mercoledì, Dicembre 8

Populismo, tra cultura ed economia In questo immobilismo presentista che investe ruolo e futuro della democrazia nel mondo, abbiamo ristretto l’orizzonte del cambiamento sociale e culturale, deteriorando vite sempre più di scarto dei poveri ultimi dimenticati invisibili

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Mi piacciono le affermazioni scomode. Mentre come sociologo sono consapevole della necessità (vorrei dire come principio ontologico e storico, dunque in sé modificabile), di ‘difendere la società’, da cittadino e ricercatore metto alla prova mie personali dissidenze civili. Ciò stimola, spero, il mio lavoro sociologico nel pormi quesiti sulla funzionalità di leggi e norme che riproducono società, ‘stressandone’ in pari tempo la legittimità.

Questo forbito preambolo è per parare i colpi critici che potrebbero venirmene riguardo ad una valutazione sul regime estetico simbolico e fattuale di Facebook, raccoglitore della realtà degli individui, oltre 2 miliardi di utenti, social che orienta e manipola lo stato cognitivo della nostra epoca, un raccoglitore di solitudini cosmiche globali virtuali. Sì lo so, a volte torna utile perché rimette in circolo persone lontane, annuncia eventi o manifestazioni, dopo di che vivremmo relazioni sociali più vere ma più faticose in una realtà diretta. Insomma, un conto è vivere come un fine i supporti tecnologici che assorbono le nostre vite, un altro è utilizzarne le caratteristiche come un mezzo tra gli altri per comunicare. Ma di fatto siamo ormai lì a ‘gioire’ gaudiosi nella società della distrazione permanente, quando ci ritroviamo (?) alla mercé, da noi voluta, degli sguardi del mondo, nuova forma di voyeurismo di massa. Senza vederci dal ‘vero’, de visu, non a caso il viso che ci manca oggi con mascherine pandemiche, che fanno risaltare gli occhi questo sì, tra parcheggi stress traffico folla (amplificata con l’esperienza Covid-19), fatica in cui siamo sempre meno intenzionati di immergerci, complice l’età che s’avanza. Forma di manifestazione di sé che dall’intimo relazionarsi di private emozioni, si è trasferita in un spazio illimitato dove non vediamo l’ora di manifestare al mondo un afflato di emozionalismo, un’emozione sensazionalista da ‘espettorare’ rigorosamente in pubblico.

Poiché non ho più voce, tra miliardi di altri afasici sociali, lo ‘grido’ sul social per essere non’ ascoltato meglio… mentre nella realtà quotidiana di strade piazze e luoghi d’incontro oggi è ancora più urgente scansarci dagli altri, potenziali untori. Di cui vogliamo però riappropriarci, per fortuna, ma con masse di assembrati… a camminare ciascuno nel proprio viottolo mentale.

Questa è l’età storica contraddistinta dal passaggio permanente dall’acquisizione di conoscenza, informazione, dati per formarsi criteri di giudizio prodotto di unelaborazione cognitiva soggettiva, ad una guerriglia silente con la massa e l’estensione di informazioni enunciate, modificate, rielaborate. Vere o false? Oltre alla classica dicotomia verità-menzogna di Nietzsche, irrompe sulla scena sociale un potente messaggio rilanciato da ogni medium avvelenando i pozzi della comunicazione umana, mai neutri.

Si tratta del processo di falsificazione, ovvero di un potente mezzo di manipolazione e persuasione delle coscienze che definisce un campo di gioco sociale oggi contrassegnato da una ri-costruzione ad hoc della realtà. Quelle che con linguaggio comune oggi sono chiamate fake news, o notizie false, o post-verità, dalla cui veridicità od inganno abbiamo difficoltà a districarci dinanzi alla mole spropositata di notizie e dati che ci viene inviata a ritmo permanente da siti e piattaforme elettroniche di cui non sappiamo nulla. Dove l’unica alternativa è provare a fidarsi di chi ce le racconta, del modo, tono, contesto informativo, autorevolezza del broadcasting o emittente. Sì da passare rapidamente dall’analisi del contenuto alla valutazione del contenente, sia esso interlocutore, presentatore, conduttore. Con la propria faccia e caratteristiche facciali pro o contro i propri gusti e percezioni estetiche. Questo nel medium televisivo, dove qualche fatica dobbiamo pur farla con una modalità d’interazione per quanto stemperata. Ma nel digitale o nei social si cambia registro.

Tutti potenzialmente mentono, nessuno ha un’identità, ognuno è chi decide di essere, quasi tutti non sono chi dicono di essere, molti sono ma si schermano. Affermazioni prive di immagini, immagini false sovente apodittiche, verità brandite per dileggiare e sminuire l’avversario. In questo contesto storico di inizio del XXI secolo dobbiamo registrare linvasione di unadisinformazione ascrivibile al fatto che le informazioni che un soggetto percepisce non equivalgono a quelle per cui vengono diffuse. Ciò genera una babele di opinioni su un tema, una situazione o specifiche persone. Il quesito chiave a cui allora dover rispondere concerne il nostro rapporto con la Rete. Siamo noi o è quella a controllarci? Siamo inconsapevolmente accerchiati e risucchiati in un white noise, un rumore bianco con lo scrittore Don De Lillo, che ci sovrasta e ci disorienta.

