lunedì, Aprile 19

Italicum oggi, poi il partito della Nazione

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In campagna elettorale, dice il Presidente del Consiglio Matteo Renzi, «bisogna parlare poco e andare nel merito, fare proposte concrete». Lo dice a Mestre, dove è corso in soccorso dei candidati Alessandra Moretti (per la Regione Veneto) e Felice Casson (per il Sindaco di Venezia), additandoli appunto, come campioni del ‘fare’, e del ‘concreto’, in contrapposizione «a tanti euro-parlamentari che vediamo sempre in TV, e che invece di avere la felpa Bruxelles o Strasburgo hanno la felpa dei comuni che visitano. Non bisogna star troppo a parlare». E uno può anche convenire, non fosse che sembra di trovarsi all’asino che rimprovera al bue di ragliare: che in quanto ad apparizioni televisive e ‘parlare’ è una bella gara quella che contrappone i due Mattei, quello di Palazzo Chigi e quell’altro, il Salvini leader della Lega…   Quanto alle proposte concrete, beh, ognuno giudichi e si dia la risposta che più trova convincente.
Al di là delle schermaglie e delle battute: per ora Renzi procede col vento in poppa: oggi la Camera dei deputati darà il via alla nuova legge elettorale; Expo 2015 gli sta dando una buona boccata d’ossigeno, i contestatori, devastando Milano come hanno fatto, gli hanno reso, di fatto un enorme favore; c’è sì unpiccoloproblema: quello della Corte Costituzionale che dichiara incostituzionale la norma dell’ex Ministro del Lavoro Elsa Fornero che blocca l’adeguamento annuale delle pensioni al costo della vita per gli assegni superiori a tre volte il minimo INPS (si parla di pensioni di circa 1.500 euro lorde al mese). Per quella norma, lo ricorderete, Fornero scoppia in lacrime davanti alle telecamere; ora dice che all’epoca non capì bene di cosa si trattava, e che comunque fu Mario Monti a imporre la cosa. Come siano andate le cose ormai importa poco. Quel che conta (in senso anche letterale) è che in virtù di questa sentenza lo Stato dovrà versare gli adeguamenti arretrati (cinque miliardi di euro), e ricominciare a versare quelli annuali da adesso in poi. Addio ‘tesoretto’ evocato solo una settimana fa, e che peraltro era più virtuale che reale (e questo a proposito di cose concrete, di ‘dire’ e di ‘fare’). Nelle sue innumerevoli interviste e nella valanga di twitter, Renzi assicura che «ormai tutti i numeri, gli indicatori economici, sono positivi»; chi mostra qualche dubbio o perplessità automaticamente viene bollato come ‘gufo’, ‘rosicone’, o ‘professionista del non ce la facciamo’; e però si fa una certa fatica a essere ottimisti quando non più di un paio di giorni fa si viene a sapere che dopo il calo del mese di febbraio, nel marzo scorso gli occupati diminuiscono dello 0,3 per cento (sembra un nulla, ma è un meno 59 mila) rispetto al mese precedente; che il tasso di occupazione, pari al 55,5 per cento, cala nell’ultimo mese di 0,1 punti percentuali; e che rispetto a marzo 2014, l’occupazione è in calo dello 0,3 per cento (-70 mila); e ancora: i disoccupati aumentano su base mensile dell’1,6 per cento (+52 mila). Dopo i cali registrati a dicembre e a gennaio e la lieve crescita a febbraio, a marzo il tasso di disoccupazione sale ancora di 0,2 punti percentuali, arrivando al 13 per cento. Nei dodici mesi il numero di disoccupati è cresciuto del 4,4 per cento (+138 mila) e il tasso di disoccupazione di 0,5 punti. Il numero delle persone ‘inattive’ (bel termine, vero, per far ingoiare meglio il fatto che sono ‘disoccupati’!), si mantiene stabile sul 36 per cento; percentuale destinata ad aumentare se ci si concentra alle fasce dei più giovani.
Torniamo alla legge elettorale: vai a capire perché bizzarramente battezzata ‘Italicum’. Un anno fa, su ‘Il Corriere della Sera’ il costituzionalista Michele Ainis celiava: «Si chiama Italicum, perché siamo patriottici; e con un latinetto, secondo la moda brevettata da Giovanni Sartori. Da qui il Mattarellum, il Porcellum, il Tatarellum, il Consultellum e via latineggiando. Ma non basterebbe un intero vocabolario di latino per etichettare tutti i nostri sistemi elettorali. Quanti ne abbiamo in circolo? Uno per ogni tipo d’elezione, dai Comuni alle Regioni, dal Parlamento di Roma a quello di Bruxelles…».
