sabato, Aprile 17

Primarie emiliane, come sono andate le cose field_506ffb1d3dbe2

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La vicenda tragicomica delle primarie per la presidenza della Regione Emilia-Romagna è lo specchio delle contraddizioni del PD, l’ex “partitone” diventato “partito personale” che fa il pieno di voti ma non ha più un gruppo dirigente all’altezza della sua tradizione, ha perso l’anima e per ultimo – sembra – anche la testa. 

La mia idea su come sono andate le cose. 

Su come sono andate realmente le cose ci sono ancora diverse ombre, ma io una idea me la sono fatta e ve la racconto. 

Anche se Renzi ha sbaragliato il campo e ovunque ormai c’è solo il suo “nuovo corso”, in Emilia-Romagna la “ditta” bersaniana qualcosa conta ancora e ha provato a farsi valere sulla successione a Vasco Errani. 

La candidatura di Manca e le ambizioni dei “fratelli coltelli” Richetti e Bonaccini.  

Non essendoci ormai più bersaniani e dalemiani nell’ex Emilia Rossa ma solo renziani della prima e seconda ora, Bersani, Errani e anche il sindaco di Bologna Virginio Merola (un altro passato col “rottamatore” ma senza tagliare i ponti con la vecchia guardia) hanno puntato su Daniele Manca, sindaco di Imola, una delle città simbolo delll’ancien régime, che da un lato poteva garantire una certa continuità al sistema e, dall’altro, sembrava poter diventare la candidatura di un Partito democratico finalmente senza più ex (comunisti e democristiani). 

Una soluzione che sembrava avere anche il beneplacido di Renzi e che avrebbe, perciò, dovuto tenere a freno le ambizioni dei “fratelli coltelli” modenesi: il rampante Matteo Richetti chiamato anche il “JFK di Fiorano”, miracolato in politica dalla sua provenienza Cisl-Margherita, già presidente dell’Assemblea legislativa regionale e ora deputato, “rottamatore” della prima ora al fianco di Renzi, poi messo un po’ da parte dal “capo” che gli ha preferito i fiorentini del clan; e il segretario regionale Stefano Bonaccini, provenienza Pds-Ds, gran sostenitore di Bersani fino alla sua debacle, poi diventato uno dei più stretti collaboratori del segretario-premier con la responsabilità degli enti locali nel PDR (Partito di Renzi). 

Chi ha fatto saltare il sindaco di Imola?
Ma evidentemente la candidatura di Manca non era poi così gradita a Renzi, e men che meno a Richetti e Bonaccini. Tant ‘è che il segretario nazionale non s’è speso nemmeno un po’ per il sindaco di Imola, Richetti l’ha bruciato sul tempo e si è candidato e Bonaccini l’ha lasciato sulla graticola finchè, cotto a puntino dal mancato sostegno dei tre e dall’avversione della base per gli accordi di vertice, Manca ha dovuto gettare la spugna. 

Il segretario regionale in campo, i comprimari si ritirano. 
A quel punto Bonaccini si è dovuto “sacrificare”. Prima aveva dichiarato di essere in corsa “al 50%”, poi ha ceduto “alle forti pressioni dei territori” (così ha detto) ed è diventato candidato al 100%. Anzi, “il” candidato. Quello col “sostegno del partito”. Tanto che gli altri comprimari, dall’ex rettore dell’Università di Ferrara e assessore regionale Patrizio Bianchi all’ultima presidente dell’Assemblea legislativa regionale, Palma Costi, si sono ritirati. L’unico degli “altri” rimasto in campo, è l’ex sindaco di Forlì, Roberto Balzani, il “rottamatore laico” né ex democristiano né ex comunista che vorrebbe “cambiare verso” all’Emilia-Romagna di Errani, Bersani e Bonaccini. 

Il timore per la “competition” e il “briscolone”. 

Ma Bonaccini non è un cuor di leone. La “competition is competition” di prodiana memoria contro l’insidioso Richetti (col quale condivide un reciproco odio personal-politico) non è che gli piaceva molto. Avrebbe voluto che il “capo” convincesse l’altro Matteo a ritirarsi. Per questo, e forse perché già sapeva che poteva scivolare sulla buccia di banana delle “spese pazze” dei consiglieri regionali su cui è aperta da tempo un’inchiesta della Procura che coinvolge tutti i gruppi politici, ha tardato a scendere in campo. Per questo, anche dopo la chiosa renziana alla festa de l’Unità (“avete combinato un bel casino, ora correte ma senza litigare”) si era continuato a parlare di un “briscolone” calato dall’alto (il sottosegretario Graziano Delrio o, in subordine, il ministro Giuliano Polletti) per evitare la guerra fratricida tra tre renziani. 

Il terremoto giudiziario annunciato, in campo resta solo l’ex sindaco di Forlì, Balzani.

Poi è arrivato il 9 settembre del Pd. Richetti che annuncia il ritiro della candidatura perchè, motiva con incredibile faccia di tolla, ha ricevuto “forti pressioni Roma” per evitare rotture nel Pd e per lui “l’unità è un valore importante”. Quindi si sacrifica per il bene dell’Emilia-Romagna. Qualche ora dopo si apprende che è indagato per peculato dalla Procura di Bologna, pare per l’uso scorretto dell’auto blu. Nemmeno il tempo di riordinare le idee che, a sera, esce la notizia che anche Bonaccini è indagato nell’inchiesta sulle spese pazze. Ma lui, a differenza di Richetti, per ora resiste. Dice che “chiarirà tutto” con i magistrati, che è innocente e non ritira la sua candidatura alle primarie. 

Ma secondo me non andrà così. Perché è difficile immaginare che la Procura possa proscioglierlo nel giro di qualche giorno, prima delle primarie, visto che la chiusura dell’inchiesta è annunciata per ottobre. E perché non credo che il Pd si possa permettere di candidare un indagato alla successione di Errani, che si è dimesso perchè condannato per falso ideologico in appello dopo essere stato assolto in primo grado. 

Il Pd nel caos, tra chi accusa i magistrati e chi vuol far saltare le primarie.
Il PD è nel caos. Rispuntano i veleni. C’è chi sostiene che Richetti e Bonaccini sapevano già da tempo di essere, o di poter essere iscritti nel registro degli indagati. E che la notizia sarebbe stata resa pubblica ad arte da qualcuno per costringere tutti e due i candidati a ritirarsi. E c’è chi parla di “giustizia a orologeria” ed è tentato dalla via berlusconiana di mettere sotto accusa “il partito dei giudici”. La direzione nazionale viene rinviata. Renzi tace. Si torna a parlare del “briscolone” nazionale, o del possibile recupero della candidatura di Daniele Manca. C’è perfino chi arriva a chiedere al povero Roberto Balzani, l’unico candidato che sembra “in regola”, di ritirarsi. E c’è chi ipotizza l’annullamento delle primarie già convocate per il 28 settembre. Nei prossimi giorni vedremo come andrà a finire. Ma quel che è certo è che il Pd (e non solo quello emiliano-romagnolo) esce malissimo da questa vicenda. Dimostra di avere leader mediocri. E che nel dopo Errani finora c’è stato il pieno di candidati ma il vuoto di presidenti.

 

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