venerdì, Maggio 7

Primicerio: è in atto una crisi epocale

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Il dolore di Firenze e della Toscana è simboleggiato dal lutto al braccio del David in Piazza della Signoria e dalla bandiera francese sul piedistallo che sorregge questa statua, simile all’originale, simbolo di Libertà. Da venerdì notte piazza Ognissanti, sede del Consolato Francese, è meta di  un silenzioso pellegrinaggio: Firenze ha un particolare legame con la Francia e con Parigi, per i molti cittadini d’Oltralpe che qui risiedono e per i tanti fiorentini e toscani che hanno scelto di lavorare studiare o recarsi in vacanza a Parigi, alcuni dei quali si trovavano venerdì notte proprio nei pressi del Bataclan, ove il commando terrorista ha fatto strage della gioventù di 19 Paesi. Sulla base di questo legame, che si rinnova ogni anno attraverso la rassegna cinematografica FranceOdeon, anche l’attrice Jane Birkin e il regista Bertrand Tavernier hanno indirizzato un saluto ai fiorentini invitandoli a «stare vicini a Parigi e alla Francia e ai giovani, far sentire che la giovinezza e la libertà non possono morire sotto i mitra di un odio cieco», e di resistere insieme a loro, nel nome dell’amore. Amore per la vita. Immediata la presa di posizione comune del Cardinale Giuseppe Betori, del rabbino Joeseph Levi e dell’iman Izzedin Elzir, presenti anche ai lavori del Convegno ecclesiale, di ferma condanna della barbarie accompagnato e dall’appello secondo cui «le religioni non devono essere considerate motivo di violenza e scontro di civiltà. Shalom, Pace, Salam!». Izzedin aveva condannato le stragi senza se e senza ma: «Il Corano dice che chi uccide una persona uccide l’umanità».

Appena una settimana fa la città era in festa per  la prima visita di papa Bergoglio, venuto ad inaugurare la V Conferenza Episcopale italiana, oggi la città si stringe solidale e sgomenta nel ricordo delle vittime della feroce  barbarie che ha colpito Parigi e il mondo intero. Nel giro di pochi giorni il pressante appello di Papa Francesco per una «Chiesa libera e aperta alle sfide del presente», volta a ricercare il dialogo «per fare qualcosa insieme, non da soli, tra cattolici, ma insieme a tutti coloro che hanno buona volontà», nel solco di quell’umanesimo cristiano che era il tema dell’incontro ecclesiale, viene messo alla prova da una tragedia che rischia di innestare una spirale incontrollabile di violenza. Come reagire? Come muoversi nella situazione presente che segna davvero un cambio d’epoca? È pronto il ‘popolo di Dio’ a raccogliere il messaggio di papa Francesco?

Sono domande che mi sento di porre ad alcuni autorevoli rappresentanti del mondo cattolico ed ecclesiale, di fronte a questa drammatica escalation di atti terroristici. Atti di guerra, come ha detto il Presidente Hollande. “‘È il momento per la nostra comunità cristiana di intensificare il dialogo con tutte le persone di buona volontà, di qualsiasi etnia e credo religioso, senza lasciarsi governare dall’odio e dalla violenza, sapendo distinguere tra i seminatori di morte e di barbarie e gli altri’: è quanto non mi stanco di ripetere ai miei parrocchiani nelle varie omelie”, risponde don Massimiliano.

Analoga risposta mi fornisce un altro autorevole rappresentate laico del mondo cattolico fiorentino, il prof. Mario Primicerio, docente universitario, matematico di fama internazionale, socio dei Lincei, membro dell’European Mathematical Society ed ex Sindaco di Firenze (dal ’95 al ’99). Primicerio segue con apprensione l’evolversi della situazione, così come  ha seguito con viva partecipazione gli interventi di papa Francesco sia in Duomo che allo Stadio; è stato anche relatore forse nel più affollato dei 30 incontri con Firenze e la sua Chiesa (‘Storia e testimoni’), collaterali al Convegno ecclesiale: quello sulla figura di Giorgio La Pira. Miglior testimone non poteva esserci: non solo perché è il Presidente della Fondazione La Pira, ma del Sindaco Santo è stato, ancor giovane, consigliere  scientifico e stretto collaboratore. Fu lui ad accompagnare nel ’65 il professor nella sua ‘mission impossible’ ad Hanoi, a incontrare Ho Ci Minh nel tentativo di trovare un accordo che ponesse fine alla tragica guerra del Vietnam. Gli esiti di quella missione, se accolti dalla controparte, potevano risolvere subito il conflitto, per la conclusione del quale  -nella conferenza di Parigi – si dovettero invece attendere altri 7 anni di guerra, sangue e lutti. Con lui mi preme allargare il discorso oltre  il momento contingente, che è grave e richiede risposte adeguate.

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