Sull’Italicum si è schiantata la già schiantata minoranza del PD: e c’è Massimo D’Alema, che ancora non si rassegna al suo ruolo di pensionato nobile; e c’è Pierluigi Bersani, che non riconosce più come sua la ‘ditta’ che ha contribuito a fondare, ma non la lascia; e c’è Gianni Cuperlo, che promette lealtà («cercheremo di restare nel partito»), e si vuole di affrancarsi dalla stretta dei vecchi padri politici (quelli che, per dirla con Bersani, «sono un presidio di esperienza», forse un patrimonio di fragorose sconfitte? Partirono per ‘smacchiare’, sono finiti ‘asfaltati’); ci sono gli Enrico Letta e i Roberto Speranza, gli Stefano Fassina, che sparano cannonate alzo zero. Sentite, per esempio Fassina, intervenuto a uno dei pochi circoli romani del PD sopravvissuti, quello dell’Esquilino: «La posta in gioco è molto alta. L’Italicum è una legge di rango costituzionale, determinante per la qualità della democrazia, decisiva per gli assetti istituzionali, nel rapporto fra esecutivo e Parlamento, fra potere legislativo e potere esecutivo. Il voto di fiducia sulla legge elettorale in termini di principio è inaccettabile. Anche se fossi da solo non voterei mai questa legge. La fonte di legittimazione popolare non c’è più, non c’è più l’autonomia della legislatura, l’esecutivo domina il legislativo».
Renzi e la fidatissima Maria Elena Boschi, Ministro per le Riforme, ripetono come un mantra che la nuova legge elettorale «contribuisce a rendere moderno il Paese, insieme alle riforme economiche ed istituzionali». Alfredo D’Attorre, della minoranza, neppure troppo velatamente fa capire che al Senato non sarà una passeggiata: «Ricordo che a palazzo Madama 24 senatori del PD non hanno votato il jobs act e la legge elettorale». Insomma, tutti a far i conti col pallottoliere; è comunque quasi certo che se un consistente numero di senatori del PD dovessero far mancare il loro voto (al Senato la maggioranza è risicata), in soccorso di Renzi arriverebbe una robusta pattuglia di transfughi del Movimento 5 Stelle e di ex Forza Italia; e anche i parlamentari che fanno capo all’ancora berlusconiano Denis Verdini, protetti dal voto segreto, sono pronti a sostenere il Governo Renzi.
L’unica vera incognita è costituita dal Presidente della Repubblica; e già in molti, in queste ore, lo stanno tirando per la giacchetta, perché non firmi l’Italicum quando il testo arriverà sulla sua scrivania. Perché non dovrebbe farlo? Motivi, in verità, ce ne sono. Quando la Corte Costituzionale praticamente smantellò il Porcellum, diede anche delle precise indicazioni, riguardo la costituzionalità di quella che sarebbe dovuta essere la futura legge elettorale. Ora dell’Italicum si può dir tutto, ma non che recepisca quello che la Corte Costituzionale ha prescritto si dovesse fare per essere in linea con la Costituzione. Logica vuole che Sergio Mattarella non firmi la legge, anche perché tra i giudici costituzionali che emisero quella sentenza, c’era anche lui… Smentire così platealmente il Governo, dopo che Renzi ha perentoriamente proclamato ‘o questa legge così com’è, o il mio Governo va a casa’, comporta che l’inquilino di palazzo Chigi si dovrebbe dimettere dall’incarico, con nessuna certezza che si possa costituire un Esecutivo alternativo. Dunque, elezioni anticipate; che sotto sotto nessuno desidera: non i singoli parlamentari, che vedrebbero sfumare il loro vitalizio, con la certezza che metà di loro non saranno più ricandidati; e con il cupo scenario che si prospetta: tenuta del movimento di Beppe Grillo; Lega egemone nel centro-destra; Renzi egemone nel centro-sinistra: tre blocchi sostanzialmente equivalenti, e tutti e tre minoritari: perché il vero grande partito che si costituirà, assai più consistente di quello che si è manifestato alle ultime elezioni europee, sarà quello degli astenuti; come avremo modo, probabilmente, di constatare alle ormai imminenti regionali.
Resta la domanda: perché Renzi insiste tanto con l’Italicum? Presto detto. Ha bisogno di questa legge, senza modifiche. Ogni giorno si accredita come l’uomo deciso, one man show, come in America il commander in chief, l’uomo del ‘fare’; quello che se la ride delle opposizioni (e in effetti Forza Italia è diventata una comica). Sì, una volta aveva detto che le leggi di valenza costituzionale hanno bisogno di una larga maggioranza parlamentare, vanno condivise; ma sono cose che si dicono, come quando si rassicura Enrico Letta dicendogli di stare sereno… Chiuderà questa partita (o con i voti di fiducia o con le elezioni anticipate, poco importa). L’obiettivo a cui guarda Renzi è quello di rottamare l’intero PD (che del resto è una quanto mai posticcia unione di ex comunisti, ex democristiani, reduci socialisti e molti non si sa bene che cosa) e dar vita al suo partito della Nazione: molto trasversale, nessuna particolare identità, un comitato elettorale, insomma. ‘Tu vuò fa l’americano’, cantava Renato Carosone; solo che per fare gli americani, bisogna, appunto, essere americani. Renzi è invece nato a Firenze…

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