giovedì, Settembre 16

Povera e nuda vai, lingua italiana? A tu per tu con Luca Serianni. Un idioma vivo che andrebbe maggiormente sostenuto nella sua diffusione all'estero

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Luca Serianni

Sulla lingua italiana, sono stata sempre un po’ revanscista. Certo, non da auspicare una guerra ideologica contro i suoi detrattori, manipolatori, persino un po’ assassini che, invece dell’Uomo Ragno, hanno ammazzato il nostro parlar gentile. Qualche scaramuccia, frecciatina al curaro, risposta piccata, correzione saccente, consentitemelo, non l’ho risparmiata.

Certo, nel nostro Paese non avviene, come nell’Inghilterra di altri tempi, d’incasellare le persone  per uso della lingua e accento, applicando loro una rigida e schifiltosa distinzione fra classi sociali. Ma pare che abbiamo dimenticato che, neanche cent’anni fa, l’italiano che parliamo oggi noi, quasi omogeneamente, era patrimonio solo di una parte esigua della popolazione. Soltanto che sta avvenendo il deplorevole fenomeno di una omologazione verso il basso, una depauperazione, una comunicazione scarnificata e disadorna, e non una promozione di  quella matura e colta.

Mi stava venendo in punta di dita l’espressione ‘propria della upper class’ e mi sono bacchettata da sola, perché in qualche modo stavo cadendo della trappola moderna del meticciato linguistico, figlio di una divorante anglicizzazione.

Non mi sembra, infatti, questo il modo migliore per introdurre il mio ospite di oggi, che, senza lusinghe e con un pizzico di ammirazione, vorrei definire uno dei ‘padroni dell’Italiano’. Luca Serianni, infatti, è ordinario di Storia della Lingua italiana all’Università ‘La Sapienza’ di Roma. Una docenza prestigiosa, ma che non basta a illustrarne i talenti: è Accademico della Crusca e dei Lincei   -ovvero il vertice (vi confido il mio retro-pensiero: ‘ahimé, vade retro ‘top’ ‘) culturale nazionale-  nonché uno dei vicepresidenti della Società ‘Dante Alighieri’, la fortezza per la diffusione della lingua italiana in Italia e all’estero, spesso attiva in un deserto dei Tartari politico.

Ha scritto un’infinità di opere e saggi su vari momenti della travagliata storia della nostra bella lingua … quella del bel Paese  dove ‘l sì suona’. Fa capolino il Padre Dante e non mi spiace chiamarlo in causa a proposito di Luca Serianni, perché mi sembra imprescindibile coinvolgerlo parlando di un autorevole studioso autore di una grammatica di riferimento; inoltre, da dieci anni, insieme a Maurizio Trifone, cura gli aggiornamenti del mitico Vocabolario della Lingua Italiana ‘Devoto-Oli’ e con Pietro Trifone ha scritto un’imprescindibile ‘Storia della lingua italiana’ in tre volumi.

Lo incontro nello stesso stato d’animo di un’adolescente (sta’ a cuccia, ‘teenager’!) che va a un appuntamento con il cantante a cui è devota (avete visto che sono riuscita a parafrasare il vocabolo ‘fan’?), ovvero col batticuore ammirato di chi converserà di un argomento che le sta a cuore con colui che ne è profeta e enciclopedico conoscitore.

Prima d’incontrarlo, avevo esplorato l’arcipelago di Facebook per scoprire se si parlava di lui. C’è persino un gruppo che lo plaude, argomentando così la propria fondazione:

«Lui, il Prof. Luca Serianni…. l’unico che rispiega da capo le cose fatte in un’ora».
«L’unica persona che ha imparato la parola “merda” in modo dotto perché da piccolo era un bambino educato
».
«L’unico che arrossisce e fugge timido quando gli studenti gli tributano un meritatissimo applauso».
«L’unico che non vi farà pentire di aver scelto un suo corso. L’unico che, accademico dei Lincei, accademico della Crusca, membro della Società Dante Alighieri, cattedratico dello Studium Urbis, è sempre disponibile e pronto a uscirsene con una battuta
».
«Se anche voi lo considerate uno dei migliori prof. della Facoltà di Lettere e Filosofia della Sapienza, questo è il gruppo che fa per voi! 😉
»

Se questo dicono di lui i suoi studenti, vado sul sicuro! Il professor Serianni, grande didatta, col suo fare fra il sommesso e l’ironico, conduce la conversazione con la semplicità di chi veramente è un fuoriclasse sui problemi della nostra lingua, oggi più che mai ‘Povero e nudo vai, Italiano?’.

A suo dire, la situazione non è così tragica quanto pare a prima vista e secondo le prefiche di professione, sempre pronte a stracciarsi le vesti sull’ o tempora, o mores’…

 

Di fronte a un decadimento e a un impoverimento dell’uso dell’italiano, possiamo qualificarlo una lingua morta… o moribonda?

