venerdì, Settembre 24

Post-Primavere: giornalismo e grande gioco Gli ultimi casi di cronaca internazionale e il mondo dei media

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Ci sono due immagini che hanno martellato media e rete nelle ultime settimane dal Medioriente: i bombardamenti “the hell pinpoint” di Gaza, secondo la molto azzeccata definizione di un John Kerry fuori-onda. E le istantanee tremende che arrivano  dal “califfato” siro-iracheno: teste mozzate in bella mostra, arredo urbano in stile “zio Tibia”, un fiume di sangue di esecuzioni sommarie che vorresti tanto non fossero vere. E tante storie sulle persecuzioni contro i cristiani. Sono foto di una realtà che colpisce lo stomaco e il cuore di molti, in Occidente, in Asia, dappertutto. Ecco teniamole a mente come un grande cartellone, mentre andiamo a  descrivere quella che ormai sembra una nuova geometria politica che coinvolge non solo il Medioriente, ma anche il Nord Africa (quello che agli “esperti” piace chiamare MENA).

Era il 2011 e in un pezzo descrivevo i segnali dello sganciamento Usa dal grande Medioriente. Una tendenza poi confermata un mese dopo da Edward Luttwak a margine di una intervista. Col suo linguaggio colorito, ma sempre efficace aveva confidato: “quelli con gli asciugamani in testa la democrazia non la vogliono, meglio occuparsi dell’Asia, li c’è voglia di fare”.

Sembrava tutto una logica conseguenza di scelte obbligate e volute. Obbligate dalla lunga crisi economico-finanziaria che stava prosciugando le casse di Washington, volute dalla necessità di contenere l’espansionismo cinese in Asia: gli Usa devono impedire che Pechino diventi una potenza marittima. Quelle che a Washington chiamano deep blue sono acque che devono restare una prerogativa americana, pena la fine dell’egemonia globale Usa (già in serio pericolo). Anche il petrolio mediorientale stava perdendo parte del suo valore strategico per gli Usa (non per le Europa e il resto del mondo). Con l’avvento delle nuove tecniche estrattive si poteva produrre greggio in zone meno “incasinate”. America compresa. Il generale Carlo Jean mi confermava poi l’intenzione Usa di salire in cima alla lista dei produttori mondiali di oro nero. Insomma, le premesse di un cambiamento epocale erano chiare. Un po ‘ meno le conseguenze dirette e indirette.

Premettiamo che in Medioriente gli Usa sovvenzionano le spese militari d’Israele con un finanziamento annuale di circa 1,3 miliardi di dollari (un importo simile veniva fornito anche all’Egitto). Ciò che le cronache non dicono è che il rapporto tra Washington e Gerusalemme è sempre stato un matrimonio turbolento. Le prese di posizione di Barack Obama che alza la voce al telefono con Netanyahu, o John Kerry che perde la pazienza, oggi sono rese pubbliche, ma non sono una novità. Israele è sempre stata imprevedibile e ingestibile riguardo al problema “sicurezza”. Fino ad essere pronta a lanciare i missili nucleari Jericho contro l’Egitto. Allora (siamo ai tempi della guerra fredda)  fu il lavoro in tandem di Washington e Mosca a salvare capra e cavoli (nucleari). Vi immaginate quanto dovesse essere pericolosa la situazione? Tanto da spingere comunisti e “capitalisti” a lavorare insieme. Un episodio ricordato anche dal nostro ammiraglio Fulvio Martini in un libro di memorie. E serve tenerlo bene a mente quando si analizza la politica regionale.

La decisione del passo indietro Usa non poteva non tenere dunque conto che serviva lasciare un ambiente “more friendly”. Specie per lo stato ebraico. Le primavere arabe arrivavano dunque a fagiolo. Salvo poi creare un certo disorientamento diplomatico nella leadership israeliana, che per tutto il periodo delle “rivolte” si era votata ad un saggio silenzio. Vertigine politica causata dagli esiti elettorali delle primavere che non erano quelli auspicati. Soprattutto quando si sottolineava il fatto che nelle piazze non si erano bruciate bandiere americane e israeliane. La forte spinta al cambiamento assolutamente priva di colorazione religiosa, aveva trovato sfogo elettorale nelle formazioni a forte caratterizzazione islamica. Un fatto che era stato male analizzato, perche’ rendeva invece evidente un elemento chiave per tutto il grande Medioriente: stava nascendo il voto d’opinione.

