martedì, Aprile 13

'Primo Maggio': quando c'era la classe operaia Il secondo Direttore di 'Primo Maggio', Cesare Bermani, racconta la rivista 'militante' di un tempo andato

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1 maggio: concerto in piazza San Giovanni a Roma

La festa del Primo maggio viene celebrata ogni anno in ricordo dell’impegno sindacale e dei miglioramenti ottenuti sul piano economico e sociale dai lavoratori. Questa festività, prettamente laica, ricorda il raggiungimento del diritto all’orario di lavoro fissato ad otto ore che fu oggetto di una legge approvata negli Stati Uniti nel 1867, e poi introdotta anche in Europa su richiesta della Prima Internazionale, ovvero l’Associazione Internazionale dei Lavoratori, che mirava a creare un legame sovranazionale tra vari gruppi politici di sinistra e le organizzazioni dei lavoratori, soprattutto operai.

Questa festa venne ufficializzata in Europa grazie ai delegati socialisti della Seconda Internazionale riuniti a Parigi nel 1889 e ratificata in Italia due anni dopo. A seguito della notizia dell’esecuzione capitale degli esponenti anarchici, dei sindacati e degli operai che a Chicago avevano una manifestazione di sciopero il primo maggio nel 1888, gli operai di Livorno animarono una rivolta contro le navi americane presenti nel porto e contro la Questura, dove si diceva si fosse rifugiato il console degli Stati Uniti. La festa fu soppressa durante il regime fascista che preferì accorparla alla ricorrenza del Natale di Roma, il 21 aprile, ma venne celebrata regolarmente dalla fine della Seconda Guerra Mondiale nel 1945. Dieci anni dopo papa Pio XII istituì la festa di San Giuseppe lavoratore perché vi potessero aderire anche i cattolici.

Dal 1990 i sindacati confederali organizzano a Roma in accordo con il Comune di Roma il grande concerto in Piazza San Giovanni in Laterano, rivolto soprattutto ai giovani e trasmesso in diretta dalla Rai.

Alle origini di questa festa c’è il rito pagano, diffuso nell’area picena, del palo o albero del primo maggio con un drappo rosso all’estremità eretto ogni anno alla fine di aprile nelle piazze e nei crocicchi. Esso serviva a celebrare l’arrivo della primavera e a propiziare la fertilità della terra per le antiche civiltà agricolo-pastorali. Con la Rivoluzione Francese questo rito assunse connotazioni di tipo politico tramite l’evocazione degli alberi della libertà’, mentre nel tardo Ottocento e gli inizi del Novecento, con l’affermarsi della festa internazionale dei lavoratori, venne adottato dal movimento socialista che ne fece il suo simbolo, presto sintetizzato dal fiore del garofano rosso.

Nei primi anni Settanta a Milano, durante la prima crisi dell’economia post-bellica, veniva data alle stampe una rivista autoprodotta e militante’ dal titolo ‘Primo Maggio’, con chiaro riferimento alla festività dei lavoratori e degli operai.

Attorno al Direttore Sergio Bologna si radunò un gruppo di storici di diversa formazione, ma provenienti dalla sinistra extra-parlamentare e vicini all’istanza di quella che veniva definita storia militante’. Lo scopo era di documentare le vicende più importanti dell’operaismo italiano.
I fascicoli della rivista, che è resistita per sedici anni, erano diventati introvabili e rischiavano di scomparire per la ricerca critica sulle trasformazioni sociali e per conoscenza delle nuove generazioni. Pertanto, nel 2010 è stato prodotto un dvd che raccoglie integralmente i 29 numeri della rivista, oltre ad alcuni documenti accessori, connesso ad un volume, pubblicato per le edizioni Derive Approdi, a cura di Cesare Bermani dal titolo ‘La rivista Primo Maggio. Saggi e documenti per una storia di classe’, che rappresenta una riflessione su un’importante esperienza editoriale in grado, all’epoca, di proporre nuove ipotesi e individuare strade che sarebbero state scelte negli anni a venire dalla industria italiana.
Argomenti privilegiati della rivista sono stati la gestione capitalistica della moneta, il declino della grande industria fordista, l’emergere di nuove figure sociali, la trasmissione della memoria, l’avvento della logistica. Essa fu capace di creare immaginari e modelli di comportamento, di dare una diversa rappresentazione dell’America, di influenzare gli orientamenti di gruppi politici e correnti di ricerca storiografica in Germania.

Abbiamo intervistato lo storico Cesare Bermani, che fu il secondo direttore della rivista e tra i fondatori dell’Istituto Ernesto De Martino.

 

Bermani , intanto, come nasce la rivista Primo maggio?
La rivista ‘Primo maggio’ nasce all’inizio degli Settanta, esattamente nel 1973. Il ragionamento che stava alla base era di fondare una rivista di storia legata alla classe operaia. Insomma, una rivista operaista. La rivista era indirizzata in genere a tutti, ma soprattutto ai militanti del movimento operaio e agli studiosi di storia contemporanea.

