giovedì, Maggio 13

Primarie con legge elettorale proporzionale field_506ffb1d3dbe2

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Domenica scorsa si sono tenute le primarie del Partito Democratico, non di coalizione come quelle che hanno determinato il candidato Primo Ministro Pier Luigi Bersani. Prima dello sfacelo di febbraio, della non-vittoria del centrosinistra e delle larghe intese.
Dopo tutti gli accadimenti che ben si conoscono (larghe intese,  patto di Governo Pd-Pdl, ora Forza Italia) Pier Luigi Bersani si dimise da Segretario del partito per far posto, seppur per una fase transitoria, al traghettatore Guglielmo Epifani.
Ex Segretario della Cgil, socialista, era costretto a tenere in piedi «la ditta», come era stata chiamata dal suo predecessore, e traghettarla a nuove primarie, quindi ecco la data: dopo controversie interne legate alle regole, tensioni e minacce di scissioni, l’8 dicembre si sarebbero tenute le primarie del Pd.
Il quadro politico, però, nel frattempo si era fatto piuttosto singolare: Silvio Berlusconi era appena decaduto da Senatore, la scissione dei cosiddetti ‘alfaniani’ che avrebbero poi costituito il NCD (Nuovo Centrodestra) era ormai manifesta, e, il 3 dicembre, la Corte Costituzionale si sarebbe pronunciata circa gli elementi di incostituzionalità della legge 270/2005,  la Legge Calderoli, il Porcellum.
Quindi, la Corte sancisce che gli elementi del premio di maggioranza e delle liste bloccate sono incostituzionali, restituendo agli elettori un sistema proporzionale puro, ma  con sbarramento al 4%.

Il Partito Democratico, dunque, ha eletto il proprio Segretario, Matteo Renzi,  in un quadro politico che vede: un sistema elettorale proporzionale e una Repubblica Parlamentare e non Presidenziale. Che non prevede, dunque, l’elezione diretta del Capo dello Stato né, tantomeno, stando così la legge elettorale e nel caso più sfortunato in cui le elezioni si dovessero tenere di qui a breve senza che il Parlamento abbia messo mano ad un nuovo sistema, il Segretario del Pd potrebbe non essere designato dal Presidente della Repubblica per un mandato esplorativo per formare l’ipotetico Governo.
Dato, appunto, il sistema elettorale ora vigente.
Anche perché il sindaco di Firenze, ed ora neo segretario dei democratici vorrebbe, e manterrebbe, un sistema maggioritario per arrivare ad una sintesi in senso bipolare del sistema partitico italiano che si sostanzi anche con l’elezione diretta del candidato Primo Ministro dei due schieramenti contrapposti.
Questi ed altri nodi prova a scioglierli il politologo Carlo Galli, docente presso l’Università di Bologna e deputato del Partito Democratico

Si sono concluse le primarie del Partito Democratico in un sistema elettorale proporzionale e con un architrave istituzionale non presidenzialista. Che senso ha svolgere  le primarie con questi due fattori? L’Italia non è l’America in cui è presente l’elezione diretta del Capo dello Stato …
Le primarie alle quali abbiamo partecipato domenica sono servite ad eleggere il segretario del partito. Probabilmente  non sarebbe corretto definirle primarie, dato che con quel termine si intende – di solito – la determinazione dei candidati ad una carica elettiva monocratica. Noi le chiamiamo primarie, però, per indicare la nostra volontà di rendere partecipate le scelte fondamentali della vita del partito e dunque per far sì che il segretario del partito goda di una legittimazione più larga rispetto da quella che gli viene dall’essere iscritto solamente dagli iscritti. Aldilà di quello che si possa pensare di questa scelta, essa è, comunque sia, originaria: fa parte dello statuto e della costituzione materiale del Partito democratico.

