venerdì, Dicembre 3

Prato è il monumento del mitico ‘Pablito’ Rossi La sua statua in bronzo, opera della scultrice Elisa Morucci, collocata nel piazzetta del quartiere di S.Lucia, vicino al campo sportivo dove da piccolo Paolo Rossi iniziò a giocare. E’ stato il simbolo del mondiale dell’82, che segnò una svolta nel costume e nella storia del nostro Paese

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E’ passato quasi un  anno dalla scomparsa di Paolo Rossi, il mitico ‘Pablito’ che gli sportivi ( e non solo) di tutto il mondo ricordano ancora. Era il 9 dicembre del 2020, e la notizia della sua prematura morte lasciò sgomenti  e addolorati milioni di persone che nel corso degli anni ne avevano seguito con affetto e talvolta con apprensione il suo breve cammino esistenziale e di atleta. ‘Pablito’, l’eroe del Mondiale dell’82, era nato a S.Lucia di Prato, periferia a nord della città laniera 64 anni prima (il 23 settembre 1956).

Ora, in quel borgo natio, che custodisce i ricordi della sua infanzia, Paolino è tornato di nuovo, vi è ritornato visivamente nella forma di un mezzo busto di bronzo di 1 metro e dieci centimetri di altezza, opera della scultrice fiorentina Elisa Morucci. Dal piedistallo su cui poggia, “Paolo”, è semplicemente questo il nome della scultura,  ci appare come spesso lo abbiamo visto in campo: capelli  riccioluti, sguardo fiero e sereno, maglietta scudettata e asciugamano sulle spalle….Il monumento è stato scoperto l’8 novembre, quindi poche ore fa,  presenti la moglie Federica, il figlio Alessandro, il fratello Rossano i vertici della FGCI, con il Presidente Gabriele Gravina, il Sindaco di Prato Matteo Biffoni i rappresentanti della Pro Loco di S.Lucia e amici e i campioni Mondiali Giancarlo Antognoni e Giovanni Galli. In una giornata battuta da un vento gelido, la folla di amici, compagni di gioco e di quartiere,  si sono stretti al monumento eretto nel piazzale della cipresseta di questa  periferia pratese, vicino al campo sportivo ove il campione cominciò a tirare a soli nove anni, i primi calci al pallone.  E a duecento metri dalla casa natia.

Quella del S. Lucia fu la sua prima squadra di appartenenza, e da quel campo iniziò l’ascesa di quel ragazzino che sarebbe diventato negli anni un mito.  Da segnalare che quel campetto porta il nome  di Vittorio Rossi, padre  del campione, che fu ala destra nel Prato, e al quale è dedicato il campo sportivo locale. Figlio d’arte dunque, da Prato il giovane calciatore sarebbe presto partito per rincorrere il proprio destino, andando  ad indossare la maglia della Cattolica Virtus della Comunità di S.Michele a Firenze, quindi il gran balzo verso le serie maggiori: Vicenza, Como, Perugia, Juventus, Milan, Verona, per approdare  poi nella nazionale azzurra. Il cui debutto avvenne – ricorda Giancarlo Antognoni – “nel dicembre del ’77 in Belgio. Il capitano viola segnò il gol dell’uno a zero e Paolo Rossi esordì’ in azzurro. Io segnai su punizione, Paolo indossò per la prima volta la maglia azzurra. Da allora, non ci siamo più lasciati, legati dalla maglia azzurra e dalle tante partite giocate insieme. Paolo era un ragazzo d’oro, oltre che un campione. Quel mondiale dell’82 in Spagna, in larga parte lo dobbiamo ai suoi gol, ai suoi lampi di gioco, alla sua e alla nostra determinazione”.

