giovedì, Agosto 5

PPE: mai così impacciato e deludente Il calo di consensi è tangibile: solo 11 capi di Stato e di governo su 28 sono popolari

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European People's Party

L’Europa di oggi è stata creata dai Cristiano Democratici. Sono stati per decenni gli architetti dell’integrazione europea e dell’atlantismo. La donna più potente d’Europa è un leader dei popolari europei. Così come lo è stato il primo presidente della Commissione europea Walter Hallstein (1958-1967), ed il due volte presidente Josè Barroso (2004-2014).

Ma i trenta seggi di distacco dai socialisti conquistati alle ultime elezioni europee non sono più sufficienti a conservare l’indiscusso primato del PPE tra le famiglie politiche di Bruxelles. Negli ultimi anni il partito è cambiato nella sua immagine e peso elettorale. Alle ultime elezioni è sceso a 221 seggi, rispetto ai 274 del 2009.Ciò che ieri era considerato solido oggi rischia di franare. Serve una sterzata”. E’ il messaggio che filtra da rue du Commerce 10, quartier generale delle forze moderate europee. 

Tempi duri, quindi, per il Partito Popolare Europeo. Perché nonostante la prima famiglia politica di Strasburgo possa contare sulla presenza di proprie ‘eccellenze’ nei posti chiave, il bilancio sul peso politico complessivo del partito resta alquanto deludente.

Da un lato, infatti, pesa il fatto che alcuni storici Paesi a tradizione moderata – si pensi all’Italia o alla Germania – si trovino oggi in situazioni di grande coalizione. Dall’altro, hanno pesato le politiche rigoriste incoraggiate da alcune capitali per arginare la crisi economica. La disaffezione, come ha scritto il ‘Financial Times’, deriva dal fatto che «durante la crisi dell’euro è diventato molto chiaro che le decisioni chiave in Europa sono prese a Berlino e non in Europa».

Una cattiva pubblicità per il PPE ed un cattivo esordio della nuova Commissione Juncker. Dopo essere stato sorpassato in molti Paesi dalle ondate populiste ed estremiste (si pensi alla Francia di Marine le Pen che ha dimezzato i numeri dell’UMP, o al Movimento 5 Stelle in Italia che ha drenato i consensi al centrodestra), il PPE deve affrontare un‘ennesima grana: l’inchiesta LuxLeaks che vede coinvolto il nuovo presidente dell’esecutivo europeo, Jean Claude Juncker.

Il gotha del partito non si pronuncia. Almeno pubblicamente. Ma sono in tanti all’interno dell’ufficio politico del PPE ad interrogarsi su come abbia fatto la famiglia politica leader d’Europa ad “invischiarsi in questo circolo vizioso”. Da quando non c’è più Wilfried Martensil PPE non è più lo stesso”, è lo sfogo comune. Il riferimento è all’uomo dalle straordinarie capacità di dialogo che negli ultimi ventitré anni ha avuto il merito di mantenere saldo e solido l’elettorato del centrodestra europeo. Un mandato, quello di Martens, segnato dalla forza trainante dei tre Paesi con maggiore potenziale economico in Europa: Germania, Francia e Italia.

Ad interrompere la quiete è stata inizialmente la tempesta della crisi economica internazionale. E’ nel 2009 che iniziano le prime diffidenze tra i paesi membri della stessa famiglia. All’interno del PPE nascono due fronti contrapposti: i fautori delle politiche di austerità da un lato, ed i paladini della sdrammatizzazione dall’altro.

Nel 2010 i rapporti tra i primi ministri di Parigi, Roma e Berlino cominciano a diventare ostili. Alle rassicurazioni del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi sullo stato di salute dell’economia italiana non segue una condotta accondiscendente della cancelliera Angela Merkel e del presidente francese Nicolas Sarkozy. A pesare sono anche le notizie sugli scandali che vedono coinvolto il premier italiano, unite ad una nuova filosofia politica di Forza Italia che, per assecondare la morsa della crisi sulle famiglie italiane, avvia una campagna elettorale – per le elezioni politiche prima e per le europee dopo – impostata su messaggi di antieuropeismo e cancellazione della moneta unica. Due capisaldi intoccabili, scritti a caratteri cubitali nel manifesto del PPE.

