venerdì, Settembre 24

Presepe napoletano tra sacro e profano field_506ffb1d3dbe2

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La raffigurazione della natività ebbe le sue origini fin dai primordi del cristianesimo, con pitture ritrovate nelle catacombe del II secolo. Dal IV secolo d.C. la raffigurazione uscì allo scoperto come testimonia il mosaico raffigurante i Re Magi in Santa Apollinare Nuovo (Ravenna), divenendo uno dei temi più frequentemente rappresentati nell’arte religiosa.

Dalla raffigurazione pittorica della natività, si passò alla sua tridimensionalità grazie all’idea di San Francesco nel 1223, di realizzare una natività vivente presso il bosco di Greccio. Nacque così il Presepe, dal significato latino di ‘greppio-mangiatoia’ la cui tradizione è viva e radicata ancor oggi in tutti i Paesi cattolici.

Si ha notizia a Napoli di un presepe antecedente a quello di Greccio, già dal 1025 come dimostra un documento in cui si parla della chiesa di Santa Maria del Presepe, mentre verso il XV secolo iniziano a comparire i presepi nelle chiese partenopee. Si trattava di sculture lignee policrome, delle quelli una tra le più famose era quella dei fratelli Pietro e Giovanni Alemanno nel 1478 per la chiesa di San Giovanni a Carbonara.

Nel Cinquecento si ebbero i primi mutamenti, con accenni di paesaggio e la comparsa di qualche animale domestico oltre alla coppia bue e asino presenti nella grotta. Solo nel XVII secolo il materiale ligneo venne sostituito con pastori in cartapesta o con arti snodabili ricoperti da vestiti che furono il preludio naturale alla esplosione che il Presepe ebbe nel Settecento, in quanto si passò dalla committenza clericale a quella laica.

Età d’oro quella del XVII secolo, per il Presepe, sotto il regno di Carlo III di Borbone, che divenne un vero e proprio passatempo locale, adottato anche dalla regal coppia.
Ogni ceto sociale da quel periodo in poi ebbe il suo Presepe, secondo le possibilità economiche.
Da sacra rappresentazione devozionale esso divenne sempre più ricco di personaggi e dettagli, cui si associavano le diverse interpretazioni e significati.
In quegli anni nasce l’artigiano figurinista, il creatore delle statuette snodabili, i cui volti assumevano i contorni sempre più caratteristici, come le rughe dei contadini, le espressioni delle donne.

Altra specificità era il ‘masso’ o ‘scoglio’ cioè tutto l’insieme paesaggistico che costituiva il presepe: grotta, montagne, ruscello, ponticello. Le dimensioni divennero sempre più ridotte permettendo così l’ingrandimento dell’intero paesaggio, ora divenuto una vera e propria cittadina, con case, locande, gruppi di personaggi.

Ci sono diversi canoni da seguire per chi si accinge a mettere in pratica questo tipo di arte, ad esempio la grotta deve essere posizionata sempre al centro nel luogo più basso, poi non devono mai mancare le acque in almeno una delle tre versioni: del fiume, del pozzo e della fontana, ognuna col proprio significato. Il fiume rappresenta il tempo che scorre, il ciclo vitale della nascita e della morte; il pozzo è la via di collegamento tra la superficie e le acque sotterranee misteriose e spesso diaboliche; la fontana che riveste un ruolo magico, presso la quale avvengono apparizioni fantastiche.

Singolari anche i significati delle locande presenti nel Presepe come l’osteria, posta accanto alla grotta, con il suo contrasto tra la vita materiale e quella spirituale; il forno ed il mulino, posto vicino all’osteria, dove il pane è il chiaro simbolo di Cristo pane della vita ed il mulino con le sue pale simbolo del tempo che scorre.