Così in modo sempre più chiaro vi è un innalzamento consapevole o riflesso di una cortina di sfiducia con cui fare i conti nella vita quotidiana. Nei rapporti affettivi come nelle relazioni lavorative, nel consenso alla politica. E poi, dai vaccini per i figli alla fede nella scienza, allo stupore per la tecnica, ad operarci lì piuttosto che altrove, all’ascoltare i suggerimenti di un medico piuttosto che di un collega di cui ci hanno detto un gran bene, la miriade di scelte confronti valutazioni cui siamo chiamati di continuo a rispondere è un’attività cerebrale che ci sfibra, ci tiene impegnati e sovente ci sfugge. Per non dire del 5G, Huawei e complotti pro-contro cinesi.

Siamo così dentro un loop vitale competitivo in cui misurare la nostra costante, continua rinnovata insufficienza, i nostri limiti, incapacità, senza riuscire ad argomentare su molte informazioni di cui non sappiamo nulla. Un’insufficienza che è per l’individuo, il singolo, quello lasciato lì perché divenuto ‘dimenticato’ o ‘invisibile’, l’interfaccia di una società prestazionale, competitiva, dove il fitness fisico acquista un range di fitness sociale. Come nel film ‘Fight Club’ del 1999 di David Fincher, con un notevole Ed Norton ‘yuppie’ (ve li ricordate i rampanti?), frustrato insonne depresso e con un valido Brad Pitt, Tyler Durden, ‘alter ego’ di fantasia che induce il primo a formare circoli clandestini di combattimenti di pugilato. Fino all’escalation di un progetto di un gruppo sovversivo eco-terrorista. Finché Norton attraverso prese di coscienza solitudini e devastazioni personali non capirà che il primo combattimento con Pitt non è mai esistito, per il semplice motivo che Pitt era un suo “doppio” inesistente, così la prima volta il primo si dava pugni da solo…. Specchio realistico tra consumismo alienazione abbandono solitudine del nostro tempo.

Che cosa c’è attorno a noi, oltre le luci della ribalta, che peraltro sono sempre meno, se non l’aumento di panorami simili che non vogliamo, non ce la facciamo più a vedere? Società dove vige il canone di regimi capitalisti fortemente competitivi in un quadro di peggioramento degli indicatori economici e di vita. Dove la lotta per la vita si fa ormai talmente brutalmente eccitante per le élite, l’% del mondo, così come mortale per tutto il resto del mondo, che è tutto il resto. Una società globale che richiede stimola e provoca ad una costante sfibrante faticosa performance di sé con cui l’individuo spera di poter essere ammesso a godere di benefici monetari in fuga per le crisi sistemiche del neocapitalismo finanziario speculativo. Con apparati simbolici (poter desiderare) e di status (scalare una mobilità sociale con tanti competitors) in un’organizzazione sociale della società che assegna a ciascuno compiti mansioni decisioni funzionali ad un modo di produzione permanente. Una biopolitica della vita in cui l’individuo vive ogni aspetto senza cesure tra produrreconsumarevivere con indicatori strutturali che peggiorano sempre più e Borse ed incentivi monetari vieppiù positivi per i grandi capitalisti globali. Così nutriamo le nostre difficoltà fatiche aspettative aggrappandoci all’esistere della competizione come funamboli senza rete, dovendo pure dimostrare di saper essere giocolieri funambolici. Quel che sembrerebbe un gioco di parole, dopo la seconda guerra mondiale è stato progettato e costruito, un Welfare State, uno Stato non assistenziale come quelli odierni, uno Stato che assiste quelli che non ce la facevano, poveri, malati, distrutti dal conflitto. Ricostruendo così un tessuto di solidarietà, economico, sociale. Insomma progettando un Well-ness, un benessere sociale e collettivo che è divenuto nel corso dei decenni un processo di individualizzazione dell’esistenza a favore di singoli e generazioni.