L’imbarazzo è palpabile. I pre-vertici del Consiglio europeo – i tradizionali incontri in cui le famiglie politiche decidono la linea comune sui provvedimenti che andranno ad approvare durante il summit dei capi di Stato e di governo – si fanno aspri e duri. Martens riesce spesso nella conciliazione, ma il 2011 segna l’anno dell’irreparabile distanza.  

Al Consiglio europeo di ottobre il gelo è sotto gli occhi di tutti: durante la conferenza stampa congiunta Merkel-Sarkozy, alla domanda se Berlusconi li ha rassicurati sui provvedimenti contro la crisi che prenderà il governo italiano, i due rispondono con un sorriso. La rottura definitiva arriva di li a poco, durante il G20 di Cannes. Un appuntamento in cui l’Italia cercherà in tutti modi di esorcizzare l’immagine di un Paese in declino e impoverito e parlerà di «ristoranti pieni».

E’ da quel novembre 2011 che il PPE dà il via alla lunga fase dei “no comment”. Nessuna interferenza sulle dimissioni di Berlusconi. Nessun commento sulle elezioni perse nel 2012 da Sarkozy. Nessun encomio speciale nel dicembre 2013 quando la cancelliera Merkel vince le elezioni, ma è costretta a riparare su un governo di larghe intese.

I tre principali bacini elettorali del PPE si indeboliscono. E con essi anche il partito di rue du Commerce. Quando in Francia e Italia arrivano due governi di affiliazione socialista la preoccupazione si trasforma in incubo. A mancare sono soprattutto i riferimenti nazionali. L’Union pour un Mouvement Populaire (UMP) si spacca: si dimette Jean-François Copé e arriva il triumvirato guidato da Alain Juppé, François Fillon e Jean-Pierre Raffarin.

In Italia non va molto meglio: Angelino Alfano si stacca da Berlusconi e fonda un nuovo partito; mentre Forza Italia viene relegata in una sorta di limbo. «E’ ancora membro oppure no?», ci si chiede. In molti temono un provvedimento di espulsione. E, a sentire la testimonianza di chi era presente all’ufficio politico di allora, “ci si è arrivati molto vicino”.

Joseph Daul, all’epoca capogruppo a Strasburgo, tenta di recuperare consensi attraverso l’adesione al PPE di Scelta Civica, il nuovo partito di Mario Monti. Il centrodestra italiano si inferocisce: «Daul è semplicemente uno dei quattordici vicepresidenti del Ppe, evidentemente ha delle sue mire personali, parla tedesco meglio che francese, perché è di Strasburgo. Vorrà compiacere qualcuno in vista di una sua possibile carriera», dichiarerà Silvio Berlusconi. Ma a ribellarsi sono anche i leader europei cristiano-democratici che non vorrebbero nel partito la presenza dominante di un’ennesima figura rigorista dopo quella della Merkel.

Dal 2011 in poi il PPE subisce clamorose perdite elettorali dei partiti di centrodestra in feudi come la Slovenia, Svezia, ma anche in Danimarca, Belgio, Croazia, Estonia, Lituania, Repubblica Ceca, Slovacchia.

Il bilancio scende, così, ad un controllo del Partito Popolare Europeo solo di 11 capi di Stato e di governo su 28 Paesi dell’Unione Europea: Cipro, Ungheria, Polonia, Lettonia, Finlandia, Spagna e Portogallo; più quattro (Germania, Grecia, Irlanda e Bulgaria) a capo di esecutivi di grande coalizione.

Sotto schiaffo è anche la politica estera dei popolari: solo sei ministri di centrodestra guidano la diplomazia nei paesi UE (Jose Garcia-Margallo in Spagna, Grzegorz Schetyna in Polonia, Rui Machete in Portogallo, Péter Szijjártó in Ungheria, Edgars Rinkēvičs in Lettonia, e Ioannis Kasoulidis a Cipro). Dopo l’operazione in Libia fortemente voluta da Sarkozy, sui dossier internazionali si brancola nel buio.