Proprio su quello che ha detto, è un po’ improprio chiamarle primarie perché non si determina ‘la carica elettiva monocratica’. Il problema è che la Corte Costituzionale ha eliminato gli elementi di incostituzionalità della legge elettorale consegnandone una proporzionale. E, magari, il candidato che propone il Partito democratico non sarà scelto o mandato avanti, dal Presidente della Repubblica per un mandato esplorativo per la formazione di un nuovo Governo…
Si può rispondere in vari modi a questo proposito.. Prima di tutto il Parlamento è ancora in grado – e speriamo che lo voglio fare – di realizzare una nuova legge elettorale che debba essere ad esito maggioritario, anche perché molti sono concordi su questo punto,  e dunque una legge nella quale un’indicazione ancorché non vincolante, poiché non siamo una Repubblica Presidenziale, di un candidato Primo Ministro da parte di un partito o da parte di una coalizione, continuerebbe ad avere senso. Anche nell’ipotesi, abbastanza infelice e sciagurata, che il Parlamento non riuscisse a modificare la legge elettorale e si dovesse andare ad elezioni anticipate – non si sa ancora quando – con la legge elettorale vigente quale risulta dalla sentenza della Corte Costituzionale (che peraltro non è ancora nota nei suoi dispositivi, e quindi non siamo in grado di conoscere davvero la dinamica delle preferenze) anche se ciò avvenisse, dunque, è chiaro che il Capo dello Stato è libero di conferire un incarico di Presidente del Consiglio dei Ministri a chi egli crede. E’altrettanto vero che, con ogni ragionevolezza,  il segretario del partito più importante sarà quello che verrà prescelto in prima battuta, e quindi una designazione popolare del segretario del Partito democratico, che si gioca la partita per essere la forza politica più importante, più numerosa, più votata del nostro Paese, non è insensata.

La maggior parte dei commentatori afferma che Renzi è un homo novus che ha sbaragliato «la ditta», come l’ha chiamata più volte Bersani,  e che non viene dai partiti della prima Repubblica, in realtà lui era iscritto al Partito popolare, era un margheritino. «La ditta» ha chiuso i battenti o la cosiddetta Seconda Repubblica è collassata anch’essa sotto i colpi dei populismi e degli homines novi?
Gli homines novi, in questa situazione politica, non ci sono, non esistono: Renzi ha 38 anni e ne ha fatti una ventina – o poco meno – come uomo politico di professione. Tanto nuovo non è.
Proviene, però, come giustamente ha fatto notare, da un’esperienza politica, come chiunque; l’eccezione sarebbe Grillo o il Berlusconi del 1994.
Non c’è nulla di male, non è una discriminante né positiva né negativa l’ avere un passato politico alle spalle… Bisogna vedere, però, quale passato, quale presente e quale futuro. Da questo punto di vista, il nuovo segretario del Partito democratico è certamente di provenienza diversa, di stile diverso e anche di prospettive diverse rispetto a quello che è stato finora il nucleo dirigente del partito: esso è formato da ex Ds e da ex Margherita, cioè da ex comunisti  e ex- democristiani, in ultima istanza. Quindi, persone che nei casi dei più giovani hanno cinquant’anni e che, per coloro che hanno esercitato il potere finora, ne hanno fra i 60 e i 70. Renzi è nuovo nel senso che – beato lui – è giovane. Tuttavia non vi è dubbio che il Partito democratico, come si è configurato finora, soprattutto come si è configurato durante la gestione Bersani, avesse una preponderanza interna di personale politico derivante dall’esperienza della sinistra storica italiana, con qualche aggiunta dell’esperienza democratico cristiana. Sinistra storica italiana alla quale molte cose devono essere imputate, comprese le sconfitte che in politica sono decisive, se non si ha della politica una visione da testimonianza. Una sinistra storica italiana rispetto alla quale Renzi è sicuramente estraneo nei valori, nello stile e nell’idea stessa di politica. Direi che il punto fondamentale è che la politica, come è stata concepita a sinistra, era una politica che aveva necessariamente uno spessore storico, che andava analizzato con strumenti culturali prima che si potesse passare all’azione politica. Cosa che, per l’appunto, si è imputata a Cuperlo a cui è stato rimproverato che, quando i giornalisti gli rivolgevano domande di politica, cominciava a parlare dal Tardo Rinascimento, ma questo perché secondo l’impostazione dell’analisi politica. Che,  tra parentesi , faccio mia: io sono un vecchio professore quindi non posso pensare diversamente, la politica si fa così. E bene: Renzi non la fa così, è un altro modo di fare politica. La sua estraneità è, prima di tutto, culturale e questa è una discriminante politica perché io credo si sia giocata la partita su questo, almeno in parte. Ma credo anche  che la maggioranza dei voti che sono andati a Renzi derivino  non solo dall’adesione ad un nuovo modo di pensare la politica, ma anche dalla rabbia e dall’esasperazione per le sconfitte del nucleo storico della dirigenza del Pd che, dopotutto, non è stata all’altezza del proprio passato .