Tutti sottolineano le sue doti umane:  semplicità, modestia, gentilezza, ironia., coraggio. Doti magistralmente descritte nel libro  autobiografico ‘Quanto dura un attimo’, scritto a quattro mani con la moglie, Federica Cappelletti, giornalista  plurilaureata, con la quale Paolo ha condiviso gli ultimi dieci anni della sua vita, essendosi sposati in Campidoglio a Roma il 10 luglio 2010. Dalla loro unione sono nate due splendide figlie: Maria Vittoria e Sofia Elena. Dal precedente matrimonio di Paolo Rossi con Simonetta Rizzato, era nato Alessandro, proprio in quel mitico, indimenticabile 1982, che consegnerà Pablito e tutti gli altri ‘ragazzi di Bearzot’ alla storia del calcio mondiale e alla nostra storia nazionale. «Per me Paolo non è il calciatore, il personaggio, ma l’uomo che mi fa trovare i bigliettini disseminati per casa e scrive lettere d’amore»,  ebbe a dichiarare qualche tempo fa, Federica. «Un giorno mi ha detto che lui, nella vita, sentiva di aver ricevuto tantissimo, e adesso voleva darlo a me». Per il figlio Alessandro, suo padre, pur essendo un celebrato campione, “ è sempre rimasto con i piedi per terra. Questo l’insegnamento che ci lascia.

E’ chiaro che nell’immaginario collettivo il nome di Paolo Rossi è indissolubilmente legato a quel Mondiale dell’82, che lo vide grande protagonista e goleador con 6 reti, 3 delle quali rifilate al grande Brasile di Socrates, Zico, Falcao, Junior, che pensava di avere ormai il mondiale in tasca. Paolo Rossi a quel mondiale dedicherà anche un libro, ‘1982: il mio mitico mondiale’.

Il primo gol al Brasile, lo ricordo come il più bello della mia vita. Non ho avuto il tempo di pensare a nulla: ho sentito come un senso di liberazione. È incredibile come un episodio possa cambiarti radicalmente: niente più blocchi mentali e fisici. Dopo quel gol, tutto è arrivato con naturalezza”. Ne arriveranno tre di gol al Sarriá, stadio di Barcellona dove il 5 luglio 1982 a scatenarsi fu Paolo Rossi con tre reti. Finì 3  a 2  per gli azzurri,  ma poteva terminare anche 4 a 2,  se non fosse stato ingiustamente annullato il gol di Antognoni, per un inesistente fuorigioco. Quella memorabile sfida regalò agli azzurri l’accesso alla semifinale ( altra doppietta di Rossi contro la Polonia) e quindi la finale di Madrid contro la Germania Ovest ( 3 a 1 per i nostri e sesto gol di Rossi, capocannoniere del torneo .E terzo titolo Mondiale per l’Italia.  Se per il Brasile quel giorno si consumò una disfatta nazionale che la stampa brasiliana intitolò come la ‘Tragedia del Sarriá’, per l’Italia quell’evento segnò una svolta, uno spartiacque nella storia del nostro Paese, al quale contribuirono molti elementi. Peccato, che quello stadio, a noi così caro, sia stato cancellato per far posto ad un supermercato.

In quella calda estate spagnola l’Italia si lasciava alle spalle un decennio di terrore e da quel momento, trascinata dal Presidente partigiano Sandro Pertini, cominciava a guardare avanti con speranza e fiducia. Le immagini di quei momenti che videro i ragazzi di Bearzot passarsi di mano in mano la Coppa e stringersi attorno al Presidente (il quale, sul volo di ritorno verso Roma, giocava a scopone insieme a Zoff contro Causio e Bearzot) fecero il giro del mondo, offrendo la percezione di un  gruppo coeso, consapevole dei propri mezzi e in sintonia con un intero paese, proprio per aver saputo superare ostacoli e avversità interne ed esterne al “sistema calcio”.  Paolo Rossi fu il simbolo, insieme a Bearzot di quel riscatto nazionale. Avversato da parte della stampa italiana e della dirigenza, che premevano per una formazione diversa basata  sui blocchi precostituiti e i giocatori più in vista del campionato, il “vecio” ascoltò solo la voce del suo cuore portando in Spagna quei ragazzi che avevano dimostrato tecnica, coraggio e spirito di squadra al Mondiale d’Argentina del ’78, che li vide superare la squadra di casa, e concludere al quarto posto. L’Argentina era sotto il tallone violento dei generali, ma dei desaparecidos i nostri ragazzi poco più che ventenni, non sapevano niente. Paolo Rossi  aveva 22 anni, da allora per Bearzot diventò Pablito. Lo scrittore Edoardo Galeanoscrisse: “ anche se nessuno ancora lo sapeva, la squadra italiana aveva già cominciato a vincere il Mondiale di quattro anni dopo.” Ma forse Bearzot   sapeva che quei ragazzi non lo avrebbero deluso. E così attese con coraggio e pazienza che Paolorossi, incappato in una squalifica di due anni per lo scandalo scommesse nel quale sera stato coinvolto, continuasse la solitaria preparazione atletica in vista del Mondiale. Una scommessa la sua contro tutti,  che indusse gli azzurri, dopo un esordio difficoltoso, al silenzio stampa. O quasi, essendo stata affidata la comunicazione a Zoff, uomo si sa di poche parole. Nella prefazione al libro “Azzurri miei di…letti” ( scritto dal sottoscritto e da Sandro Selvi, per 40 anni nello staff azzurro come fisioterapista e radiologo), Pablito scriveva di Bearzot:  Per tutto quel tempo, interminabile per un calciatore  al bivio tra l’abbandono e la rinascita, ho tenuto duro grazie anche a lui. Sentivo che era certo della mia innocenza. Che non mi avrebbe abbandonato. Un uomo di una umanità straordinaria.

