venerdì, Settembre 24

Populisti e deficit cognitivo Roma: al Festival della Diplomazia si discute di leadership, populismo e crisi dei quadri intermedi

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A Roma è in corso l’ottava edizione del Festival della Diplomazia, un momento di discussione con esperti e addetti del settore che affronta differenti aspetti della materia: dalle dinamiche interne alle Ambasciate agli aspetti culturali, politici ed economici della diplomazia, con particolare riferimento al rapporto tra Storia e Futuro e al mondo giovanile.

Proprio a questi aspetti era legata la conferenza intitolata ‘Leadership e Populismi‘, svoltasi il 24 ottobre nella Facoltà di Scienze Politiche dell’Università LUISS Guido Carli, alla quale hanno partecipato il professor Giovanni Orsina, ordinario di Storia Contemporanea, l’Ambasciatore del Brasile, Antonio de Aguiar Patriota, Franco Venturini, editorialista del ‘Correre della Sera‘ ed esperto di politica internazionale, e il professor Mario Morcellini, Commissario della AGCom.

Nel corso della conferenza è stato ampiamente trattato il tema del rapporto tra la crisi dei partiti tradizionali e l’ascesa dei populismi, oltre che delle prospettive di questo fenomeno che sta attanagliando, ormai da decenni, tutti i Paesi sviluppati.

I movimenti che attualmente vengono definiti populisti, in realtà, hanno caratteristiche molto differenti tra loro e, se si vuole essere in grado di ideare una qualche strategia che possa arginarli, sarà necessario capire, certamente le specificità locali dei singoli movimenti, ma soprattutto gli aspetti che questi hanno in comune. È chiaro che la crisi della politica tradizionale, improntata su modelli non più attuali (legati soprattutto alle dinamiche della Guerra Fredda e ad un idea di Stato Nazione che oggi non risponde più alla realtà dei fatti), ha costituito il terreno più fertile per l’ascesa di questi movimenti: la latitanza di una politica credibile ha chiaramente favorito uno scollamento tra la classe dominante ed il resto della Società (in particolare, le generazioni più giovani sono quelle che hanno maggiormente risentito di questa frattura).

L’inadeguatezza della politica, però, da sola non è sufficiente a spiegare questo proliferare di movimenti populisti. Un altro aspetto, altrettanto importante, è la crisi dei quadri intermedi, ovvero, di quelle parti della società che funzionavano come un tramite tra le classi dirigenti ed il presto della popolazione e che, a partire dagli anni ’90, sono state sempre più messe all’angolo: dalla Scuola alla Scienza, dalle organizzazioni partitiche o sindacali alle parrocchie, i corpi intermedi hanno progressivamente perso il loro peso in favore di media (la televisione prima, internet poi) che veicolano il messaggio direttamente all’elettore, annullando la necessità di spiegazioni tecniche (e dunque logiche).

Ecco che, nonostante le grandi differenze che intercorrono tra i vari fenomeni populisti (Trump negli USA, i promotori della Brexit o dell’indipendenza catalana, il Front National in Francia e Alternative für Deutschland in Germania, la Lega Nord e il Movimento 5 Stelle in Italia, e così via), appare evidente un punto in comune tra i vari movimenti: tutti hanno fatto larghissimo uso di mezzi di comunicazione che permettono di saltare la fase di riflessione su di argomenti complessi; tutti attaccano pesantemente quei corpi intermedi che avrebbero proprio il ruolo di diffusori di sapere. Tanto per fare qualche esempio, si potrà pensare al modo in cui Donald Trump, tramite Twitter, ha scavalcato il proprio partito (che ora tenta faticosamente di riprendere il controllo della situazione). Se si vuole pensare al caso italiano, si osservi come tutti i movimenti populisti nazionali (dalla Lega al M5S, passando per Fratelli d’Italia) abbracciano la feroce battaglia contro i vaccini, sintomo di una messa in discussione dello stesso sapere scientifico.

Scavalcata la fase della discussione, la ricetta facile ed accattivante che i populisti propongono ha facile presa su di una popolazione che non ha più alcun riferimento solido nelle vecchie istituzioni. Un tempo, i movimenti populisti prendevano quasi sempre il potere sfruttando un Colpo di Stato militare; oggi non hanno nemmeno bisogno di questo (oltre tutto, i vertici militari dei Paesi sviluppati non sono più quelli del passato e si sono liberati di quel tipo di tentazione): gli basta aspettare che la crisi delle istituzioni democratiche faccia il suo corso.

Il deficit cognitivo creato dalla crisi dei corpi intermedi dello Stato, ha lasciato il campo libero a chi, grazie a delle risorse economiche (che in questi casi non mancano mai), riesce ad utilizzare le nuove tecnologie di comunicazione per neutralizzare la coscienza critica degli elettori: un ragionamento complesso, frutto di studio e fatica, richiederà sempre, per essere recepito, un livello di attenzione incomparabilmente maggiore di un discorso che fa leva sulle paure e sui desideri più ottusi della popolazione. Tutto questo è ancor più valido se si indicano gli appartenenti alle classi dirigenti e i loro quadri intermedi come appartenenti ad una grande cricca, ad un’unica potentissima massoneria che lega politica, economia, istruzione e Scienza.

Il livello del discorso politico populista, quindi, è basso ed immediato. Come sostenuto dal professor Morcellini, se si vuole comprendere il linguaggio del populismo, basta seguire i talk show: «I talk sono un sussidiario del populismo». Il principale errore della politica, forse, è stato proprio quello di pensare di non avere più bisogno dei corpi intermedi e di poter sfruttare il linguaggio televisivo dei talk per comunicare direttamente agli elettori.

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