domenica, Maggio 16

Porto Rico rischia il collasso finanziario field_506ffb1d3dbe2

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Porto Rico collasso

New York – Il futuro dell’isola caraibica di Porto Rico sembra sempre più incerto con le speculazioni ancora insistenti su un collasso finanziario e le possibili conseguenze. Porto Rico è uno dei territori degli Stati Uniti, un protettorato, gestito con un sistema ibrido ovvero con un governo eletto localmente ma che segue leggi statunitensi. L’economia di Porto Rico è in recessione dal 2006, nonostante un breve recupero l’anno scorso, e le previsioni per il Pil del 2014 sono per una contrazione dello 0,8%.  Il tasso di disoccupazione è al 14,7%, il doppio rispetto agli Stati Uniti. Il debito è raddoppiato in 10 anni e ammonta adesso al 93% del Pil.

Nonostante sia una cifra molto alta siamo ancora lontani dai livelli di rischio di altri Pasei, lontani dal 176% del Pil del debito della Grecia. 3,7 milioni di persone vivono a Porto Rico, passata sotto il controllo degli Stati Uniti nel 1898, più popolata di tanti dei 50 Stati dell’Unione. Anche se i problemi dell’isola hanno provocato un massiccio esodo verso gli Stati Uniti e tra il 2010 e il 2012 l’isola ha perso 54 mila abitanti, l’1,5% dell’intera popolazione. I problemi dell’isola sono ulteriormente peggiorati nel 2006, alla scadenza di una parte importante dell’Operation Bootstrap (Operation Mano a la Obra). Si tratta di un pacchetto di esenzioni fiscali e di agevolazioni commerciali implementato dal Governo americano a partire dagli anni 40 per attirare investimenti sull’isola e creare un settore industriale, in uno stato la cui l’economia era incentrata solo sullo zucchero di canna, in cambio della proposta emigrazione di un terzo della popolazione dell’isola. Diverse aziende industriali, farmaceutiche e biotecnologiche avevano spostato negli anni parte delle loro attivita’ sull’isola visti i benefici fiscali e il costo basso della manodopera.

Le tre maggiori agenzie di rating, che hanno assegnato una valutazione di un solo gradino superiore al livello junk, spazzatura, monitorano con attenzione il debito dell’isola in cerca di segnali di peggioramento della situazione finanziaria e sono tanti gli analisti che speculano su un possibile default. Fitch Ratings il mese scorso ha minacciato di ridurre il rating sul debito di Porto Rico entro il 30 giugno se l’accesso al mercato del credito continuerà ad essere limitato. L’amministrazione Obama ha inviato sull’isola un team per aiutare Porto Rico a sistemare i propri conti e la propria economia e per mettere a tacere le speculazioni relative ad un possibile piano di salvataggio. In Novembre una task force per Porto Rico, creata dalla Casa Bianca, aveva segnalato che «i problemi non sono emersi all’improvviso e non potranno essere risolti all’improvviso».

Un bailout, un piano di salvataggio, per adesso non è tra le opzioni e il governo locale sta tentando di ridurre il deficit attraverso misure di austerità, per  evitare una riduzione del rating, e allo stesso tempo cerca di stimolare la crescita con incentivi e aumenti alla spesa. Il Governatore dell’isola, Alejandro Garcia Padilla, che non ha chiesto aiuto a Washington, ha dichiarato che Porto Rico non può fallire, «pagherò non solo perché è un obbligo costituzionale ma soprattutto perché  è per me un obbligo morale. Non c’è al momento un problema di liquidità». Per legge i protettorati USA, come gli stati dell’unione, non possono tecnicamente andare in bancarotta ma è possibile un default dei bond, in questo caso si tratta di un totale di $70 miliardi. Dalla salute fiscale dell’isola dipende il mercato da $3.700 miliardi dei muni bond statunitense, perché oltre tre quarti dei fondi comuni che investono in obbligazioni municipali hanno in portafoglio i titoli di Porto Rico, che sono esentasse anche fuori dell’isola.

L’amministrazione teme le conseguenze di un default di Porto Rico soprattutto in un momento decisivo per la bancarotta di Detroit che potrebbe innescare fallimenti in altre zone del Paese. Il giudice fallimentare Steven Rhodes non ha accolto le richieste di sindacati, fondi pensione e pensionati ed ha stabilito che Detroit potrà iniziare a ridurre i propri debiti. Il giudice in particolare ha dato il permesso alla città di tagliare le pensioni, che possono essere quindi gestite come altri debiti, e ha stabilito che la costituzione dello Stato del Michigan, che protegge le pensioni pubbliche, non basta a difenderle durante una bancarotta. Il buco previdenziale di Detroit ammonta a $3,5 miliardi di dollari e la città non riesce ad onorare i propri pagamenti in parte anche date le scarse entrate. Si tratta da una parte di una sconfitta per il settore pubblico e per i sindacati ma dall’altra una vittoria per Detroit e per altre città che stanno valutando la possibilità di dichiarare bancarotta perché non riescono a pagare le pensioni. Alcuni analisti però sottolineano che non sarà così facile per altre città seguire l’esempio di Detroit perché la sezione del codice fallimentare Chapter 9 richiede le prove dell’impossibilità di ridurre i debiti attraverso altre misure. Detroit ha licenziato vigili del fuoco e poliziotti, ha preso in prestito fondi per ripagare gli interessi sui propri debiti e, dato il continuo calo della popolazione, non riesce coprire i buchi con le entrate fiscali.

Nello stesso giorno in cui è arrivata la sentenza fallimentare per Detroit lo stato dell’Illinois ha votato a favore per una ristrutturazione da $160 miliardi delle pensioni pubbliche. E i pensionati in altre parti del Paese hanno già subito una riduzione dei propri pagamenti come a Central Falls in Rhode Island. Il sindaco della città californiana di San Jose propone un’iniziativa che prevede la riduzione di alcuni dei piani pensione già promessi ai dipendenti pubblici. Tutti esempi che dimostrano come città e stati in difficoltà si ritrovino a violare un patto, una volta considerato di ferro, con i sindacati. E come in questa economia nessun tipo di lavoro sia in grado di garantire un futuro alla fine della carriera.

 

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