Nel suo primo discorso da Segretario la sera stessa in cui ha vinto le primarie, Renzi ha definito i sostenitori del proporzionale come sconfitti per l’ampia partecipazione alle primarie. Ma se uno dei due Segretari maggiori dei partiti che sostengono il Governo afferma che bisogna tornare ad un sistema maggioritario, con superamento del bicameralismo perfetto, non si rischia una situazione di ingovernabilità come fino ad ora si è verificata, o comunque una banale commistione di argomenti fra centrodestra e centrosinistra?
Tenga conto che molte delle cose che ha detto Renzi, ma anche altri, negli ultimi giorni della campagna delle primarie, hanno una giustificazione di carattere retorico/propagandistico.
Renzi è un forte sostenitore del sistema bipolare e vuole che al bipolarismo si arrivi attraverso leggi elettorali maggioritarie – farei notare che il bipolarismo c’era anche tempi della Prima Repubblica: c’erano i comunisti e i loro alleati e i democristiani con i loro alleati, nonostante le leggi proporzionali -, e dal momento che è la  persona che ha più potere nel partito, che è il più grande degli altri, ciò fa sì che sarà difficile che si possa marciare verso una riforma della legge elettorale avendo in mente di farne una proporzionale.  Insomma, se il nuovo capo del Pd non vuole una legge proporzionale, diventa difficile farla. Resta ancora, tuttavia, difficile trovare con chi fare una legge, una qualunque legge. Ricordiamoci che abbiamo un Parlamento inchiodato in una situazione di costante instabilità, generata dalla reciproca incompatibilità delle forze politiche, e dalla loro incapacità di allearsi se non sotto costrizione.  Quando si sono alleate le due forze politiche che reggevano le larghe intese, una delle due,  quella più debole, cioè la destra, si è spaccata. E in questo momento, perché ci sia una legge maggioritaria (e poniamo il caso che questo effetto maggioritario debba essere prodotto attraverso un doppio turno), bisogna puntare sulla disponibilità di Alfano ad attuare il doppio turno. Questo, peraltro, lo butterebbe  tra le braccia di Berlusconi:  il che non è ovvio. Renzi  può volere fortissimamente quest’impostazione maggioritaria, ma poi è il primo a sapere che non è che la si possa ottenere dall’oggi al domani.
E’ più facile che Renzi possa ottenere risultati di carattere simbolico, come il deposito di una legge costituzionale di abolizione del Senato, oppure con qualche cosa che ha a che fare con la diminuzione dei costi della politica, ma sulla legge elettorale ho paura che gli ostacoli ci siano ancora tutti…

Oggi è il secondo giorno del blocco annunciato degli autotrasportatori, strade del Nord e del Sud bloccate, panico per il reperimento dei carburanti il giorno prima. Il tutto condito con dei presidi degli stessi lavoratori in lotta senza bandiere di partito, nonostante Forza Nuova e Liga Veneta ne rivendichino la paternità. Come mai la destra radicale riesce ad intercettare quei movimenti mentre il Pd sembra esserne sempre più distante?
Premesso che non parlo a nome del Pd, mi sembra che un partito di governo come il Pd – per quanto possa essere preoccupato (ed effettivamente lo è) della situazione economica, delle conseguenze sociali e civili che dalla crisi economica discendono -, difficilmente schizofrenia si possa mettere tra i movimenti armati di forconi a protestare contro se stesso. E’  più probabile che questo tipo di proteste sia intercettato da altre forze politiche, che in questo caso sono il Movimento cinque stelle da una parte  e a vota di più le formazioni di destra dall’altra (da Casa Pound a Forza Italia). Cosa che, peraltro, ritorna come costante, basti pensare ai camionisti che fecero cadere, anche se non solo essi, il governo Allende.

Proprio riguardo alle piazze, dopo uno sciopero generale della Fiom di settembre, Guglielmo Epifani aveva dichiarato che, in preda alle polemiche circa il Pd che non aveva preso parte al corteo, bisogna «saper ascoltare la piazza e non subire il richiamo della foresta di essa». Il Pd, però, di richiami della foresta ne ha subiti ben pochi … Quello degli autotrasportatori ne è la riprova?
Diciamo che se c’è un partito abbastanza immune dalle vicende della piazza è il Pd, che ha sacrificato se stesso, e una parte del proprio ceto dirigente, sull’altare della stabilità, della governabilità e della responsabilità. Questo col risultato di risultare sgradito ad una parte della piazza e ad una parte anche del proprio elettorato. Non a caso chi ha vinto le primarie come segretario del partito democratico, ha utilizzato – e questo lo si è detto senza polemica, ma  è un dato di fatto – in dosi omeopatiche, toni e modalità argomentative di tipo populista. Ripeto: in dosi omeopatiche. Mentre gli altri se ne servono in dosi massicce, a fini anti sistema. Ma un tono del genere è venuto anche da Renzi perché il Partito democratico si è dimostrato, in nome della governabilità, della stabilità e della responsabilità, sostanzialmente incapace, o almeno  nell’impossibilità, di rispondere alle esigenze e alle sofferenze durissime

 

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