lunedì, Aprile 19

Prima della sua distruzione lo shuttle Columbia subì un grave incidente Negli incidenti dello spazio non si piangono solo gli astronauti

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Ricordiamo la giornata di oggi con la profonda malinconia di un grave disastro accaduto alla storia dello spazio mondiale. «Questo giorno ha portato terribili notizie e una grande tristezza nel nostro paese. È stato perso il Columbia; non ci sono sopravvissuti» furono le parole del presidente George W. Bush il 1° febbraio 2003, quando si apprese che i sette componenti della missione erano inequivocabilmente deceduti, tra cui un astronauta israeliano e la prima donna indiana, al rientro della missione STS-107, tragicamente terminata alle 9 del mattino. Ma Columbia aveva già creato grossi problemi alla NASA.

Lo Space Shuttle Columbia fu il secondo vettore recuperabile americano e fu il primo a volare nella missione compiuta tra il 12 e il 14 aprile 1981. Il primo, Enterprise con il nome di “Star Trek” di Gene Roddenberry ebbe altre destinazioni sperimentali perché fu realizzato senza motori e senza uno scudo termico funzionante, quindi incapace di operare nello spazio senza ulteriori modifiche. E infatti chi ha buona memoria lo ricorda, il primo shuttle montato su un Boeing 747-100 con le matricole N905NA, che ancora era di proprietà della American Airlines durante i test di volo.

La costruzione del Columbia iniziò nel 1975, in California a Palmdale e durò fino al 1979 quando completata la costruzione l’orbiter venne portato al Kennedy Space Center per iniziare i test di programma e proprio il 19 marzo 1981, prima del lancio inaugurale, due tecnici rimasero uccisi e quattro feriti durante un test a terra sull’orbiter. Teniamo a ricordare questo episodio, nel giorno che la chiesa cattolica dedica ai papà la festa dell’anno perché spesso le vicende dello spazio fanno riferimento solo agli astronauti e non a tutti coloro che silenziosamente partecipano alle attività di costruzione e sacrificano la loro vita anonimamente.

Mentre si effettuavano tutte le verifiche necessarie, durante lo spurgo di un serbatoio di azoto dell’orbiter, il chimico John Bjornstad di 50 anni, uno dei cinque tecnici Rockwell International che stavano lavorando all’interno di una sezione posteriore dell’orbiter sopra il motore, inalò un getto di gas e perse subito i sensi. Si spense dopo poche ore a bordo dell’elicottero che avrebbe dovuto portarlo all’ospedale Titusville. La seconda vittima fu Forrest Cole, che cessò di vivere due settimane dopo l’incidente all’ospedale universitario di Gainesville. L’operazione dei due tecnici, come comunicò poi l’ente americano era una procedura di routine che utilizzava azoto per scaricare tutto l’ossigeno dal vano motore prima di essere iniettato nelle camere pressurizzate. Non vi erano state manovre improvvisate e su questo bisogna dar atto alle procedure americane che sono in questi casi sempre assai rigorose. Dopo un conto alla rovescia eseguito senza interruzioni, i tecnici erano stati autorizzati dai supervisori della sicurezza della NASA ad entrare nel compartimento. Credendo che le condizioni all’interno della Columbia fossero sicure, così almeno avrebbe dovuto essere, Bjornstad e Cole con altri tre colleghi entrarono nell’ambiente senza indossare gli air pack. L’azoto è un gas maledetto essendo sia inodore che incolore, che da solo non uccide, costituendo quasi l’80% dell’aria ordinaria, ma se l’esposizione priva una persona di tutto l’ossigeno, la morte avviene per ipossia, che è la mancanza di ossigeno.

E infatti i cinque uomini persero conoscenza prima di rendersi conto che qualcosa non andava. Anche una sesta persona, Don Largent un vigile del fuoco della Wackenhut Corporation, che era andato in soccorso dei tecnici colpiti fu ricoverato per aver trascinato le vittime dallo scompartimento dando l’allarme. Ma poi rilasciato dopo poche ore.

Andò meglio per i tre gregari: William Wolford fu ricoverato a Melbourne per osservazione. Gli altri due tecnici di Rockwell, Nicholas Mullon e J.L. Harper, assistiti in un ospedale di zona furono poi rilasciati senza conseguenze.

Ma quell’efficienza di cui parlavamo prima aveva anche molti punti negativi, infatti gli sforzi di soccorso dei colleghi, nonostante tutta la buona volontà necessaria, furono vanificati dal fatto che i mezzi di soccorso vennero fermati per ben sette minuti dalle guardie di sicurezza vicino al perimetro del padiglione al Kennedy Space Center, perché il cancello principale non era stato allarmato. Questo elemento ha pesato sulle nuove procedure, che dopo un’indagine di tre mesi da parte di una commissione d’inchiesta della NASA si concluse con un cambiamento nelle procedure di test e una diversa gestione delle comunicazioni nel centro spaziale. Con una scrollata di spalle qualcuno ha asserito che le due morti furono le prime fatalità per il programma spaziale degli Stati Uniti dal 27 gennaio 1967, quando gli astronauti Virgil Grissom, Ed White e Roger Chaffee furono uccisi dal fuoco che riempì di fumo tossico la capsula durante i test a terra per la prima missione Apollo. Noi prendiamo con molta cautela queste affermazioni e onestamente riteniamo che conti veramente poco che i nomi delle due vittime del lavoro siano segnate su un cippo alla NASA.

Il dramma che colpì le maestranze dell’industria in servizio presso la NASA non crearono ritardi. Durante la sua ultima missione, l’equipaggio del Columbia era costituito da Ilan Ramon, Kalpana Chawla, il comandante Rick Husband, il pilota Willie McCool, Michael Anderson, Laurel Clark e David Brown.

La mattina dell’incidente la nave spaziale stava rientrando in atmosfera dopo una missione scientifica di 16 giorni. Erano le 9:00 locali quando il cielo del Texas riempì di detriti che si erano iniziati a produrre a un’altitudine di 63 km e a una velocità di circa 20.160 km/h.

La responsabilità di tutto sarebbe stata attribuibile a un blocco di schiuma solida si era staccato dall’ External Tank colpendo il rivestimento dell’ala sinistra della navetta provocando un foro di circa 25 cm. Si era a conoscenza del danno ma la valutazione non diede peso a possibili rischi.

Dopo la perdita dello Shuttle, venne sospeso tutto il programma, con lo spostamento dei progetti di assemblaggio della Stazione Spaziale Internazionale. Un dramma che colpì molti paesi, non ultima l’Italia che aveva molti interessi scientifici in quelle missioni.

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