Sicuramente ciò che attrae maggiormente nel presepe sono i personaggi, veri e propri spaccati di quotidianità, scene di vita popolare, dove ogni statuetta ha il suo significato e collegamento a leggende della tradizione partenopea.
La donna col bambino, posizionata nei pressi della grotta, la tradizione narra fosse una vergine di nome Stefania che gli angeli avevano impedito di avvicinarsi alla grotta, ma lei prese una pietra ed avvoltala in fasce ingannò gli angeli, pietra che prese vita trasformandosi in un bambino.
La zingara, posta vicino all’osteria o in un posto lontano dalla grotta, porta nel cesto oggetto di ferro, come il metallo usato per la crocefissione; la lavandaia testimone del parto della Madonna, in quanto levatrice, associata all’idea della rigenerazione, della nuova vita; gli ambulanti con i loro banchetti di cibarie come il pescatore ed il fruttivendolo con grossi grappoli di uva, di chiaro intento allegorico cristiano del pesce e dell’uva; il venditore di maccheroni ed il mangiatore di maccheroni che scongiuravano la paura della fame del popolo napoletano. Ogni ambulante rappresenta un mese dell’anno: gennaio il macellaio o salumiere; febbraio il venditore di ricotta e formaggio; marzo il pollivendolo e venditore di uccelli; aprile il venditore di uova; maggio è rappresentato da una coppia di sposi recanti un cesto di ciliegie e di frutta; giugno il panettiere o farinaro; luglio il venditore di pomodori; agosto il venditore di cocomeri; settembre il venditore di fichi o seminatore; ottobre il vinaio o cacciatore; novembre il venditore di castagne; dicembre il pescivendolo o pescatore.

Gli offerenti sono i pastori che giungono da ogni parte per omaggiare il ‘bambiniello’ con doni, seguiti da pecorelle sparse o veri e propri greggi. Tra di loro vi sono il pastore con al collo un piccolo agnello dal significato sacrificale di Gesù-agnello di Dio; il pastorello dormiente l’unico che abbia un nome Benino posto nel punto più alto del presepe, che viene associato al risveglio delle fede, simboleggia il cammino esoterico verso la grotta, il percorso in discesa attraverso il sogno, il viaggio compiuto da un giovinetto, da una guida iniziatica, da un bambino. Di importazione catalana, il presepe napoletano si arricchì del pastorello in atto di defecare, che simboleggia la fertilità della terra che viene concimata a dovere per l’anno successivo.

I nobili spesso commissionavano ai figurinisti una propria riproduzione da inserire all’interno del presepe, così l’elemento contemporaneo iniziò a prender piede, con il chiaro intento di fargli assumere ruoli positivi o negativi a seconda della stima o dell’affetto. Tra i personaggi più amati che hanno meritato un posto nel presepe ci fu Pulcinella, Totò, Eduardo De Filippo, per giungere ad una tradizione nella tradizione, che vede il personaggio dell’anno prendere le forme di una statuetta nel presepe ormai sempre più contemporaneo.

Al presepe sono legate anche storie e leggende riguardo allavitalità del presepe, come quella dei pastori che cambiano di posto nella notte, se non posizionati esattamente, o di come i ruscelli cambino colore, a seconda dell’aura di chi si avvicina a guardare l’opera. Piccole cose, casualità che ben conoscono i napoletani di una certa generazione, quella che cuoceva nel forno di casa le statuette, dando loro vita e amore, infondendo in esse lo spirito della casa, che proibiva la cessione di un solo pastorello o altra figura del presepe casalingo, per non richiamare negatività sulla famiglia.
Ogni napoletano dalla nascita fino allo sposalizio aiuta nell’addobbo del presepe familiare, ma una volta che si sposa, formando la propria famiglia dovrà creare il proprio presepe, comprando o costruendo i pastori, non portando quello della casa partena-materna, a meno che i genitori non siano defunti.

Il particolare del movimento di alcuni personaggi del presepe, risale ad un’epoca antecedente al 1791, epoca nella quale la Deputazione dei teatri seppe che già da tempo ‘immemorabile’ vi erano a Napoli botteghe che fabbricavano pupi mobili.

Nel presepe napoletano gli artisti esaltano la gioia, la letizia del mistero sacro fondendolo in una rappresentazione autoctona, dove: ‘il Presepe è un capitolo del Vangelo tradotto in dialetto napoletano’, come diceva il Cuciniello

 

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