domenica, Novembre 28

Presidenziali in Iran: sarà lotta a due Raisi-Rouhani?

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Molto si è discusso sull’attuale posizione dell’Iran in Medio Oriente, e di come un passo falso durante il primo turno delle presidenziali – che si terranno il 19 maggio – potrebbe auspicare un brutto risveglio per gli americani e gli europei. Al momento, molti dei Paesi che puntano all’egemonia mediorientale stanno aspettando con trepidazione il 19 maggio: in ballo c’è l’apertura con l’Europa e l’Occidente, l’accordo sul nucleare con gli Stati Uniti e il rapporto con la Cina e in primis con la Russia che, proprio mediante la presa di posizione sulla questione siriana, si sta rinsaldando sempre di più.
Secondo un sondaggio condotto di recente dal Centro Ricerche della tv di Stato della Repubblica islamica (Irib), circa il 63,5% degli aventi diritto dovrebbe recarsi alle urne in occasione delle prossime elezioni.

Dunque, sappiamo che le elezioni iraniane influenzeranno molti dei già precari assetti in Medio Oriente, e proprio per questo l’Occidente al momento spera nelle rielezione del Presidente uscente, il riformista moderato Hassan Rouhani: colui che ha firmato l’accordo sul nucleare con Barack Obama, permettendo all’Iran di aprirsi economicamente e politicamente al mondo occidentale. L’Occidente è conscio dell’importanza economica mondiale dell’Iran, che è fra i primi produttori mondiali di gas e petrolio, di cui l’Europa, e non secondariamente l’Italia, ha un bisogno sempre più crescente.

Prima di elencare i candidati rimasti in lizza per la presidenza bisogna fare il punto della situazione sul funzionamento delle elezioni nella Repubblica Islamica vigente nel Paese. Quando si parla di Iran si deve ricordare che, pur essendo uno dei Paesi più avanzati del Medio Oriente, la Repubblica Islamica è ancora lontana dal modello di ʹdemocrazia europeaʹ a cui gli occidentali sono abituati a pensare. È certo che la scelta del Presidente sia molto importante per il futuro politico ed economico del Paese, ma l’ultima parola spetta sempre al Capo dello Stato, ovvero la Guida Suprema: l’Ayatollah Khamenei, massimo esponente del clero sciita.

Il Paese è fortemente influenzato dalla cultura religiosa, in quanto la Legge islamica sciita, rappresentata dall’Ayatollah, permea tutti gli strati della società. In qualche modo possiamo assimilare il Presidente della Repubblica islamica ad un Primo Ministro di uno Stato presidenziale, che deve appunto sempre rendere conto al Capo dello Stato.

In Iran è la Guida Suprema, in pratica, a determinare indirettamente l’approvazione dei candidati: gli aspiranti presidenti, infatti, sono scelti dal Consiglio dei Guardiani, un organo costituzionale formato da dodici membri, di cui sei sono teologi scelti dall’Ayatollah Khamenei, l’altra metà, invece, è composta da giuristi nominati dal potere giudiziario (in mano anch’esso alla Guida Suprema) e approvati dal Parlamento monocamerale. È indubbio, dunque, che questa prima scrematura sia opera indiretta dell’Ayatollah, il quale ha il potere di imporre il proprio volere senza essere ostacolato: non a caso, prima del 20 Aprile – giorno in cui si è riunito il Consiglio dei Guardiani per la scelta dei candidati – la Guida Suprema ha invitato l’ex Presidente Maḥmūd Aḥmadinežād a ritirare la propria candidatura, poiché già dalla prima fase della presidenza di Ahmadinejad (2009-2013) ci furono grandi contrasti con la Guida Suprema, poiché l’ex Presidente era, ed è tutt’ora, espressione di quelle tendenze estremiste delle milizie pasdaran, parte delle Forze Quds.

L’ayatollah Ali Khamenei, infatti, ha al suo soldo uno dei reparti speciali più temuti e rispettati di tutto il mondo: le Forze Quds al cui comando troviamo l’uomo più influente presente sulla scena internazionale il Generale Soleimani, forze che hanno un ruolo economico e politico davvero molto grande. La candidatura di Ahmadinejad, in queste elezioni, ha rappresentato in qualche modo una sfida all’ordine costituito che governa l‘Iran e, dunque, alla Guida Suprema stessa: in tal caso, però, questa sfida è stata vinta senza ombra di dubbio dall’Ayatollah, poiché il Consiglio dei Guardiani ha scartato la candidatura dell’ex Presidente senza dare dovute spiegazioni.

Tornando ai candidati in lizza, il Consiglio dei guardiani su circa un migliaio di nomi ne ha accettati sei: quest’ultimi, secondo i membri del Consiglio, sono coloro che meglio rappresentano le caratteristiche islamiche sciite, oltre ad avere già avuto esperienze di Governo pregresse. Pur non essendo delle candidature ʹdemocraticheʹ possiamo dire che i nomi scelti quest’anno rappresentano abbastanza fedelmente le varie correnti politiche del Paese.

Il Presidente uscente Rouhani è il candidato al momento più quotato; è rappresentante dell’ala moderata dei riformisti che ha creato un Governo di coalizione anche con i riformisti radicali, forse il partito più popolare fa gli iraniani, che ormai sono stanchi della politica isolazionista portata avanti dai conservatori e dagli ultra conservatori. Per questo e non solo Rouhani è il più papabile dei candidati: infatti, se rianalizziamo tutte le elezioni presidenziali iraniane degli ultimi decenni, ogni Presidente è stato rieletto e riconfermato per il secondo mandato. Questo è uno dei fattori determinanti per cui la scelta di Rouhani, per molti, pare scontata.

Se la vittoria di Rouhani, agognata dall’Occidente, è davvero così prevedibile, non sappiamo se arriverà direttamente al primo turno o se dovrà aspettare il ballottaggio. Ma, se così fosse, chi potrebbe essere dei cinque candidati il vero sfidante del Presidente uscente?

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