giovedì, 9 Febbraio
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Pornografia del dolore

Dove sono finiti quei vecchi pretori, non d’assalto ma di retroguardia, spesso cattolici tradizionalisti, un po’ ottusi ma in soggettiva, e quindi ancor più devastante buonafede. Quelli che censuravano Cicciolina e Pito Pito, l’amato pitone con il quale si intratteneva sui palchi di teatri e teatrini, poi al ritiro dalle scene finito in borsetta. (Proprio nel senso che è diventato una borsetta. E chissà se aveva avuto una vita felice, chissà quanto saremmo noi felici di passare le notti nei pressi degli organi genitali di bisce e cobra. Sono i grandi interrogativi della vita). Quei magistrati, dicevamo,  che occhiutamente attendevano al varco settimanali e mensili chochon, erotici o pornografici che fossero, costringendosi poi all’esame dell’intero materiale sequestrato da cui uscivano ad occhi pesti, rimembrando gli ammonimenti dei preti da ragazzini.

E dove sono finiti, per l’appunto, quei preti che ammonivano al peccato ‘contra sextum’ e gli altri comandamenti e che fortemente sconsigliano attività sessuali, in proprio o in numero pari o superiore a due. Ma, insomma, dove sono finite pure tutte le Associazioni di Famiglie, i Comitati spontanei, le mobilitazioni ‘antisporcaccioni’, i roghi di giornali e fumetti pornografici…

Dove sono finiti, vivaddio, ora che servirebbero, ché se tornassero in campo contro la nuova, quella sì mortalmente dannosa, pornografia, la pornografia del dolore, farebbero cosa buona e giusta, dovere e fonte, se non di salvezza, almeno di umana consolazione. Servirebbe proprio una loro azione, che in questo caso sarebbe d’avanguardia, contro il mercimonio dei sentimenti. E se di pippe non è mai morto nessuno (o quasi), questa pornografia provoca danni quelli sì irreparabili. E non solo alla vista. In questo nostro Strapaese delle meraviglie ci si commuove un tanto al chilo e si usa il dolore altrui a fini d’audience. E’ sempre stato così, ma purtroppo, e ormai, lo è sempre più, e figuriamoci ora dinnanzi alla ghiotta occasione offerta da africani ed asiatici in fuga.

A questo proposito lasciamo, però, che sia Sergio Zavoli a tirare le somme. «C’è una pornografia del dolore e un’altra, più grave, della necrofilia che fanno della morte una sorta di nuova normalità. Quel bambino riverso sull’orlo della battigia, con il volto nell’acqua, la maglietta rossa, i calzoncini blu, e le scarpine con le punte infitte sulla sabbia, è diventato in poche ore l’icona di una immane tragedia; purché la si racconti con il cauto, dolcissimo abbandono offerto al bambino dalle semplici braccia di un poliziotto. Ora il mondo si esercita in un dilemma che toglie ogni pietà agli occhi di chi guarda quel mare, quel morticino, quella foto, perché si vuol sapere quanti di noi sono stati travolti da quell’immagine, o se il bimbo, ‘spiaggiato’ come un cucciolo di delfino, anziché lasciare un segno nel cuore antico dell’umanità ha indotto Paesi interi a dover valutare ‘il ricatto della misericordia’. Si è preferita la strategia della minima accoglienza, con l’algido pretesto  che l’Europa non si è ‘ancora’ dotata di una apposita, rigida, legislazione. Tranne per il privilegio concesso ai migranti siriani perché sono ‘un popolo di ingegneri, avvocati e professori che possono ‘giovarci’ e non di ‘criminali’, in cerca di mercati per le loro imprese».

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