sabato, novembre 17

Prescrizione: un rimedio peggiore del male Le carceri scoppiano, i suicidi continuano

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Carcere di Pagliarelli, Palermo. Le agenzie di stampa informano, in poche righe, dell’ennesimo suicidio. Questa volta il detenuto è un giovane di 29 anni. E’ in isolamento, ha disturbi psichiatrici. Quel giovane è stato curato come si sarebbe dovuto? Il regime di isolamento in cui si trovava era la ‘medicina’ adeguata per il suo disagio? Quanto tempo é stato in isolamento? Interrogativi destinati a restare tali.

Da Palermo a Velletri, vicino Roma. C.M., detenuto di 33 anni, in carcere da pochi giorni, si impicca con un lenzuolo. Anche lui era in cella di isolamento.

Poche righe di ‘riempitivo’ nelle pagine di cronaca locale. Storia, storie finite.

A fine ottobre i detenuti erano 59.803: 9.187 oltre la ‘capienza regolamentare’. Per il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria la ‘capienza regolamentare’, prevede che in una cella per più persone debbano essere assicurati almeno 9 metri quadri a disposizione per il primo detenuto, più 5 metri quadri per ciascuno degli altri. Se la cella è per quattro persone i metri in tutto devono essere almeno 24.

Naturalmente non è così. La situazione è al collasso, una santa barbara all’interno della quale si è acceso un falò. I numeri del sovraffollamento aumentano perché ai ‘posti’ disponibili vanno defalcate almeno cinquemila celle inagibili che, invece, sono calcolate, un trucchetto per arrivare al totale di 50.622. I suicidi in carcere sono il più evidente e tragico sintomo di questa situazione. L’anno non è ancora finito e siamo già a quota 55. Ma in realtà sono di più: se un detenuto viene portato agonizzante in ospedale, e qui muore, non viene compreso tra i suicidi in carcere, perché ‘tecnicamente’ è morto in ospedale.

Da mesi la leader radicale Rita Bernardini (in sciopero della fame di ‘dialogo’ con il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede), i sindacati della Polizia penitenziaria e gli operatori in carcere segnalano gravità della situazione. Inascoltati. Si preferisce illudere l’opinione pubblica promettendo maggiore sicurezza con l’allungamento dei tempi della prescrizione. Dopo il primo grado di processo, l’’orologio’ della prescrizione, secondo le intenzioni del Governo, si dovrebbe fermare. Significa che i già incerti tempi della Giustizia, diventano a questo punto un’astrazione. Dopo il primo verdetto, sull’imputato pende una spada di Damocle di cui si sa il giorno di inizio; per la fine è una tombola.

Cesare Mirabelli è un giurista pacato e alieno da estremismi, giudice emerito della Corte Costituzionale non nasconde la sua perplessità: «Poter tenere senza alcun limite una persona nella condizione di ‘indagabile’ o di sottoposta a giudizio viola garanzie essenziali nel rapporto tra libertà dell’individuo ed esercizio dei poteri dell’autorità nei suoi confronti. La proposta del ministro della giustizia ha un ambito apparentemente più limitato: la prescrizione non opera più se il tribunale ha pronunciato una sentenza. L’effetto preclusivo della prescrizione dopo una sentenza di condanna in primo grado ha la forza dell’esistenza della pronuncia di un giudice.

Ma questo elemento di apparente forza è piuttosto un punto di debolezza dal punto di vista delle garanzie costituzionali, e non solo. La costituzione, all’articolo 27, stabilisce che l’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva, e l’esperienza mostra quante volte chi è condannato in primo grado viene assolto nei successivi gradi di giudizio. Sulla stessa linea la convenzione europea dei diritti dell’uomo, per la quale ogni persona accusata di un reato è presunta innocente sino a quando la sua colpevolezza non sia stata legalmente accertata.

Se la sentenza di primo grado fosse di assoluzione, sarebbe ancor più difficile comprendere la ragionevolezza del fermare l’orologio del tempo per consentire una nuova pronuncia anche a distanza di molti anni».

Altra carne al fuoco la mette l’ex procuratore aggiunto di Venezia Carlo Nordio: «Io sono stato molto critico verso la mia categoria ma so che i magistrati, checché se ne dica, lavorano. E lavorano anche perché sono ossessionati dalla paura della prescrizione. Quando lasciano che un processo si prescriva devono giustificarsi, rischiano procedimenti disciplinari, se hanno coscienza si sentono in colpa. Se questa pressione morale e disciplinare viene meno, se la prenderanno più comoda. I tempi dei processi si allungheranno a dismisura, e questo sarà un dramma non solo per gli imputati ma anche per le vittime».

Per Nordio la vagheggiata legge blocca prescrizione «è un rimedio peggiore del male…un provvedimento scellerato. E oltretutto palesemente incostituzionale».

Nordio ammonisce che l’abolizione della prescrizione dopo la sentenza di primo grado apre la porta a processi dalla durata infinita, e questo va a sbattere contro l’articolo della Costituzione che prevede una ragionevole durata dei processi: «Le inefficienze del sistema verranno scaricate tutte sull’imputato, il poveretto verrà tenuto sulla graticola senza limiti di tempo. Parliamo di persone che hanno diritto alla presunzione d’innocenza, e la cui esistenza verrà condizionata per anni dalla pendenza del processo. Da questo punto d vista, l’aspetto più stravagante del disegno di legge è che la prescrizione si interrompa anche dopo una sentenza di assoluzione in primo grado: ma come, un giudice ha stabilito che sono innocente, quindi la mia presunzione d’innocenza è raddoppiata, e io devo aspettare a vita i tempi dell’appello e della Cassazione? Non sta né in cielo né in terra».

Sono obiezioni, rilievi, più che fondati. Proprio per questo non verranno tenuti in alcun conto, e si procederà imperterriti come annunciato. Con buona pace di Cesare Beccaria, che si sarà già rivoltato nella sua tomba chissà quante volte.

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