La testardaggine  del ‘vecio’ si rivelò vincente.

E l’Italia disputò il più bel mondiale della sua storiacalcistica. Che qualcosa stava cambiando, lo avvertì lo stesso Pablito, tant’è che nella citata prefazione  scrisse: L’immagine più bella, più intensa, che talvolta ritorna nei miei sogni? No, non è un gol sia pure importante o un momento agonistico. È lo sventolìo  delle bandiere, il tripudio di quella notte dell’11 luglio dell’82 allo Stadio Santiago Bernabeu di Madrid. Una sensazione di gioia e di entusiasmo così intensi che non avevo mai provato. Non mi ero mai sentito così italiano, partecipe di un grande evento collettivo. Sentivo, sentivamo di aver fatto felice una Nazione, la nostra gente, quella in Italia e quella sparsa nel mondo.” “La storia siamo noi” dice De Gregori. Eravamo parte di quella storia.

La maglia di quella partita, con il numero 20,  un vero e prezioso cimelio, è custodita  gelosamente da Alcides Fonseca Júnior meglio noto come Juninho Fonseca, difensore del Brasile che quella volta non era nemmeno sceso in campo. Scambiò la sua, nella bolgia del dopo partita negli spogliatoi azzurri, con quella di Pablito. L’ex giocatore brasiliano ha dichiarato che gli hanno offerto cifre folli, ma quella maglia azzurra per lui “è un oggetto sacro”.

Quello stesso anno Pablito vinse anche il pallone d’oro. E intanto, l’Italia festeggiava nelle strada e nelle piazze quell’evento storico. E un brano musicale allegro e ironico. ‘Da – Da- Da’, spopolava diventando il  vero tormentone di quell’estate tinta d’azzurro

Finita la carriera sui campi di gioco, Pablito è stato seguito come commentatore RAI. anche dai più giovani, che ne hanno potuto apprezzare la competenza,  la leggerezza anche e l’ironia,

L’idea del mezzo busto era nata subito all’indomani della  scomparsa del  campione, da un’intuizione della stessa scultrice Elisa Morucci, sua grande estimatrice: “Paolo è l’eroe dello sport che resta umano” – dice l’artista – “con la sua semplicità e umiltà, ma anche volontà e intelligenza, si è fatto portatore di valori eterni, propri anche di un calcio in cui l’amore per il bel gioco veniva prima di tutto. Su questo ho lavorato sull’ espressione riflessiva e concentrata. Per me era importante puntare l’accento, non al momento dell’esaltazione per la vittoria, ma su tutti gli elementi che contribuiscono a costruire un grande uomo, perché dietro ad ogni successo si celano sempre grandi sacrifici e tanta incrollabile forza di volontà”.

La scultura in bronzo, realizzata a tempo di record secondo la tecnica della cera persa e in marmo, un blocco di ‘verde delle Alpi’ per la base, riprende i colori delle opere architettoniche del gotico toscano, compreso il Duomo di Prato. Dunque, quello della giovane artista fiorentina, è  un duplice omaggio a Paolo Rossi, oltre il mito, e al territorio in cui è nato ed ha mosso i primi passi nella vita e nello sport. Altri progetti in suo nome sono in preparazione.

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