Prima un progetto di salvezza collettiva, oggi un mors tua vita mea, in un tragico ritorno ad Hobbes, ognuno per sé magari eliminando il vicino, l’indesiderato, o, con un tal Toti di quest’epoca, proprio l’anziano perché non più produttivo!! Nuova logica eugenetica, infatti quanti anziani sono morti e non lo sapremo mai, ma lo abbiamo letto nei volti distrutti di quelli in prima linea, lì dove si tenta di vivere, in Lombardia ed ovunque, per incapacità inefficienza profitto lucro? E con che cosa ‘giochiamo’, seppellito il vecchio welness, ormai fantasia del passato? Come rimpiazziamo un modo di essere e di vivere che aveva un futuro, per sé e per i figli, quando la scala di stratificazione sociale, il cosiddetto ‘ascensore’ sociale dalle ultime posizioni riusciva a farne salire qualcuno più in alto? Bloccate le prospettive per le future generazioni (tra i tanti, un figlio in America Latina senza voler tornare in questo arretrato italico Paese), ci si è dedicati a far finta di modernizzarci tra una burocrazia responsabile di disastri immani, una politica inefficace/inefficiente, partiti o movimenti privi di qualsivoglia anelito a costruire da oggi il domani. In questo immobilismo presentista che investe ruolo e futuro della democrazia nel mondo, abbiamo ristretto l’orizzonte del cambiamento sociale e culturale, deteriorando vite sempre più di scarto dei poveri ultimi dimenticati invisibili (migranti schiavizzati, precari schiavizzati, studenti, laureati, dottorandi, ricercatori). E che cosa ci siamo ‘inventati’ non riuscendo più a cambiare il mondo, il clima, la tropicalizzazione di specie animali e fauna, la deforestazione, lo scongelamento dei ghiacciai? Il fitness, il benessere psicologico e fisico individuale! Nuova religione del ‘mens sana in corpore sano’ in un mondo sfruttato e sempre più inquinato. Tutti allora a correre (l’attività fisica è fondamentale, lo dico dopo 30-40 anni di sport di tutti i tipi), a compulsare il cardiofrequenzimetro, cardiologi fai da te, perché la sanità è quel che l’hanno ridotta chi se le è mangiata.

Ed oggi tutti a comprare pure il saturimetro o pulsossimetro, quell’aggeggio che misura la percentuale di ossigeno nel sangue strizzati di paura dal virus, che mi sono comprato pure io in un attacco di ipocondria! Dunque tutti a nutrirsi di prodotti bio. Il tutto in un mondo bello in sé ma imbruttito dagli umani, tra disastri economici del neoliberismo, i mutui subprime, le speculazioni capitaliste di Borsa, la concentrazione di ricchezza in mani di sempre meno, ed interi popoli alla fame. Intanto miglioriamo cibi e cucina, e noi italiani qui siamo abbastanza bravi con prodotti della terra di produzione bio, quella sana e vera. Non già quella dei colossi della grande distribuzione che scrivono bio e poi i prodotti sono provenienti da lande sperdute. Ma è l’immagine surreale del runner che corre tra auto e smog nelle città per stare meglio, quando non vi è verde parchi ed aria migliore, a rimanere come un grottesco lascito di ciò che cerchiamo di migliorare per noi stessi mentre la struttura del mondo peggiora. Come quelle bombe ecologiche delle grandi metropoli, Pechino su tutte, dove l’inquinamento dell’aria è talmente devastante che il sole non si vede mai e dove gli abitanti erano abituati già da anni alle famose tristi mascherine dell’attuale pandemia biologica.

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Sull'autore

PhD Sociologo, scrittore per elezione e ricercatore per vocazione, inquiete persone ancora senza eteronimi di Pessoa. Curioso migrante di mondi, tra cui Napoli, Vienna, New York. Ha percorso solo per breve tempo l’Università, così da preservarlo da mediocrità ed ipocrisie, in un agone dove fidarsi è pericoloso. Tra decine di pubblicazioni in italiano ed in lingua si segnala l’unica ricerca sociologica al mondo sull’impianto siderurgico di Bagnoli, Conte M. et alii, 1990, L’acciaio dei caschi gialli. Lavoro, conflitto, modelli culturali: il caso Italsider di Bagnoli, Franco Angeli, Milano, Pref. A. Touraine. Ha diretto con Unione Europea e Ministero Pari Opportunità le prime indagini sulle violenze contro le donne, Violenza contro le donne, (Napoli 2001); Oltre il silenzio. La voce delle donne (Caserta 2005). Ha pubblicato un’originale trilogia “Sociologia della fiducia. Il giuramento del legame sociale” (ESI, 2009); “Fiducia 2.0 Legami sociali nella modernità e postmodernità” (Giannini Editore, 2012); “Fiducia e Tradimento. In web we trust Traslochi di società dalla realtà diretta alla virtualità della network society”, (Armando Editore, 2014). Ha diretto ricerche su migrazioni globali, lavoro e diritti umani, tra cui 'Partirono bastimenti, ritornarono barconi. Napoli e la Campania tra emigrazione ed immigrazione' (Caritas Diocesana Napoli, 2013 con G. Trani), ed in particolare “Bodies That Democracy Expels. The Other and the Stranger to “Bridge and Door”. Theory of Sovereignty, Bio-Politics and Weak Areas of Global Bίos. Human or Subjective Rights?” (“Cambridge Scholar Publishing”, England 2013). Nella tragica desiderante società dello spettacolo scrive per non dubitare troppo di se stesso, fidarsi un poco più degli altri e confidare nelle sue virtuose imperfezioni. Sollecitato, ha pubblicato la raccolta di poesie Verba Mundi, Edizioni Divinafollia, Bergamo. È Vice Presidente e Direttore Scientifico dell’Associazione Onlus MUNI, Movimento Unione Nazionale Interetnica.

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