lunedì, Agosto 2

Prevenzione batte la cura della malattia 3 a 1

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Recuperare risorse finanziarie da destinare al comparto sanitario e assistenziale è un obiettivo molto ambito. Ci hanno provato ministri della Salute, commissioni parlamentari, governatori di regioni e non ultimo manager delle aziende sanitarie locali. Il risultato fino a oggi però si è dimostrato assai scarso perché sono state battute strade dispendiose e non coerenti con gli adeguati sistemi gestionali dove, la chiave di volta si è dimostrata essere invece la prevenzione delle patologie, prima della cura di queste.

Proprio in queste ultime settimane i riflettori sono stati puntati sul flop incassato dal ministro della Salute Beatrice Lorenzin che si era prefissata di portare a casa un risparmio netto di 100 milioni di euro cercando di far approvare la riforma sulla limitazione delle prescrizioni sanitarie. Invece quel decreto sull’appropriatezza prescrittiva si è arenato sul tavolo delle trattative a causa dei troppi errori tecnici contenuti nella stesura del testo di legge e fatti emergere, in sede di confronto, dai sindacati dei medici di famiglia. Eppure, in questo quadro deludente pieno di tentativi andati a monte e di politiche gestionali che altro non hanno prodotto se non incrementi del  debito pubblico nel settore assistenziale, un modo per cercare di produrre risparmi sanitari ci sarebbe eccome.

E’ risaputo infatti che prevenire una patologia è, nel medio termine, sicuramente meno dispendioso che curarla. Sia per il paziente che deve far fronte, sebbene dotato di esenzione, a una miriade di cure di contorno sia per il Servizio sanitario nazionale (SSN) che, in caso di affezione conclamata, deve garantire continuità assistenziale ed eventuali prestazioni di riabilitazione. E’ conteggibile in questo ambito una stima realistica che si ripercuote su quello che è il rapporto d’investimento fenomenologico. Vale a dire che ogni miliardo stanziato in prevenzione ne frutta infatti 3 di risparmi in cura e riabilitazione. Ovvero in dieci anni potremmo risparmiarne otto. Altro che i 100 mila euro agognati dalla Lorenzin in fatto di prescrizioni appropriate.

I dati emergono dall’ultimo rapporto stilato dall’Università Campus Bio-Medico di Roma e dal Fondo sanitario integrativo (Fasi), che però in fatto di prevenzione vede l’Italia come fanalino di coda nella classifica europea. Eppure se per la maggior parte dei Paesi membri la prevenzione è un investimento in salute e sostenibilità per la nostra penisola quest’obiettivo sembra tutt’altro che perseguibile. Inoltre dall’ultimo rapporto Ocse-Ue “Health at a Glance: Europe 2014” gli investimenti in attività di prevenzione sanitaria in Italia non solo arrancano ma toccano soglie inferiori all’1 per cento. Rispetto al fondo sanitario nazionale le risorse destinate alla prevenzione sono appena lo 0,5 per cento della spesa complessiva, contro una media Ue del 2,9, sopra la quale si collocano Paesi come Germania (3,2), Svezia (3,6), Olanda (4,8) e finanche la Romania (6,2).

Ecco come si avvalorano i numeri del fenomeno: «Ogni anno di aumento della vita libera da disabilità consente un risparmio dei costi di finanziamento della spesa sanitaria di circa 2 miliardi di euro – riporta il compendio OcseUe -. I benefici cumulati per investimenti sistematici e capillari in prevenzione primaria e secondaria potrebbero valere, per il SSN fino al 10 per cento della spesa. Prima fra tutte quella riferita alle principali malattie croniche, come quelle cardiovascolari, il diabete, l’obesità, la malattia ostruttiva polmonare e alcuni tumori che sono responsabili del 70 per cento delle disabilità. Al contempo anche le vaccinazioni vanno considerate con il loro peso: una copertura vaccinale adeguata fa sì che il concetto di investimento prevalga su quello di costo. Solo per l’influenza stagionale si contano quasi tre miliardi tra costi a carico del SSN e calo della produttività aziendale».

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