domenica, Ottobre 24

Previdenza Sociale in crollo

0

É paradossale pensare che in Grecia, il settore della previdenza sociale rappresenti una ferita che tormenta società ed economia, quando il pianto amaro dovrebbe essere legato ai tagli alle pensioni, all’aumento dell’età pensionabile e al decostruzionismo in generale del sistema previdenziale. Le misure di sicurezza adottate dalla Troika e dai governi che si sono susseguiti nel quadriennio 2010-2014, si sono tradotti in nient’altro che tagli del 45% sulle pensioni ausiliarie, e nei bonus al termine del servizio. Tagli simili hanno inflitto un duro colpo alla qualità della vita dei pensionati, contribuendo, per di più, al calo consistente della riserva destinata alla previdenza sociale (4,5 miliardi di euro nel 2013). Questa discesa non è altro che il risultato dell’aumento del numero dei pensionati – circa 600.000 negli ultimi cinque anni – e della diminuzione dei salari di 12,5 miliardi di euro a causa del PSI (l’haircut del valore nominale dei titoli di stato destinato ai fondi previdenziali), del taglio degli stipendi di circa 4 miliardi, oltre che delle quote di mercato da 18.9 miliardi nel 2010 a 8,6 miliardi nel 2015 e, non ultimo, dell’alto tasso di disoccupazione (27%). La perdita salariale per la disoccupazione è stimata intorno ai 6,5 miliardi. Due concause della diminuzione degli stipendi nel sistema previdenziale sono l’evasione dei contributi stimata a 15 miliardi nel 2014, e i contributi non ancora saldati a beneficio del sistema previdenziale (17,4 miliardi per il 2014).

Le decisioni della Troika e del Governo di diminuire le spese per il sistema dei benefit di solidarietà per le pensioni sociali (E.K.A.Σ.) sarebbero finalizzate a nuovi progetti di unità previdenziale. Il taglio delle pensioni ausiliarie, i bonus di termine dell’esercizio, disincentivi per chi va in pensione prima dei 62 anni, l’aumento a 20 anni (e non più di 15) e a 6.500 giorni lavorativi (invece di 4.500) per raggiungere l’età minima pensionabile, porteranno 2,6% punti percentuali in più sulle spese previdenziali nel periodo 2010-2050. Inoltre, il numero dei pensionati aumenterà potenzialmente del 70% nello stesso lungo periodo. Non c’è ombra di dubbio che sia in corso un piano per la diminuzione delle pensioni e del bonus al termine del servizio di oltre il 60% entro la fine del decennio. É la sola via per una solida base al sistema di previdenza sociale. Di certo, un simile exploit causa congiuntamente anormalità nelle istituzioni del sistema e un cambiamento strutturale nel carattere.

Queste stime giungono da una delle voci più autorevoli sulla scena del panorama previdenziale e della legge del lavoro in Grecia, il Professore di Politica Economica e Sociale alla Panteios University, Savvas Rombolis. Rombolis è un Eurodeputato di Syriza e Direttore dell’Institute of the General Labour Union in Grecia (ΓΣΕΕ).

Abbiamo chiesto al Professore di scendere nel dettaglio su due tematiche importanti: un eventuale collasso dei Fondi previdenziali e la disoccupazione giovanile in Grecia.

Professor Rombolis, la crisi che sta attraversando il Paese sembra mettere in pericolo la previdenza Fondi pensione. Qual è il suo parere a proposito?

Stando a quanto dichiara la versione definitiva del ‘Memorandum 2015-2018′, il contributo statale diminuirà da 21miliardi del 2011 e di 15 miliardi del 2012 a 8,6 miliardi ogni anno. Se consideriamo anche la perdita salariale del sistema pensionistico dovuta alla recessione, il tasso di disoccupazione (27,5%), l’evasione dei contributi previdenziali, la diminuzione dei contributi,, il crollo salariale e così via, il quadro pensionistico è più che chiaro davanti agli occhi di tutti. Certamente, sono in corso di trattativa le possibili risorse che aiuterebbero a equilibrare l’ago della bilancia tra benefits e losses. Altrimenti, la soluzione a senso unico resta un’ulteriore abbassamento delle pensioni sociali. Credo che, per evitare la catastrofe, si stia andando verso l’unificazione dei Fondi della libera professione – avvocati, medici, ingegneri, giornalisti – così da sfruttare le loro riserve per finanziare il bassissimo livello di pensioni attuale, e per evitare ulteriori tagli deleteri.

Qual è soprattutto la particolarità di questa situazione? Esiste una possibilità di collasso nel sistema dei Fondi di Previdenza Sociale?

Attualmente, sulla base di studi specifici condotti dall’Istituto dell’Unione Generale del Lavoro della Grecia, relativamente al periodo 2013-2050, la riserva per i Fondi è di 4,5 miliardi di euro; una somma simile coprirebbe un periodo di due mesi per le pensioni e le ausiliarie. La situazione economica è davvero in ballo adesso. La riduzione delle risorse da 20 miliardi nel 2009 al livello attuale, non è altro che il risultato del cosiddetto haircut (PSI) che ha provocato una perdita di 12,5 miliardi di euro. Questo è anche il risultato di un alto tasso di disoccupazione e dell’aumento del numero di pensionati. Ne consegue che le risorse ricavate dai contributi previdenziali e statali non sono più sufficienti. I Fondi pensionistici devono sfruttare le proprie riserve.

