sabato, Maggio 15

Potenti, eterni congiurati field_506ffb1d3dbe2

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 La congiura dei potenti

L’eponimo del mio Liceo, Giambattista Vico, l’ha teorizzato: la storia, pur con apparenti mutamenti e imbocchi di labirinti, stringi stringi, nel medio-lungo periodo, ripercorre sempre gli stessi itinerari. Questa Umanità tontolona, che si fa turlupinare dal primo svelto di lingua e manipolatore; che ama salire a frotte sul carro del vincitore e rilasciare ai mattatori la delega in bianco per decidere del proprio destino, qui in Italia ha dei veri virtuosi nel cieco e sordo istinto autodistruttivo.

E non pontifico senza continue dimostrazioni della veridicità di quanto sostengo: i cambioverso a raffica, la pioggia di tweet trionfalistici con cui ci ha inondato il Ciceruacchio di turno (ché nulla ha da spartire col conterraneo Savonarola) sono smentiti dalla valanga di giochetti da basso Impero che stanno emergendo nel settore delle nomine ai vertici di alcune Società e Istituzioni pubbliche ‘sensibili’.

Un sottosegretario ‘fedele’, tal Roberto Reggi, che da autorità politica nel campo dell’Istruzione cambia in corsa cappello, catapultato in un ruolo extragovernativo, ma fondamentale come la cabina di comando dell’Agenzia del Demanio – titolare di tanti immobili da liquidare per fare cassa – è solo uno degli esempi della fame atavica scatenata dalla banda vincente.

Sono immobili che, come le mitiche auto messe all’asta (ma ben più di pregio), si potrebbero rivelare un cattivo affare per lo Stato venditore, mentre business d’oro per acquirenti grati e graditi.

E qui mi sovviene un episodio vissuto sulla mia pelle. In una realtà aziendale, chi la reggeva ha demolito ogni mio ragionamento su professionalità e cultura, con un pensiero cinico, ma realistico: ‘Guarda a me non interessa affatto di interloquire con collaboratori colti, preparati e con contatti ad alto livello per organizzare iniziative di spessore nel settore culturale. Preferisco persone fedeli, sia pure meno colte, professionali, intelligenti. Sono per me più facili da gestire’, mi ha detto.

E’ un ragionamento contro cui da trent’anni ci sbatto il naso e ci lascio le penne, illusa che merito e qualità siano vincenti; molto spesso si sono rivelati una zavorra che mi ha portato sott’acqua. Per la conservazione del potere, però, sono i manipolabili i collaboratori più appetiti. Lo sintetizzarono in un mirabile titolo Fruttero & Lucentini, ‘La prevalenza del cretino’.

Quasi profeticamente, fu sulla pagina bianca d’inizio di questo volume che abbozzai il mio curriculum vitae, di ritorno da Roma dopo il primo colloquio di lavoro della mia vita, il 25 luglio 1985. Molto spesso, non possediamo la visione d’insieme storica per comprendere che la nostra minuscola esistenza è inserita in una pellicola che passa sullo schermo in un eterno replay.

Scarnificate le loro vicende da un palcoscenico mutevole per le condizioni ambientali e tecnologiche che si evolvono, i cosiddetti ‘potenti’, in una sbalorditiva monotonia, replicano lo stesso assalto al potere, per poi combattere un’eterna lotta per la conservazione dello stesso.

Abbiamo da poco sguazzato nelle rievocazioni augustee e, nel preparare di gran carriera l’articolo per L’Indro, ho persino ammirato questo autocrate, Ottaviano Augusto, che si impadronì del potere in maniera soft, usando l’intelligenza, oltre che la forza che gli veniva dall’essere l’erede di Giulio Cesare. L’uso spregiudicato delle alleanze lo favorì e donò all’Impero Romano – che mai denominò tale, dando alla cittadinanza l’illusione di vivere ancora nell’età repubblicana – un periodo aureo inedito e mai replicato.

Ai giorni nostri, vediamo che, per continuare a fruire delle risorse energetiche mediorientali, il mondo occidentale s’impegna da sempre in una strana quadriglia, mutando in un tourbillon i suoi alleati autoctoni che diventano presto suoi avversari, mentre coloro che erano prima avversari cambiano ruolo, accreditandosi come ‘amici’.

