sabato, Maggio 8

Povertà giovanile: c’è futuro per questa generazione? Chiara Saraceno ci spiega come si può invertire questa tendenza, prima che sia troppo tardi

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Il rapporto Ocse di novembre 2016 su povertà e disuguaglianza dei redditi mostra dati preoccupanti riguardo il tasso di povertà tra i giovani e giovanissimi del nostro paese: si parla di indigenza per 1 bambino su 5 e 1 lavoratore su 9 in Italia. Analisi questa che trova conferme anche dagli ultimi dati Istat, che mostrano come la povertà ormai sia inversamente proporzionale all’età: degli oltre 4,5 milioni di poveri totali, il 46,6 per cento ha meno di 34 anni.

Un livello di discussione su questo tema, cruciale per il futuro del paese, consiste nel chiedersi i perché della situazione attuale, cosa si sarebbe dovuto fare e le misure che al più presto vanno prese, per far uscire dalle sabbie mobili di un tasso di disoccupazione che continua a salire quella generazione che vuole raggiungere un’indipendenza economica rispetto a quella precedente, con la speranza di un futuro senza le valige in mano verso terre straniere.
Un altro invece sta nel riflettere sulle ripercussioni future, non solo a livello socioeconomico, ma anche sotto il profilo della mentalità collettiva, che ci aspettano quando una generazione cresciuta a contatto con povertà e disuguaglianze maggiormente rispetto a quella dei propri genitori diverrà adulta.

Proprio su una prospettiva bidimensionale della questione, tra possibili vie d’uscita ed uno sguardo al futuro, abbiamo discusso con la nota sociologa Chiara Saraceno, membro onorario del Collegio Carlo Alberto di Torino, e autrice – tra gli altri – del libro ‘Il lavoro non basta. La povertà in Europa negli anni della crisi’.

Professoressa Saraceno, crede che quelle mostrate dai dati Ocse siano tendenze sintomatiche ed inevitabili delle dinamiche economiche dentro cui ci troviamo o vi è una responsabilità di chi si è alternato alla guida del paese dallo scoppio della crisi nel 2009?

Per certi versi la crisi ha accentuato caratteristiche della povertà italiana che erano già presenti da tempo, come la sua concentrazione nel Mezzogiorno e nelle famiglie numerose, in particolare con figli minori. Ho fatto parte negli anni ’90 della Commissione governativa sugli studi sulla povertà, e già allora avevamo segnalato come i minori stessero superando gli anziani tra le persone più vulnerabili rispetto all’indigenza. Così come il problema del basso tasso di occupazione femminile, in particolare al sud, aggravato quando ci sono due o più figli e quindi famiglie con un solo reddito o comunque un reddito basso, le quali sono sempre state a rischio povertà.
È dunque un fenomeno con radici profonde nel tempo, causato anche dalla mancanza di politiche di conciliazione, in particolare nel meridione. Con la crisi questo si è accentuato perché la perdita di lavoro ha acuito la povertà, anche dei minori, in particolare al sud ma pure nelle regioni del nord. E l’occupazione femminile, che già andava avanti lentamente, si è fermata.
Contemporaneamente è aumentato il fenomeno dei lavoratori poveri, come dice l’Ocse ma non solo, ovvero si ha un numero crescente di maschi adulti che pur avendo un lavoro non dispongono di un reddito sufficiente: già alcuni anni fa l’Eurostat mostrava come in Italia il numero di lavoratori poveri fosse più elevato rispetto a quello degli altri paesi sviluppati. Questo perché sono più frequenti le famiglie monoreddito, che chiaramente sono più vulnerabili in quanto l’avere un’unica entrata può essere rischioso.
Dobbiamo infatti ricordare che la maggioranza dei poveri, anche quelli assoluti, non vive in famiglie in cui nessuno lavora ma, al contrario, vive in nuclei in cui qualcuno lavora ma non guadagna abbastanza.

Detto ciò, c’è anche il fatto che noi da sempre non abbiamo politiche di sostegno al costo dei figli, né di tipo universalistico né che riguardino coloro che versano in situazioni economiche modeste, come per esempio succede in Francia dove c’è un assegno sistematico per i figli a partire dal secondo.
Noi abbiamo misure come assegni al nucleo famigliare che però valgono solo per i lavoratori dipendenti, un assegno per il terzo figlio ma mentre tutti i figli sono minori, un bonus bebè che riguarda solo i bambini fino ai tre anni di età… e in questo modo abbiamo anche sprechi perché può succedere che uno possa avere diritto, in base alle categorizzazioni tracciate, a più misure assistenziali contemporaneamente, mentre magari c’è chi, come per esempio un lavoratore autonomo precario con partita Iva più o meno obbligatoria, non rientra tra i soggetti che possono beneficiare di misure come quelle citate.
Abbiamo quindi questo paradosso, e ciò nonostante qualcosa si sia provato a fare, ma purtroppo sempre sotto forma di spot. Come il bonus degli 80 euro che basandosi sul reddito individuale e non familiare ha creato situazioni di disuguaglianza assurde tra famiglie monoreddito ma sopra la soglia stabilita e altre con più redditi che però rientravano nei paletti fissati, che tra l’altro escludevano per principio gli incapienti.

Cosa si sarebbe dovuto fare?

Per prima cosa si sarebbe dovuto fare una riforma delle misure di sostegno al costo dei figli, mettendo in fila tutto quello che c’è e iniziando ad organizzare il tutto senza i vincoli categoriali che ci sono stati finora finora. Si può fare a scalare considerando quindi l’entità del reddito e non il tipo di reddito, o il numero di figli.
Poi un reddito minimo per i poveri più decoroso del SIA (Sostegno per l’inclusione attiva), e anche qui con il governo Letta e il ministro Giovannini era stata fatta una commissione, di cui ho fatto parte, in cui una misura di questo tipo era stata proposta dal ministro ma senza esiti positivi poiché c’erano altre priorità. Si dice che non ci sono abbastanza soldi per un reddito minimo decente che tocchi tutta la platea dei poveri assoluti, ma intanto si è deciso di fare la quattordicesima per esempio.
È una questione di scelte, perché è vero che i soldi non crescono sugli alberi, ma lo è anche il fatto che quelli che ci sono si decide di spenderli in un modo piuttosto che in un altro.

Si riferisce a un reddito di cittadinanza?

No, mi riferisco a un reddito minimo garantito per i poveri. Non sto pensando a un reddito di cittadinanza, anche se mi piacerebbe dal punto di vista teorico così come a fior di studiosi che teorizzano che sarebbe più utile e meno dispendiosa una misura di carattere universale e quindi a prescindere dal reddito.
Penso a quello che è già presente in tutta Europa ad esclusione di Italia e Grecia, dove però hanno avviato progetti in questo senso. Quindi un reddito di garanzia per i poveri, cioè per chi è sotto al livello di povertà assoluta, che in Italia corrisponde a 4.600.000 di abitanti. Persone a cui, in una società democratica e tutto sommato ricca come quella in cui viviamo, dovrebbe essere garantita un’entrata minima.

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