Certamente no. Una lingua può dirsi morta o estinta quando non c’è una comunità di parlanti; e forse neanche son morte le lingue considerate tali come il latino o il greco antico, giacché ancora oggi sono studiate nelle scuole. Fra le circa seimila lingue note al mondo, specie in Africa e in Oriente, vi sono alcune che non contano oltre i cento parlanti. Quelle sì che sono a rischio di morte!

Fra una tecnologia anglofona e un abuso di ‘scorciatoie’ nella scrittura delle parole (ad esempio, un ‘perché’ involutosi in ‘xché’), non si corre il pericolo di imbruttire irrimediabilmente la nostra lingua?

In realtà, l’allarme paventa una situazione più diffusa di quanto realmente accada. Gli usi di abbreviativi sono, in realtà, circoscritti a sms e comunicazioni veloci, indi adeguati al contesto. Non dimentichiamo, poi, di trovarci di fronte a un fenomeno che affonda le sue radici nei secoli: gli studiosi hanno trovato nei manoscritti medioevali formule simili, ad esempio una P crociata che significava ‘per’. Se ora si ricorre ad abbreviazioni, lo si fa per risparmiare sul tempo. Nel Medioevo, quando i manoscritti erano un bene di lusso, lo si faceva per economizzare sulla costosa pergamena, nonché anche in quel caso sul tempo e la fatica degli amanuensi.

C’è chi propone di inserire l’italiano nel patrimonio immateriale sottoposto alla tutela dell’UNESCO. Lei che ne pensa?

Pur simpatizzando a livello emotivo con una proposta di tal genere, sotto il profilo scientifico obietto che le lingue si proteggono da sole, semplicemente parlandole. Per il sardo si pone un problema diverso, in quanto si tratta di un idioma che insiste in una specifica enclave, ma che patisce di un pericolo di estinzione dovuto al fatto che non c’è quasi una sua trasmissione da una generazione all’altra. La lingua italiana nel patrimonio immateriale tutelato dall’UNESCO? Nella lista approntata nel corso della sua 32.ma sessione della Conferenza Generale dell’UNESCO del 2003 a Parigi, la lingua italiana potrebbe certamente inserirsi, in quanto si parla esplicitamente, al punto a) dell’articolo 2 di ‘tradizioni e espressioni orali, incluso il linguaggio, intesi come veicolo del patrimonio culturale intangibile’. Attualmente, però, gli elementi italiani inseriti fra i 327 complessivi sono 5: l’Opera dei Pupi siciliani, il canto a tenore sardo, l’arte del violino a Cremona, la dieta mediterranea e le macchine a spalla, come la Macchina di Santa Rosa a Viterbo e i Gigli di Nola. Ciò non avviene per la lingua italiana proprio perché non si trova in pericolo di estinzione o di perdita delle tradizioni. Forse, una simile tutela andrebbe meglio indirizzata al basco, che è isolato dalle altre famiglie linguistiche indo-europee. L’Italiano si trova, invece, nelle medesime condizioni di qualunque altra civiltà che possa rivendicare specificità culturali o tradizionali, come il polacco, l’ungherese e le tante altre lingue che non hanno assetti veicolari come l’inglese, il francese, lo spagnolo, il tedesco, l’arabo. Sul fronte europeo, io vedrei un’unica tutela, rivolta a tutte le altre lingue dei Paesi dell’ Unione che non rientrino nelle tre utilizzate come lingue di lavoro comunitarie (inglese, francese, tedesco): occorrerebbe finanziare corsi di queste lingue per tutelarle e dar loro respiro e sostegno conoscitivo paritario presso i cittadini dell’Ue.

Può diagnosticarci lo stato di salute dell’Italiano nel mondo?

L’Italiano è la quarta lingua studiata al mondo nei Paesi anglofoni e la quinta negli altri e mediamente è più studiata di russo, cinese, arabo e portoghese. Si tratta di una posizione di grande rilievo a cui l’Italia arriva per forza propria, della sua storia e del fascino (mi prude nella tastiera la parola appeal) che irradia a livello planetario. C’è del genio anche nella nostra lingua. Purtroppo un genio … lasciato incolto dalla mancanza di sostegni finanziari. I francesi, ad esempio, investono molto nella divulgazione linguistica all’estero, con campagne pubblicitarie, una capillare rete di scuole; lo stesso avviene per tedeschi e spagnoli. Gli stanziamenti pubblici destinati a Alliance Française e al Goethe Institut, la nostra Società ‘Dante Alighieri’ non se li sogna neppure. Anche se si è molto spesa in termini di cambio di strategie per ottimizzare la propria azione.

In che senso?

Ad esempio, lanciando il PLIDA, (Progetto Lingua Italiana Dante Alighieri), che è un insieme di opportunità a disposizione di chi apprende, insegna, promuove l’italiano. Tale progetto si declina in certificazione d’italiano come lingua straniera, aggiornamento degli insegnanti, risorse e progetti didattici, assistenza linguistica a migranti e cittadini immigrati, materiali didattici ALMA PLIDA. Migliaia di persone ogni anno sostengono gli esami PLIDA nei 266 Centri della Dante Alighieri. L’azione promozionale svolta all’estero, inoltre, si svolge attraverso l’autofinanziamento delle sedi locali e ciò è indice di entusiasmo, senso della missione; ma, nel contempo, occorre garantire la qualità dell’insegnamento somministrato, compito svolto attraverso il PLIDA.