Israele non poteva certo non pensare a nuove geometrie politiche per un Medioriente e Nord Africa “liberato” dai vecchi dittatori. E’ nato cosi’ un progetto sul campo per sostituire un America che voleva chiudere i rubinetti dei maggiori interventi militari in Iraq e Afghanistan e stare defilata nel Mediterraneo. E che sembrava ormai distratta dall’Asia (Cina).

La Francia laica, anti-religiosa, carica di velleità geopolitiche e con una residua capacità di proiezione di potenza estera era il candidato perfetto. Parigi era anche più vicina di Washington, più mediterranea, più spregiudicata nel trattare con gli arabi. Ed era necessario un “vero” amico all’Eliseo: Dominique Strauss- Kahn (non tutte le ciambelle riescono col buco). Ma servivano anche partner locali, islamici, possibilmente spaventati dal progetto politico dei Fratelli musulmani (che coinvolgeva principalmente il triangolo Turchia-Egitto-Tunisia). Arabia Saudita (delusa da Washington), Qatar e più sfumati gli Emirati arabi uniti erano i candidati adatti, per completare questa ipotetica geometria di un nuovo equilibrio di potere regionale. E avevano ciò che mancava. I soldi, tanti, che la Francia pietiva, il terrore che le primavere potessero diventare un modello di “democrazia islamica” che avrebbe giocoforza minato le loro petrocrazie familiste e antidemocratiche. E anche loro avevano un disperato bisogno di creare nuove alleanze. Le oligarchie del Golfo avevano inoltre un buon motivo per fare tutto in fretta: il fiato iraniano sul collo. Un attivismo di Teheran che stava agitando le acque sciite del Golfo Persico. In Bahrein ad esempio, ma anche in Siria e in Iraq.

Stiamo naturalmente facendo delle ipotesi, che però  sono due passi oltre le semplici speculazioni. Esiste anche un precedente storico: l’Algeria degli anni Novanta e la grande paura per la deriva islamica. Una cura, quella in salsa algerina, con la messa al bando del Gia – vincente nelle urne –  che alla fine e’ stata peggio della “malattia” e  che e’ costata migliaia di morti.

Un primo esperimento sul campo per questa nuova “alleanza” e’ stata la “rivoluzione” libica. Poi la Tunisia e l’Egitto, con diversi precedenti anche in Siria. Visti i risultati ci sarebbe da preoccuparsi. Anche l’improvviso movimento di Isis/l, Daesh, Is – o come diavolo si chiama – in Iraq ha “sorpreso” solo i media e i think tank americani (Foreign Affairs e Foreifn Policy hanno cominciato  dare segni di stanchezza nelle loro analisi, di solito brillanti). Perché Kerry non si è agitato più di tanto e gli F-16 promessi ad Nouri al Maliki e mai arrivati a Baghdad ancora non si sono visti. Tanto che il presidente sciita, sconfessato anche dal suo amico e diplomatico Usa Ali Khedeyr, si èrivolto ai russi. Se poi andiamo ad analizzare alcuni episodi della disfatta dell’esercito iraqueno di fronte all’avanzata del nuovo “califfo” scopriamo che la maggior parte degli ufficiali iracheni, un bel giorno, si sono presentati nelle rispettive caserme in abiti civili per comunicare ai propri sottoposti che erano in libertà. Insomma l’impressione che la lezione libica fosse stata appresa, era evidente. Quando la rivolta era partita a Bengasi troppo presto, per autocombustione. E tutti i reparti del Fezzan non si erano mossi: gli accordi parlavano di date diverse. Certe operazioni vanno pianificate con attenzione. Nel novembre scorso ho avuto la ventura di un fugace contatto con i “signori” di Isil ad Azaz. Militari formati, nessun siriano fra loro. Faccio comunque fatica – ma ammetto che può essere una mia carenza – a sovrapporre questa immagine a quelle disseminate a profusione dai siti di Walid Shoebat – sedicente ex terrorista palestinese di Betlemme – riprese in rete e sui social (ma anche dalla Nbc) dove si vedono teste mozzate trasformate in arredo urbano, stile festa patronale. O quelle terribili sequenze da inferno dantesco con esecuzioni sommarie in serie infinite sulle rive di un fiume rosso sangue. Per non dire delle tremende persecuzioni contro i cristiani. Ma sono in buona compagnia, anche il senatore John McCain è costernato. Anche lui qualche tempo fa ebbe la ventura di un fugace incontro con i “barbari” di Isis/l/daesh/Is. Insomma la tensione nei confronti del “pericolo islamico” va tenuta costantemente alta. La cosa più difficile è distinguere il vero dal falso. Quando i reporter in grado di entrare nelle zone più a rischio sono pochi, pochissimi… spesso nessuno.

