mercoledì, Settembre 22

Processi: poche sentenze? Colpa della prescrizione field_506ffbaa4a8d4

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Il neo-presidente dell’Associazione Nazionale dei Magistrati Piercamillo Davigo è uno che non le manda a dire. Il presidente del Consiglio Matteo Renzi riferendosi alle inchieste incorso dice: «Che si vada a sentenza. In Basilicata le inchieste sul petrolio si fanno ogni quattro anni, come le Olimpiadi. Non si è mai arrivati a sentenza». Davigo pronto ribatte: «Ci sono molte inchieste e poche sentenze? Certo, perché c’é la prescrizione… I processi durano troppo. La prescrizione è indispensabile fino al processo. Ma, acquisite le prove, non si capisce perché deve continuare a decorrere».

Ha delle frecce al suo arco, il presidente Davigo, senz’altro. Ma non se ne avrà a male, se ascoltandolo, ci si ricorda delle tabelle messe a punto dalla Direzione Generale Statistiche del ministero della Giustizia, dalle quali si ricava che tra il 2004 e il 2013 sono diventati carta straccia ben 1.552.435 procedimenti penali, per prescrizione. Dato di per sé significativo, in quanto testimonia di una quotidiana, incontrollata, amnistia di fatto; ma che diventa ancor più significativo se si considera che la maggior parte delle prescrizioni non è imputabile a diavolerie escogitate dalla difesa degli imputati: il 73 per cento dei procedimenti (1.134.259) va in fumo quando il processo è ancora incardinato nella fase delle indagini preliminari: i decreti di Archiviazione sono emessi dal Giudice per le Indagini Preliminari. Altri 63.829 procedimenti vanno a farsi benedire su sentenza del Giudice per l’Udienza Preliminare. Solo 209.576 procedimenti sono prescritti quando si svolgono in primo grado; altri 131.856 in fase d’Appello; 3.293 in Cassazione; 9.559 dinanzi i giudici di pace. Che il 73 per cento delle prescrizioni abbia luogo durante la fase delle indagini preliminari la dice lunga, e dovrebbe far riflettere quanti si stracciano le vesti invocando l’allungamento dei termini, puntando il loro indice accusatorio agli imputati e alle loro difese.

Per arrivare a una sentenza definitiva in Cassazione occorrono otto anni; in Spagna e Francia poco più di due. C’è poi la beffa: l’Italia è tra i Paesi in cui si paga di più per una causa. Poco meno di otto anni è la durata media di un processo civile. Dai dati raccolti dall’Ocse si ricava che occorrono 2.866 giorni per arrivare al giudizio finale, passando tra primo grado, Appello e Cassazione. La Banca Mondiale conferma: peggio dell’Italia fa solo la Slovenia. Nel momento in cui a un italiano arriva la sentenza di primo grado, a un francese basta aspettare due mesi in più per l’appello. Cinque mesi dopo uno spagnolo arriva alla fine con la sentenza di Cassazione. All’italiano tocca aspettare ancora altri cinque anni e mezzo.

Processi lunghissimi fanno male a famiglie e imprese, e non soltanto per l’incertezza che creano. Vale davvero la pena fare causa quando la risposta arriva così tardi? Ma il problema è anche più semplice, tanto da produrre un’altra conseguenza indesiderata che si misura in euro. Secondo i calcoli dell’Ocse l’Italia è fra i Paesi in cui portare avanti un processo costa di più. La lentezza della giustizia sottrae agli imprenditori circa 2,2 miliardi di euro di risorse. Il danno per le casse dello Stato a causa del mancato rispetto dei tempi ragionevoli del processo (Legge Pinto) è passato dagli 81 milioni di euro del 2008 agli oltre 300 milioni del 2010. Eppure l’Italia, rispetto al proprio Pil, devolve ai tribunali più o meno quanto Slovacchia, Repubblica Ceca e Svizzera: circa 300 milioni di euro l’anno. Lì, però, i processi civili durano rispettivamente quattro, cinque e otto volte meno. La rapidità della Svizzera nel risolvere le controversie legali equivale a quella del Giappone che fra i paesi analizzati dall’Ocse è quello che spende meno.

Ora si può dare un’occhiata al Quarto Rapporto Annuale della Commissione Europea sullo stato della giustizia nei ventotto Paesi UE. L’Italia non ci fa una bella figura. Si ribadisce l’urgenza di modernizzare il sistema giudiziario italiano: nonostante i provvedimenti presi, lo si considera ancora farraginoso, poco indipendente. Secondo le ultime statistiche della Commissione, relative al 2014, sono necessari oltre 500 giorni per risolvere in primo grado una lite commerciale e amministrativa. Il dato è migliorato rispetto al 2013 e al 2012, ma è peggiorato rispetto al 2010. L’Italia è al terz’ultimo posto, prima di Malta e Cipro. Il Rapporto fa il punto anche della percepita indipendenza della magistratura italiana. Il 60 per cento considera l’indipendenza dei magistrati ‘cattiva’. La stessa percezione è condivisa dalle imprese. Peggio di noi solo Bulgaria e Slovacchia, al contrario di Danimarca e Finlandia, paesi dove si ritiene che la giustizia sia la più indipendente, tra i ventotto paesi dell’Unione.

 

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