domenica, Settembre 26

Primarie South Carolina – Nevada: Trump e Sanders sugli scudi

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Tra sabato 20 e martedì 23 febbraio si terranno caucus e primarie nei due Stati di South Carolina e Nevada. Molto povero il primo, considerato unanimemente la capitale mondiale del gioco d’azzardo il secondo. Come sempre, i risultati conseguiti dai singoli candidati in ciascuno Stato si traducono in delegati da inviare alla Convention del rispettivo partito in numero proporzionale alla popolazione. Ai delegati eletti si affiancano i cosiddetti ‘super-delegati’, vale a dire i maggiori esponenti di ciascun partito che godono della possibilità di appoggiare il candidato che prediligono. Il candidato presidente dei repubblicani sarà quindi chiamato a conquistare almeno 1.237 delegati su un totale di 2.472 che vanno a formare la rispettiva Convention, mentre per i democratici la soglia critica coincide con i 2.383 delegati su un totale 4.764.

I verdetti dell’Iowa e del New Hampshire hanno provocato i primi depennamenti dal novero dei candidati specialmente tra le fila dei repubblicani, spingendo Chris Christie, Jim Gilmore, Mike Huckabee, Rand Paul, Rick Santorum e Carly Fiorina a fare un passo indietro. Christie, governatore del New Jersey, credeva di avere molte più chance nel vicino New Hampshire, dove aveva tenuto oltre 150 comizi, ma quando sono usciti i risultati che lo hanno visto piazzarsi al sesto posto ha deciso di gettare la spugna. L’uscita di scena di tutti questi candidati non è però sufficiente a cancellare l’impressione piuttosto diffusa che l’apparato dirigenziale del Partito Repubblicano si trovi in netta difficoltà ad individuare un candidato realmente in grado di insidiare l’incontrollabile Donald Trump, che al momento si è assicurato 17 delegati, a fronte degli 11 di Ted Cruz, dei 10 di Mark Rubio e dei 4 di Jeb Bush. L’assenza di un candidato in grado di raccogliere consensi in maniera omogenea su tutti gli Stati della Federazione e la particolare frammentazione per Stati e simpatie dell’elettorato Usa hanno contribuito ad alzare i toni della campagna elettorale, piena di insulti alle minoranze e pesantissimi attacchi incrociati tra candidati. Il più rilevante dei quali è dato dalle minacce di azioni legali da parte di Trump che ritiene non solo Ted Cruz ineleggibile in quanto nato in Canada, ma anche del tutto illegale la sua campagna pubblicitaria anti-abortista. Prima di ritirarsi, Chris Christie, dal canto suo, si è scagliato contro Mark Rubio, definito un automa in grado unicamente di ripetere a memoria frasi fatte a causa della totale incapacità ad affrontare dibattiti politici. Jeb Bush, candidato repubblicano in grande difficoltà nonostante i grandi finanziamenti raccolti e i solidi agganci nell’establishment, ha postato su Twitter una foto che ritrae una pistola con inciso sulla canna ‘Gov. Jeb Bush’ accompagnata dalla scritta ‘America’.

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La pistola era stata donata dalla fabbrica di armi Fn Manufacturing a Columbia, in South Carolina, dove Bush si era recato in visita allo scopo di «rafforzare la sua immagine tra gli abitanti che sostengono il secondo emendamento della Costituzione degli Stati Uniti». Un messaggio decisamente polemico con la linea politica tenuta negli ultimi mesi da Barack Obama, che sulla vendita incontrollata di armi aveva annunciato seri provvedimenti specie in seguito alle ripetute stragi che hanno portato a circa 30.000 il numero de cittadini statunitensi uccisi ogni anno dalle armi da fuoco. Di fronte alle pesanti critiche piovute sulla fotografia, Bush ha cercato di limitare i danni spiegando che il suo intento era soltanto quello di «riconoscere i meriti di un’azienda che crea un sacco di posti di lavoro ad alto salario». Il governatore dell’Ohio John Kasich è stato invece l’unico a mantenere un certo contegno.

Il Presidente in carica Barack Obama non ha esitato ad entrare a gamba tesa nel duello intra-repubblicano, dichiarando di «ritenere che Trump non sarà presidente. Ho fiducia negli americani. Il lavoro di presidente è un lavoro duro, non uno show televisivo», ed aggiungendo che «gli osservatori stranieri sono impressionati negativamente dalla retorica dei candidati repubblicani, non solo di Trump, a partire dalle parole usate sull’immigrazione». Ed è proprio riguardo al delicato e sensibile problema dell’immigrazione che si è registrata un’altra, pesante invasione di campo; quella di Papa Francesco, che durante la sua visita in Messico ha tenuto un messa presso la disastrata Ciudad Juarez, città di frontiera in balia dei narcos tenuta separata dalla metropoli Usa di El Paso soltanto da una barriera attraverso cui Washington conta di contenere l’immigrazione clandestina. Il ‘New York Times’ ha sottolineato che la tempistica che ha seguito la visita riflette la volontà del Vaticano di intervenire in maniera netta ed inequivocabile nel dibattito statunitense focalizzato sul tema, reso letteralmente infuocato dalla proposta di Trump di erigere un muro lungo tutto il confine messicano e di abolire la norma costituzionale nota come ‘due process’ che riconosce a ciascun individuo, anche clandestino, il diritto a una protezione legale. «Un individuo che pensa soltanto di costruire muri e non ponti verso il prossimo non è cristiano», ha tuonato Papa Francesco, chiarendo però di non voler in alcun modo fornire indicazioni di voto ai fedeli. Trump ha replicato definendo il Papa «troppo politicizzato» e accusandolo di «non comprendere il pericolo che una frontiera aperta con il Messico rappresenta per gli Stati Uniti». «Quando l’Isis arriverà a Roma, pregherai che io sia divenuto Presidente», ha quindi intimato Trump a Bergoglio.

Molto difficilmente l’attacco di Obama e l’intervento del Pontefice riusciranno a scalfire l’immagine di successo che Trump è riuscito a costruirsi facendo continuamente leva sulla sua storia personale di self-made man e su un linguaggio diretto che viola i sacri canoni del politically correct. Di fatto, Trump risulta l’unico candidato repubblicano in grado di scaldare i cuori dell’elettorato con il suo slogan «make America great again» che richiama ai fasti del passato e di attirare sapientemente su di sé l’attenzione in conformità al sacro motto della politica coniato da Oscar Wilde ne Il ritratto di Dorian Gray, secondo cui «There is only one thing in the world worse than being talked about, and that is not being talked about» (parafrasando, «bene o male, purché se ne parli»). La demagogia di Donald Trump ha suscitato persino la curiosità di un personaggio molto addentro all’establishment come Martin Wolf, storico columnist del ‘Financial Times’, che sulle pagine dell’autorevole quotidiano economico britannico ha sottolineato come «l’ondata populista» – giudicata «ormai difficile da arrestare» – cavalcata dal magnate di New York sia espressione di una strisciante volontà di rivalsa dei «perdenti economici» contro  «le élite che controllano la vita economica e culturale del Paese». Segno inequivocabile che quella che l’analista David Rothkopf ha definito ‘superclass’ non veda con particolare favore l’ascesa di un personaggio come Trump.

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