Ogni tanto, non si sa bene da dove, parte una parola d’ordine e il circo mediatico che consuma informazioni estere segue pedissequamente. Quello che invece ha la forza di produrre informazioni a livello globale lancia segnali inequivocabili ai pochi che osano produrre analisi indipendenti. Faccio un esempio, tanto per non restare nel vago. I salafiti. Brutti, sporchi e cattivi. La prima volta che li ho incontrati in Tunisia mi veniva da chiedergli cosa prendessero per digerire i bambini. Sono entrato nella famigerata moschea di al Fath in rue de la Liberte’. Diverse volte tra la primavera e l’estate 2013. Quando era ancora in vigore il divieto per gli stranieri di varcare quella soglia. Lo scorso inverno, per non farmi mancare nulla, sono anche andato a pregare in una moschea di Soukra, quartiere dove la storiografia ufficiale vuole sia nato Ansar al Sharia Tunisia. Premetto che il 19 maggio 2013 ero a Kairouan, dove era in predicato lo svolgimento della loro assemblea annuale. Di salafiti ne ho incontrati molti (non in quella occasione). Certo ci sono anche i violenti, ma ci sono dappertutto, anche tra i sufi – in Libia ad esempio – che notoriamente godono di ben altra reputazione. Ho sufficiente esperienza per capire fino a che punto il pressapochismo e’ figlio della “cialtronaggine” giornalistica o invece voluto per scopi non immacolati. Diventa perciò difficilissimo spiegare che nella stragrande maggioranza i salafiti tunisini (anche quelli egiziani) sono le persone più educate, affidabili e gentili che puoi incontrare, che assomigliano più ai frati francescani che ai “mozzatesta” assetati di sangue e sharia che certa propaganda vuole proporre. Preciso che alcuni salafiti “certificati” sono stati fotografati durante l’assalto alla sede dell’ambasciata Usa di Tunisi. Per quelli basterebbe la galera, buttando le chiavi possibilmente.

L’errore di prospettiva è quello di confondere l’aspetto religioso con una sottocultura figlia dell’ignoranza, come l’antropologo Clifford Geertz, tanto per fare un esempio, aveva sottolineato nelle sue ricerche. Ma lasciando perdere citazioni da fuga-del-lettore, è come se giudicassimo il cattolicesimo guardando a certi episodi degli anni Cinquanta nel Meridione d’Italia. Mi riferisco ai delitti d’onore o in seno alla famiglia, dove era considerato un diritto dar fuoco a una sorella/figlia/moglie disobbediente. Era la religione da condannare o il contesto “culturale” che si riconosceva comunque formalmente in quella religione? Capisco che entriamo in un campo poco adatto allo stile sinottico di un articolo, ma serviva chiarire. Almeno in parte. E’ chiaro che in un contesto simile fare informazione diventa non impossibile, ma surreale. E potrebbe spiegare anche come le nuove geometrie politiche regionali esercitino un potere d’indirizzo sui media. Non ci dobbiamo scandalizzare per questo, fino a quando non si passa sui cadaveri di innocenti, i cittadini comuni. Succedeva durante la guerra fredda e l’Italia e’ un pozzo di esempi. Sta succedendo nei paesi delle post-primavere. Quello che va contestato è la grossolana maniera con cui il tutto viene condotto. Soprattutto con quale sovrano disprezzo vengono trattati i musulmani, che vivano a Gaza, Tunisi, Tripoli, Il Cairo, Aleppo o Mosul. E soprattutto vanno contestati i risultati. Aver buttato nel cesso tirando lo sciacquone della violenza di stato, lo spirito delle primavere che era reale, vivo, non indirizzato e’ un peccato mortale. Un peccato che presto produrra effetti imprevedibili. Stava nascendo un voto d’opinione. Chi aveva votato per i Fratelli musulmani o i salafiti (in Egitto) esprimeva solo la speranza che il nuovo, non avendo mai gestito il potere, fosse meno corrotto del vecchio. Pronti a riprendersi quel voto in qualsiasi momento: il gioco democratico stava piacendo molto agli arabi.

Faccio un altro esempio che mi ha colpito direttamente. Lo scorso anno a cavallo tra fine giugno e meta’ luglio ero al Cairo. Giravo tra piazze e strade nel triangolo Tahrir-Kasr el Ithadia-Nasr city. Mi capitava spesso la mattina di leggere di decine di morti nei posti dove ero stato, senza aver notato alcuna tensione. E di non leggere alcuna notizia quando i morti c’erano stati veramente. Veri “finti morti” e  “morti veri” desaparecidos.