Quali erano gli intenti culturali?
La rivista recava proprio sulla quarta di copertina del primo numero gli intenti e recitava esattamente cosa ci proponevamo: «una storia militante, obiettivi di lotta, parola d’ordine, forme organizzative che abbiamo usato in questi anni nella lotta politica, diventano categorie di interpretazione del passato e viceversa il passato della classe operaia diventa modello per la tattica di oggi. Una rivista di storiografia militante non può essere solo temi ben definiti all’interno della lotta di classe, ma scopre in quelli un filo conduttore che li porta immediatamente ai problemi del presente: lo schiavismo e la rivoluzione industriale, l’emigrazione, le lotte negli Stati Uniti e l’Industrial workers of the world, l’ondata consiliare degli anni Venti, il sistema sovietico di industrializzazione e di gestione della forza-lavoro non sono temi scelti a caso, ma imposti dalle lotte nei ghetti americani, dalle lotte autonome delle grandi fabbriche europee di questi anni. Molti criteri tradizionali del cosiddetto materialismo storico sono entrati in crisi. Basti pensare al concetto di classe, a quello di Lumpenproletariat all’esercito industriale di riserva. Molti criteri nuovi si sono formati. Basti pensare al rifiuto del lavoro, al ruolo della donna, alla repressione tecnologica delle lotte. Allora la storia della tecnica, per esempio, non è mera storia dell’invenzione o della meccanizzazione, ma lotta di classe, repressione. E così la storia del proletariato italiano. Perché restringerla ai confini del nostro Paese? Perché non seguire il cammino degli emigranti, che si portavano dietro la sconfitta di lotte contadine, per diventare agitatori negli scioperi industriali di massa delle due Americhe? E così la storia dei partiti e dei sindacati. Perché farne una storia delle burocrazia, una storia delle istituzioni, e non invece una storia dei rapporti tra classe e organizzazione, tra spontaneità e direzione? I criteri leninisti diventano allora l’unica categoria corretta per una storiografia dei partiti. ‘Primo maggio’ vuole essere questa storia di classe con saggi, documenti, recensioni, testimonianze dei protagonisti delle lotte, non vuole archiviare né catalogare dei fatti, ma innescare un meccanismo di interesse in una ricerca militante». Questi erano dunque in sintesi i nostri intenti di allora.

Ci sono state differenze nella gestione di Sergio Bologna rispetto alla sua?
Noi in realtà eravamo senza dubbio un gruppo di persone molte diverse fra di loro, ma direi che non ci sono state differenze sostanziali. È che negli anni in cui sono stato io direttore, mi sono trovato a fronteggiare problemi molto gravi in merito alla possibilità di tenere in piedi la rivista, perché il movimento operaio ha preso delle batoste; mentre Sergio era stato direttore in momenti ben più favorevoli al movimento stesso. La differenza sta soltanto in questo.

Perché la rivista si è interrotta?
La rivista si è interrotta perché tutte le cose a un certo momento finiscono.

Ci può spiegare il significato del Primo maggio dei decenni dagli anni 50 in avanti?
Il significato del Primo maggio è innanzitutto quello della festa dei lavoratori, e negli anni Cinquanta era ancora più vivo perché la classe operaia era forte e presente, mentre oggi lo è molto meno, anzi è quasi ridotta al lumicino, dunque è una festa meno gioiosa, anche se è sempre stata molto sentita dai lavoratori almeno fino agli anni Ottanta. Poi, dopo la sconfitta operaia, le cose sono in parte cambiate.

Cos’è il Primo maggio oggi?
Oggi il Primo maggio è più una festa di persone che sono prive di lavoro che non di lavoratori occupati. A Roma il sindacato l’ha trasformato in una passerella di cantanti. Un tentativo di farlo ritornare un momento di discussione e di lotta lo stanno invece facendo a Taranto.

Crede che oggi il Primo maggio sia vissuto con lo stesso spirito degli anni Settanta e Ottanta?
Non è possibile questo, perché una volta c’era la classe operaia, adesso ci sono ancora gli operai ma non la classe operaia e tantissimi disoccupati.

Cosa è cambiato nel nuovo secolo?
Direi che essa non viene festeggiata più come una cosa collettiva. Quello che si fa sono per lo più spettacoli musicali, eventi di vario genere; una volta, invece, era qualcosa di sentitissimo in ogni circolo operaio, c’erano i garofani rossi, respiravi solidarietà, era tutto molto diverso.

Come si può parlare del primo maggio alle nuove generazioni?
Proprio non saprei: detto così, non lo si può davvero fare. Certe cose vengono fuori se si attivano azioni di lunga durata e di grande spessore che permettano di prendere coscienza anche attraverso la lotta politica, che però oggi non c’è più.

Il dvd che raccoglie tutta la collezione di questa rivista è stato ideato per stimolare l’interesse su questi temi anche oggi?
Noi l’abbiamo fatto perché riteniamo che ‘Primo maggio’ sia stata una delle riviste più importanti di quegli anni, con contributi fondamentale sui trasporti e sulla moneta, e quindi ci sembrava giusto darne notizia; essendo tra l’altro noi degli storici, pensiamo che la storia sia uno degli aspetti della formazione di qualsiasi uomo.

Qual è la responsabilità delle sinistre nel ridotto interesse della gente verso il Primo maggio?
Beh, qui si apre un grosso discorso. E soprattutto: le sinistre quali? Vorrei saperlo davvero, perché il PD non lo è più, negli anni Ottanta c’è stata una sconfitta operaia che ha chiuso un’epoca e chiaramente non ci si è ancora ripresi del tutto. La ricerca di un nuovo modo di contrapporsi alle distruzioni di posti di lavoro e dell’ambiente è ancora in uno stadio iniziale.

La tiepida percezione dei valori connessi al Primo maggio può essere dovuta anche al disimpegno politico o al disgusto verso la politica che segna la nostra epoca?
Questo non mi sembra, perché ad esempio il 1 maggio a Taranto c’è una grossa manifestazione di quelli che chiamerei ambientalisti, oltre che dei lavoratori e disoccupati locali. Cambia la storia e cambia anche il Primo maggio…Però continua a esserci.

 

 

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