia concesso replicare con una possibile ricostruzione della personalità di “Gertrudina”. Indotta sin da piccola a compiacere la volontà del padre, plagiata dalla famiglia e dal potentato che la circondava, Gertrude (ma quando leggete il suo nome, provate ad immaginare che si tratti di una bambina, una ragazza come voi) ci racconta la storia di una impossibilità di scegliere non intesa in modo generico, ma di scegliere per sé stessa e per il proprio bene.

Tutti attorno a lei si adoperano per distruggerne la personalità, per piegarne la volontà alle logiche del potere. Il principe padre, ossessionato dalle necessità della casta, muove la famiglia come un meccanismo vuoto e freddo; davanti a lui nessuna volontà può opporsi, i componenti della famiglia e della casa sono asserviti alla sua logica. Gertrude non farà altro che cercare di ottenere il consenso e l’affetto del padre, si sottometterà alla volontà ambigua e subdola del suo tiranno. Schiacciata dai sensi di colpa indotti in lei dall’abile manipolatore, Gertrude non potrà mai fare quanto desidera. Crescerà con la sensazione di essere ingiusta ed ingrata. Privata dalla famiglia, luogo di formazione della personalità, di ogni capacità di iniziativa autonoma, persuasa che la volontà del mondo circostante coincidesse con la propria, vittima di una persuasione occulta, Gertrude non può che diventare incapace di essere autonoma. Sarà invece incerta, volubile e instabile, e senza direzione. Una velleitaria.  

Se volessimo considerare questi disturbi della psiche come attenuanti generiche, forse esprimeremmo un giudizio più umano. Nessuna donna che sia stata “educata” da un genitore a non essere autonoma sarà mai in grado di agire con giudizio.

Ma una replica non può non tener conto di una questione solo apparentemente tecnica: quali sono i capi d’accusa? Infanticidio, complicità in altri delitti, infrazione del voto di castità, frode e inganno ai danni di Lucia, ecc. Su questi argomenti c’è un’ampia documentazione (dal Ripamonti, agli atti del processo, alle dichiarazioni del personaggio storico) che ritengo possano essere utili, più che qui, in un laboratorio dei RIS o in uno studio televisivo all’occorrenza trasformato in tribunale con tanto di plastico e giuria popolare.

Mi sono piegata alla feroce misericordia del Cardinal Borromeo. Ho ammesso le mie colpe. Mi dichiaro colpevole di ciò che ho fatto, ma in fondo mi sento innocente. Perché piuttosto mi sento colpevole di ciò che non ho fatto. Sono colpevole di non aver detto NO!

Il capo d’accusa che rifiuto e non riconosco è invece quello riguardo la relazione con il conte Osio (Egidio). Una colpa per quell’epoca, in cui si cercava di porre fine a ormai consueti comportamenti scandalosi, epoca in cui le monacazioni forzate erano percepite come normali e normale era che una donna non scegliesse il proprio destino. Da giudici “contemporanei” mi aspetto invece una maggiore clemenza. La colpa per aver amato, commessa da chi non ha mai ricevuto amore, che colpa è per voi?

Ma è al mio “padre letterario” che vorrei ora poter replicare, il mio Alessandro Manzoni, l’autore che mi ha portata a voi e a generazioni e generazioni di giovani, consegnandomi a quella dimensione di immortalità che ai soli personaggi della letteratura è concessa.

“Sfiorita”, “scomposta”, “sbattuta”… “sventurata”, questo sono per lui. Indulgente con Gertrudina, spietato con la donna che questa diventa. Alla conversione di altri personaggi Manzoni dedica pagine ricche di particolari, nel mio caso risolve il tutto con un brevissimo accenno alla mia accettazione del “volontario supplizio”, omettendo la verità storica del “concetto di santità” che ha accompagnato la parte finale della mia vita. Esigenze di copione, si potrebbe dire.