Quale è la parola italiana che più aborre?

Fra quelle diffuse all’estero ed entrate nella comprensione globalizzata, come ‘ciao’, ‘pizza’, ‘primadonna’, certamente ‘mafia’: non ci fa onore… anche perché esistono società criminali altrettanto estese e sanguinarie, che utilizzano altre denominazioni, in Paesi diversi, come il Giappone o la Russia, ma anche indicandole, si fa sempre ricorso al vocabolo ‘mafia’.

E quella che preferisce?

‘Ciao’, perché indica socialità, come tutti i saluti, ma ha saputo diventare un saluto universale. Lo avrebbe potuto essere ‘Hola!’, invece ha prevalso ciao… forse perché trasmette una percezione positiva dell’italiano da stereotipo, quello meridionale, espansivo e in grado di crearsi velocemente reti amicali. Un po’ ha contribuito anche la nostra emigrazione che, però, non ha riguardato, specie quella post-unitaria, soltanto i territori del Sud. Partivano, per sfuggire ad una vita grama, anche veneti e piemontesi; prova lampante è l’origine dell’attuale Pontefice, argentino con radici piemontesi.

Cosa leggere, per riconciliarsi con l’italiano, assorbirlo in una forma corretta?

La prima risposta che mi viene in mente, in virtù della mia attrazione per la geopolitica, riguarda la rivista Limes, ove si trovano articoli di buon livello e scritti in un italiano corretto e scorrevole, dotato di chiarezza ed efficacia comunicativa. Per la narrativa, suggerirei almeno due dei libri della cinquina dell’ultimo Premio Strega (lui sì che li ha letti, essendo nel Comitato scientifico della Fondazione Bellonci, organizzatrice del Premio e ‘Amico della Domenica’ votante per diritto), quelli del vincitore, Francesco Piccolo ‘Il desiderio di essere come tutti’ e di Giuseppe Catozzella ‘Non dirmi che hai paura’. Per la saggistica, consiglio sempre di approfondire i temi di geopolitica e di storia, specie  del periodo che preferisco, l’Ottocento e, nello specifico, gli anni della nascita dello Stato nazionale italiano che furono anche quelli in cui cominciò a unificarsi pure la lingua.

Ovvero, anche se non furono fatti gli Italiani, fu fatto l’Italiano?

Dopo il 1861, la lingua divenne uno strumento espressivo davvero condiviso, attraverso la diffusione della scolarizzazione, almeno a livello della scuola primarie; i grandi rimescolamenti derivanti dall’immigrazione interna; l’urbanizzazione che portò alla crescita delle città a discapito dei mille campanili; la leva obbligatoria. Poi, una volta entrati nel ‘900, le fasce dialettofone trassero grande giovamento dalla diffusione prima della Radio e poi della Televisione.

A proposito di dialettofonia, quale è il dialetto più radicato?

L’ultima indagine a nostra disposizione, realizzata dall’ISTAT ormai otto anni fa, nel 2006, ha testimoniato che sono i veneti in genere a servirsene in percentuale rimarchevole, anche nei rapporti al di fuori dalle mura domestiche. Si tratterebbe di una scelta intenzionale, per le ragioni ideologiche note. Al Sud, se il dialetto prevale, non dipende da un fatto identitario, quanto di sviluppo socio-culturale meno spiccato. C’è un’enclave in cui si parla diffusamente l’italiano ed è quella di Puglia e Basilicata.

Stanno perdendo forza le comunità alloglotte?

Certamente no, ad esempio quella di tradizione tedesca dell’Alto Adige, in quanto tutelata da una legislazione nazionale molto avanzata che ne riconosce tutti i diritti. Poi vi sono le altre penisole linguistiche che hanno un cordone ombelicale al di fuori dai confini nazionali, come lo sloveno parlato in Friuli o il francese in Val d’Aosta. Una legge del 1999 tutela il Sardo, a cui abbiamo già fatto cenno e il friulano. Infine, vi sono lingue che stanno ‘perdendosi’ giacché i parlanti se ne distaccano più facilmente dall’uso, come l’albanese, proprio di aree specifiche di Molise, Calabria e Sicilia e il ‘Grico’ di alcuni centri del Salento.

Come immaginerebbe una riforma dell’insegnamento dell’italiano nelle scuole?

Interverrei in due direzioni: assocerei il tema al riassunto, che è una pratica fortemente educativa; allargherei la lettura anche alle opere della letteratura contemporanea, stimolando alla comprensione di ciò che è scritto – e qui soccorre appunto la sintesi, possibile solo se si è compreso il testo -.

L’ironia è ancora viva nella letteratura italiana?

Si tratta di un’espressione dell’uso maturo della lingua, che presuppone distacco dall’emotività dei fatti e anche esperienza. I giovani il più delle volte non ce l’hanno e, molto spesso, neanche gli adulti. Almeno questa, non toglietecela per decreto ministeriale…

 

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