Cosi oggi grazie anche all’appoggio di alcune cancellerie occidentali la restaurazione ha preso il sopravvento. La paura è diventata il mezzo con cui grandi e piccoli giochi vincono al banco dei nuovi assetti politici e diplomatici. E nel circo dei media. I grandi giochi vogliono dare il colpo di grazia a Erdogan, a ogni ulteriore velleità universalistica del progetto della Muslim brotherhood, all’Iran e alle sue mire nel Golfo, in Iraq, in Siria, nel Libano e su Hamas. Se per farlo serve allearsi col “diavolo” waahabita, poco male. Arroganza e presunzione non mancano. Per i piccoli giochi, quelli che legano malaffare, corruzione, state machine e spezzoni dei vecchi regimi, curiosamente servono gli stessi metodi. Un paese in continua emergenza estremismo si curerà poco di una seria lotta alla mafia dei colletti bianchi, di sconfiggere i signori delle tangenti che depredano le ricchezze di un paese. Per cui si instaurerà, se non è già successo, un’alleanza di fatto tra neo-colonialisti e ladri. Con qualche utile idiota europeo, di quelli che sconfitti dalla storia riversano la loro rabbiosa frustrazione “comunicando” dai paesi MENA, quelli della “polizia salafita” degli stupri di massa, degli islamici “brutti, sporchi e cattivi”. E fare informazione senza far parte integrante di una di queste tribu’ di potere e’ una vera professione di fede. La guerra di Gaza è un bell’esempio che mostra quali pressioni vengano esercitate sui reporter durante il loro lavoro, per non dire di quelle che subiscono da capi-servizio e redazioni, spesso schierati da una parte o dall’altra e che alle volte pretendono di dare un taglio al tuo pezzo, che tu scrivi dalla tua trincea, con i tuoi occhi, con le tue orecchie… con i tuoi respiri sospesi. E il numero sempre crescente di professionisti dell’informazione ammazzati indica bene quanto sia “fastidiosa” la presenza di giornalisti indipendenti in mezzo al nuovo risiko.

Ma torniamo appunto al grande gioco ed a uno dei suoi protagonisti, Israele. Basterebbe mettere in controluce l’operazione Protective Edge e le sue premesse per capire dove si vuole arrivare. L’attuale governo ha scientemente sabotato, reso nullo, cancellato il progetto dei Due Stati. La politica degli insediamenti, vanificando la continuità territoriale, lo ha trasformato in una presa in giro. Non solo, ma anche la corrente pacifista palestinese, ben rappresentata dagli Abdallah Abu Rahma, Ahsem Tamimi e dall’ex premier palestinese Salam Fayyad, è stata messa volutamente fuori gioco. I primi sono finiti in galera, grazie alla normativa militare 101 che proibisce qualsiasi manifestazione politica anche pacifica. Il secondo e’ stato vittima di una tattica rodata. Quella di rispondere alle aperture e ai riconoscimenti politici, anche importanti, ” sputtanando” chi li propone di fronte ai palestinesi. Cosi e’ stata demolita la credibilita’ dell’Ap e di tutti coloro che avrebbero potuto costruire le premesse per una civile convivenza. Ed e’ stato rafforzato Hamas, come spiega benissimo Peter Beinart dalle colonne di Haaretz. Cosi come Protective edge  ha resuscitato politicamente la resistenza islamica, dopo l’ennesimo giro di valzer alla corte di Teheran che la stava rendendo assai debole. A questo governo di Gerusalemme servono i radicali sulla soglia di casa e i mozzateste di Isil sparsi in Medioriente, per continuare a vincere facile, in casa, nella regione e per battere cassa a Washington. Hanno un disperato bisogno di sostituire i dittatori “pazzi” alla Gheddafi, alla Ahmadinejad che rendevano la loro politica estera “so easy” con nuovi spauracchi. E servono i coloni per frenare una tendenza demografica negativa: l’unico vero pericolo per il futuro dello stato ebraico. Israele potrebbe essere definita una democrazia moderna “immatura” che si è abituata a barare, meglio dei suoi avversari, e che sa che il gioco può durare finchè l’avversario continua ad apparire “brutto, sporco e cattivo”. Il tutto non tenendo conto del latente antisemitismo europeo, sempre pronto a rialzare la testa, grazie a una storiografia postbellicca che ha descritto tutti gli “ismi” europei come accidenti e non come frutto inevitabile della storia del Vecchio continente. E non ha fatto nulla di sostanziale per cancellare questa infame lettera scarlatta dal proprio dna.

 

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