Ma lo capisco: interdetto e allarmato dalla mia condizione morale, Manzoni, man mano che procede nel raccontare la mia storia, sembra scoprire le inesplicabili ombre del proprio sottofondo psicologico e forse patologico. Avrà avvertito l’oscura minaccia di un contagio morale? Non avrà voluto concedere spazio al male tutto umano, troppo umano, nel timore di vedere drammaticamente allargati i margini della giustificazione benevola? Di una carità veramente cristiana?

Di quale “Monaca di Monza” si parla se non di quella manzoniana? Come liberare Gertrude, o meglio Suor Virginia Maria, o meglio ancora Marianna de Leyva y Marino, dal peso di un ritratto oscuro che di lei lo scrittore ci ha lasciato? Manzoni si è impossessato di una storia, strappandola alla precisione della cronaca e trasferendola sul piano della leggenda (del resto, si trattava di letteratura). E come tale la leggenda vive di distorsioni e interpretazioni arbitrarie, a cominciare da quella dello stesso autore, che, nell’intento di chiarire la condizione morale di Gertrude, finisce col darle un più esteso alone d’ombra, quello che per sempre accompagnerà questa figura. Una donna sola e senza nome.  

Per una vita intera le mie relazioni con gli altri, in casa e in convento, sono state all’insegna dell’ipocrisia e dell’opportunismo. E nel romanzo? Chi ama, chi vuole bene a Gertrude? Chi conosce Gertrude? Forse voi lettori?

Secondo voi adolescenti, può un’adolescente, divenuta monaca di clausura non per scelta, ma per aver subito un terribile ricatto affettivo, vivere una vita limpida e serena? Se sì, grazie a cosa?

“È una delle facoltà singolari e incomunicabili della religione cristiana, il poter indirizzare e consolare chiunque, in qualsivoglia congiuntura, a qualsivoglia termine, ricorra ad essa. Se al passato c’è rimedio, essa lo prescrive, lo somministra, dà lume e vigore per metterlo in opera, a qualunque costo; se non c’è, essa dà il modo di far realmente e in effetto, ciò che si dice in proverbio, di necessita virtù. Insegna a continuare con sapienza ciò ch’è stato intrapreso per leggerezza; piega l’animo ad abbracciar con propensione ciò che è stato imposto dalla prepotenza, e dà a una scelta che fu temeraria, ma che è irrevocabile, tutta la santità, tutta la saviezza, diciamolo pur francamente, tutte le gioie della vocazione”.

Di quale religione parla, Manzoni?”. Io ne conoscevo solo una ”larva”.

“Un rammarico incessante della libertà perduta, l’abborrimento dello stato presente, un vagar faticoso dietro a desideri che non sarebbero mai soddisfatti, tali erano le principali occupazioni dell’animo suo. Rimasticava quell’amaro passato, ricomponeva nella memoria tutte le circostanze per le quali si trovava lì, e disfaceva mille volte inutilmente col pensiero ciò che aveva fatto con l’opera; accusava sé di dappocaggine, altri di tirannia e di perfidia; e si rodeva. Idolatrava insieme e piangeva la sua bellezza, deplorava una gioventù destinata a struggersi in un lento martirio, e invidiava, in certi momenti, qualunque donna, in qualunque condizione, con qualunque coscienza, potesse liberamente godersi nel mondo quei doni”.

Sì, mi rodevo. E mi rammaricavo di me stessa! E in nome di questo “vagar faticoso dietro a desideri che non sarebbero mai soddisfatti”, ho commesso i miei errori. Ho espiato la mia colpa, condannata all’ergastolo, per più di tredici anni murata viva in una cella. Ma nessuno si era accorto che, con la monacazione forzata, ero già stata condannata alla stessa pena, e da innocente.»

Grazie a @GertrudeTW per la sua replica, agli amici di TW Letteratura per il loro lavoro sulla letteratura in rete, grazie al Liceo Scientifico e Linguistico di Ceccano @LiceoCeccano.

Hashtag #TwSposi 
@l_indro
@TwLetteratura

 

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