giovedì, Settembre 23

Privatizzazioni: Poste e poi? Siamo alle ultime battute dello sperpero del patrimonio pubblico? Inderogabile un redde rationem

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Le parole chiave dell’ennesima privatizzazione, quella di Poste Italiane, le ipotesi sottostanti, sono: raccolta di risorse finanziarie private finalizzate al rallentamento della crescita del debito pubblico e liberalizzazione del mercato. Appunto, rallentamento della crescita del debito, non riduzione dello stock, impresa impossibile con gli strumenti di politica economica al momento utilizzati dai governi italiani.

E’ bene ricordare che il debito pubblico dello Stato italiano è cresciuto senza controlli efficaci a partire dal divorzio tra Ministero del Tesoro e Banca d’Italia, avvenuto nel 1981 per decisione autocratica dell’allora Ministro Beniamino Andreatta, che ancora non si è capito bene per conto di chi stesse lavorando in quel periodo.

Quindi, tornando all’argomento specifico, mi trova senz’altro perplesso l’intento di rallentare lacrescitadel debito pubblico, ovvero l’azione strategica di lasciarlo crescere, anche se un po’ meno. E ci voleva anche un professorone come Pier Carlo Padoan per una banalità simile? Degno successore del mancato premio Nobel per l’economia Renato Brunetta, o del professor Mario Monti, già rettore della prestigiosa Università Bocconi.
Poi, ancora, sono letteralmente spiazzato dal metodo impiegato, ovvero, per frenare la crescita del debito lo Stato dismette, ancora una volta, una quota di un asset, come Poste Italiane, che, dal 2001, ha generato utili per quasi 9 miliardi di euro  -si guardi i bilanci dal 2001 al primo semestre 2015, utili complessivi non indicizzati del periodo € 8.778.454.000,00. Se lo avesse fatto nostro padre saremmo corsi immediatamente dal giudice del tribunale più vicino per chiedere l’interdizione per incapacità mentale.
Stessa operazione è stata realizzata per quanto riguarda la privatizzazione di ENEL, la cui quota detenuta dal Tesoro è scesa al 25,5 % all’inizio del 2015. Anche in questo ultimo caso si è trattato della brillante vendita di un asset societario strategico per lo sviluppo di una Nazione, che nel solo periodo dal 1996 al 2014 ha generato utili netti per poco meno di 63 miliardi di euro   bilanci dal 1996 al 2014, utili complessivi non indicizzati del periodo € 62.997.539.312,00. Tra gli investitori principali che hanno acquistato i pacchetti di azioni più importanti si contano i fondi sovrani cinesi, China Investment Corporation e State Administration of Foreign Exchange, oltre al Kuwait Investment e la Norges Bank. Importante anche la domanda dei fondi statunitensi Blackrock e George Soros. Il 30% delle azioni messe in vendita è andato al retail, il 70% agli investitori istituzionali, senza che nessuno di questi ultimi sia salito sopra il 2%.

In sostanza, anche sotto l’aspetto delle liberalizzazioni accade che concorrenti dell’impresa pubblica sono messi nella condizione di competere alle stesse condizioni, accedendo ai sistemi a rete, che non hanno realizzato loro ma lo Stato, uno stranissimo meccanismo di entrata in un mercato, con un metodo che semplicemente sostituisce un oligopolista con un altro, senza alcun senso logico apparente.

Questa, inoltre, è soltanto una delle ultime puntate di un processo che ha già generato danni da privatizzazioni per migliaia di miliardi, costretto ad attuare manovre fortemente depressive e tagli ai servizi essenziali, come sanità, pubblica sicurezza, istruzione, tutele sociali, ecc...

In sintesi, pare che le ipotesi sbandierate per giustificare le privatizzazioni si continuino a dimostrare indimostrabili, le privatizzazioni continuano a rappresentare un enorme danno economico per l’Italia.
E’ ormai inderogabile un redde rationem, impietoso, nel quale si tirino le somme del colossale danno subito dal popolo italiano, delle responsabilità civili, quindi economiche, e penali, di tutti i colpevoli di un simile sfacelo, che da un punto di vista puramente finanziario trova similitudine soltanto nelle conseguenze di guerre mondiali, fatta eccezione per le vite umane perse, che nel nostro caso sono infinitamente minori numericamente, ma ci sono stati e continuano ad esserci anche morti in conseguenza di questo che non posso definire in altro modo se non saccheggio della cosa pubblica e dissipazione del bene comune.
E spero che di queste colpe i responsabili possano avere il privilegio di rispondere in sedi istituzionali, perché, come sosteneva Aleksandr Solzhenitsyn, «Si può avere potere sulle persone finché non gli si porta via qualcosa. Ma quando si è rubato tutto ad un uomo», o a un popolo, «questi non sarà più soggetto ad alcun potere: sarà Libero di nuovo» e un popolo libero di vendicarsi sarebbe una mucchio umano incontrollabile.

 

 

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