La debolezza del partito diventa la forza della Merkel. La CDU (Unione Cristiano Democratica di Germania), portatrice del più alto numero di seggi al PPE (ben 34) ne rivendica la leadership. Si fa notare che è grazie a Berlino se i Cristiano Democratici non hanno toccato percentuali da imbarazzo alle elezioni dello scorso maggio. Un aiuto, quello della Merkel, andato in soccorso al pessimo risultato portato a casa dall’UMP francese (20%) e da Forza Italia (17%).

Nel giro di pochi mesi la bandiera nera, rosso e oro entra con prepotenza in tutte le trattative sulle decisioni del Consiglio europeo, così come in quelle per l’occupazione dei posti chiave nel cuore d’Europa. Joseph Daul ottiene la presidenza del partito, Manfred Weber passa a capo del gruppo di Strasburgo. Grazie al placet della Merkel, Obama riesce a chiudere l’accordo con l’Europa per il nuovo segretario generale della NATO, Jens Stoltenberg, uomo gradito a Berlino.

Grande successo unilaterale della Cancelliera è anche la nomina di Jean Clude Juncker a Palazzo Berlaymont. Non proprio un nome caro all’Europa: «un ubriaco che beve cognac a colazione», è il colpo basso del tabloid britannico ‘Mail on Sunday’. E anche i numeri del congresso dei popolari che si tiene a marzo confermano un certo scetticismo verso questa “forzatura”: all’appuntamento di Dublino si presentarono solo 629 votanti su 812 delegati. Per 137 voti in più il lussemburghese la spunta sul candidato francese Michel Barnier (già ministro dell’Agricoltura di Nikolas Sarkozy e due volte commissario europeo).

A completare il quadro della nuova mappa PPE arriva il polacco rigorista Donald Tusk per la poltrona di presidente dell’Unione. Mentre a fare da guardia al commissario socialista Pierre Moscovici viene scelto il finlandese Jyrki Katainen, commissario supervisore di tutti i portafogli economici e fido amico della Cancelliera.

Ma può una donna sola al comando rilanciare un partito in difficoltà? Stando agli ultimi sondaggi in casa popolare non si direbbe. Quella del nuovo esecutivo europeo non è stata una partenza proprio con il botto. Oltre agli scandali arriva anche la “sindrome Buttiglione” per alcuni commissari. L’ungherese e popolare Tibor Navracsics, a cui è stato assegnato il portafoglio Educazione, cultura, politiche giovanili ha rischiato di essere rimosso dall’incarico a causa dei “legami culturali” con il Governo Orban, autore di una serie di riforme costituzionali che hanno minato l’indipendenza della stampa, della banca centrale e della magistratura.

Ancora seccature sono arrivate sul nome di Miguel Arias Cañete: commissario designato all’Energia e al cambiamento climatico, fortemente criticato dalla sinistra e dagli ambientalisti per i suoi legami con l’industria del petrolio.

Un’altra seccatura per Juncker è il nome dell’inglese John Hill commissario ai servizi finanziari, ma con accentuate tendenze euroscettiche, che riesce a superare il test proprio “grazie all’imbarazzante appoggio dei popolari”.

Una secca bocciatura arriva, invece, per la slovena Alenka Bratusek: un nome che avrebbe dovuto garantire le tanto sbandierate “quote rosa”, ma che non si è rivelato all’altezza del mandato.

Sbagliato pensare che il PPE abbia fatto il colpaccio”, precisano ambienti di Berlaymont. “I nomi scelti dal gotha del partito sono certamente scelte tattiche, ma non hanno solidità e campo libero su tutto”. In virtù del compromesso popolari-socialisti sulla scacchiera di Bruxelles c’è sempre “un controllore di fazione opposta che vidima il lavoro altrui”. Si pensi, ad esempio, alla nomina del socialista Frans Timmermans: primo vicepresidente, con poteri molto ampi, ma soprattutto fautore del mantenimento dei poteri nazionali nelle capitali, contro una eccessiva centralizzazione di competenze a Bruxelles. In pratica un ostacolo al modello Merkel-Juncker. Un modello che ha ormai perso l’antica solidità: per far crollare tutto basta che un solo tassello venga via. E “la voglia di giocare lo scherzo alla Cancelliera, a Bruxelles iniziano ad averla in tanti”, si sussurra.

 

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