In tutto questo, ci mettono lo zampino anche le questioni religiose, riproponendo quello scontro di ideologie che pareva che la battaglia di Lepanto avesse silenziato. La mia passione per la storia e la geopolitica mi hanno avvicinata ad un avvincente scrittore, Carlo A. Martigli (io lo so cosa significa quella A puntata, ma non ve lo dirò neanche sotto tortura…), capace di sposare realtà storica e fantasia, con il ‘dono’ di una ricostruzione verosimigliante che avvince e… convince.

La lettura del suo ultimo romanzo – gli altri, con un passaparola efficacissimo, hanno battuto i record di vendita – ‘La congiura dei potenti’ (Longanesi) ha rappresentato il motivo ispiratore di quest’articolo. Ogni momento storico, compreso l’attuale, è un palcoscenico su cui si muovono una serie di protagonisti, piuttosto prevedibili, visto che la loro molla comportamentale è semplicemente la bramosia di potere.

Anche in questo caso, ritroviamo alleanze variabili come in un minuetto, con la stessa mancanza di scrupoli che riscontriamo nei cosiddetti ‘potenti’ d’oggidì. Nel romanzo di Martigli, inscenato nel quadriennio Domini 1519 – 1522, il minuetto vede sulla pista da ballo personaggi storici e persone inventate di sana pianta – ma con grande credibilità – dall’Autore.

Quelli realmente vissuti si chiamano Papa Leone X (Giovanni di Lorenzo de’ Medici) ed il suo segretario-amante, il Cardinale Silvio Passerini; il monaco agostiniano Martin Lutero (qui in una chiave di lettura che lo fa apparire piuttosto debole e tonto, nonché pieno di paranoie); il caporivolta Thomas Muntzer (molto più luterano di Lutero e meno don Abbondio, si mise davvero alla guida delle masse ribelli contro la simonia e la vendita delle indulgenze); Jacob Fugger (il banchiere che teneva per la collottola  – autocensura – i potenti dei tempi, tutti suoi debitori; ma che era un infelice, guardone e sessualmente impotente); il Principe Federico III di Sassonia, detto il Saggio, (un furbo di tre cotte, ma con il tallone d’Achille della sua cieca mania di collezionare reliquie di Santi e Sante, molto spesso tarocchi che neanche a Forcella a Napoli; pur di impadronirsene, non badava a spese, indebitandosi fino al collo con il Conte Fugger); il Principe Alberto di Hohenzollern, (uno squalo affamato di quattrini e di amanti che, dovendo soddisfare questo costosissimo train de vie, scatenò un mercato delle indulgenze tale da provocare l’indignazione di Lutero e l’elaborazione delle sue 95 Tesi); il Sultano Solimano I il Magnifico, (sotto il quale il Regno ottomano conobbe il suo periodo aureo, una sorta di Augusto da Istanbul e suo padre, il crudele Selim I).

Gli altri personaggi di contorno introdotti dallo scrittore e la cui esistenza è storicamente provata sono Bozluky Celal, eretico persiano, e l’astrologo Luca Gaurico.

Il protagonista, lui sì, è figlio della fantasia di Martigli: è Paolo de Mola, ovvero M’artigli – inciampiamo in una civettuola rivendicazione genealogica per il ‘nostro’ Autore, ma gliela perdoniamo per il diletto che ci ha offerto col suo libro! -, propaggine filiale del protagonista dei suoi due precedenti romanzi, ‘999 L’ultimo custode’ e ‘L’eretico’, ossia Ferruccio de Mola. Paolo deve ‘maturare’ come cavaliere e guerriero e intraprende una via difficile e densa di… imprevisti. Un personaggio di contorno, anche lui frutto del fantastico dell’Autore, è Lorenzo da Velletri, ermafrodita: in lui convergono spirito maschile e femminile, con i risvolti psicologici antitetici che questa simbiosi ‘platonica’ attiva.

Un libro da goduria, per chi ama la storia e i suoi ‘dietro le quinte’; un libro che ci fa sorridere rispetto alle congiure da teatro dei burattini in scena oggi sotto i nostri occhi.

 

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