Come agire, allora?

La disoccupazione crescente potrebbe portare a un cambiamento signifcativo. Ma le nostre stime per uno sviluppo reale prevedono un arco di tempo molto lungo, se si guarda al tasso di crescita del PIL nazionale. Anche dopo il 2015, il PIL resterà basso e almeno fino al 2025 si parlerà di basso tasso di sviluppo, collocate in una forbice che andrà dall’1 al 2%. La disoccupazione resterà alta. In breve, assisteremo a una sorta di lenta ripresa, ma senza alcuna diminuzione della disoccupazione. Naturalmente, la questione dei Fondi pensionistici non diverrà certo evanescente.

Da parte nostra, quando si è intrapreso un dialogo nel 2010, noi avevamo fatto presenti alcune risorse nuove che sarebbero potute derivare dall’economia – ad esempio, un contributo dello 0,01% sulle tariff autostradali, o una piccola percentuale sulle furniture ospedaliere, o sui contratti pubblici relative a infrastrutture e operazioni finanziarie. Se ne contavano 25 di risorse e tutte diverse tra loro, e tutte al contempo potenzialmente in grado di fornire supporti salariali. Quelle stesse risorse avrebbero potuto sì reggere il sistema pensionistico, ma anche far slittare il punto critico dal 2024 al 2034.

Ebbene, quella proposta del 2010 non fu accettata, perchè fu stimato che con una maggior riflessione sul sistema, la diminuzione delle pensioni e l’aumento dell’età pensionabile, il sistema avrebbe potuto ricavarne le giuste risorse. Ed era anche la pressione imposta dalla Troika. Ma è ormai ben chiaro a tutti che il sistema si trova oggi in un’ impasse generale. Quello che si dovrebbe portare all’attenzione è il fatto che nel primo Rapporto esiste una misura secondo cui le spese previdenziali, nel periodo 2010-2060, non dovrebbero superare il 2,6% del PNL. Nel 2010, le spese ammontavano al 17,5% del PNL. Una proiezione del FMI ha stimato al 24% del PNL le spese per l’anno 2050: ecco spiegato il dato del 2,6%. É chiaro che in queste circostanze non ci si possa auspicare un aumento delle pensioni. Bisogna anche considerare che entro quella data, i pensionati saranno aumentati del 70%. Insomma, il sistema previdenziale, nonostante i grandi tagli, è di nuovo a un punto morto, e come se non bastasse, richiederà ulteriori sforbiciate.

La Grecia occupa il primo posto in Europa per il tasso di disoccupazione, molto altoo, ma al tempo stesso per il lavoro non dichiarato, e chiaramente non coperto dalla previdenza. Secondo lei, si può cambiare la situazione, e come?

Le ripercussioni sull’economia e sulla popolazione, che derivano dalla svalutazione interna in Grecia, mostrano che la recessione (-25%) e la disoccupazione (27%) non sono un effetto collaterale della crisi economica, anzi, non rappresentano altro che i risultati negativi previsti dalla cattiva applicazione delle scelte politiche, fautrici del deficit e del debito economico.

Tali scelte hanno privato l’economia della Grecia di possibili risorse di investimento, occupazione e sviluppo, e sono serivite a innescare una lenta e infelice riduzione del debito (misure di austerity pari a 63 miliardi per il ribasso del deficit a 28 miliardi). Di recente, uno studio ha evidenziato risultati alquanto insoddisfacenti. La Grecia, tra 600 altri Paesi, si trova al 57o posto per margine concorrenziale, e agli ultimi posti per tutti gli altri indicatori istituzionali.

In altri termini, mentre il decostruzionismo e la svalutazione delle fondamenta del Paese proseguono la loro corsa, la creazione di nuovi posti di lavoro e la ripresa dell’economia vengono ritardate. La svalutazione degli stipendi ha peggiorato le condizioni per la suddivisione delle risorse e ha ingrandito il divario e le contraddizioni del mercato del lavoro. Ha sicuramente inasprito le condizioni di lavoro in genere, con buona pace dell’eliminazione della cosiddetta flessibilità sul lavoro e dell’uscita dalla crisi.

É necessario, per la Grecia ma anche per altri Paesi europei, rafforzare il tasso di sviluppo, ristrutturare il debito e incrementare la liquidità economica. Le priorità di investimento dovrebbero incontrare le strutture e i servizi relegate allo sviluppo sociale. Questo sì, sarebbe il giusto modo per la creazione di nuovi posti di lavoro e l’aumento degli stipendi. Le politiche pubbliche economiche e finanziarie dovrebbero matchare, al contempo, investimenti privati nel sistema produttivo del Paese, e le piccole e medie imprese per aumentare le possibilità di occupazione sul breve periodo: condizioni necessarie e sufficienti per la trasformazione e la ristrutturazione alla base dell’economia. Condizioni che creeranno, a livello locale e regionale, nuovi stimoli e che risponderanno alle sfide per il presente e per il futuro.

 

traduzione di Silvia Velardi

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->