sabato, Ottobre 16

Populismi: la differenza tra Lega e Cinque Stelle Gli elementi comuni di programma e le ostilità tra M5S e Lega

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Si è molto parlato, dopo le elezioni del 4 marzo, di populismo in relazione alla Lega e ai Cinque Stelle ed anche io ne ho scritto:

Ora voglio entrare un po’ più in dettaglio in cosa siano vicini e in cosa differiscano i due populismi usciti vincitori in Italia; un modo questo per capire le possibili convergenze in vista della formazione di un governo, anche se, come noto, le caratteristiche programmatico – dottrinale vengono quasi sempre messe in secondo piano rispetto al situazionismo pragmatico che porta al potere.

Iniziamo dalla Lega che, in un certo senso, è un po’ più facile da inquadrare, sia perché è il più vecchio partito che siede in Parlamento sia perché le sue posizioni sono molto nette e caratterizzate e ben salde nell’immaginario collettivoIl “brand” è quello della lotta alla immigrazione.

Quello che vuole Matteo Salvini è limitare il più possibile l’arrivo degli immigrati, ufficialmente quelli irregolari, ma anche quelli economici e in generale, se potesse, proprio tutti. Insomma “L’Italia agli italiani”, “Italia First”, parafrasando il Presidente Usa Donald Trump.

È interessante osservare che la Lega, come noto, fino all’avvento alla segreteria di Matteo Salvini, aveva come core business, il Nord, ed infatti si chiama Lega Nord (in futuro probabilmente Lega Nazionale) e il “nemico” di allora erano i meridionali chiamati suggestivamente “terroni”. Famoso lo slogan, “Roma ladrona, la Lega (Nord) non perdona!”, ora mutato in “Bruxelles, ladrona, la Lega (Nazionale) non perdona”.

Dunque Salvini ha avuto il merito, dal suo punto di vista politico, di prendere in mano un partito che stava ormai sbandando pericolosamente, con la segreteria di Roberto Maroni e i problemi di Bossi ridotto al 4% e portarlo a massimi mai raggiunti, superando il 17% e divenendo il primo partito del centrodestra. La mossa fatta da Salvini è stata quella di sostituire i terroni con i migranti e Roma con Bruxelles e poi il resto è venuto da solo, in una sorta di procedura automatica. Intendiamoci, non è stata una manovra di poco conto perché abbandonare il logo di fabbrica, “Nord”, e sostituirlo con “Italia” è un atto che ha necessitato di una buona dose di temerarietà ed è però stato premiato dagli elettori, mettendo a tacere gli oppositori interni che paventavano la perdita del Nord.

Altro punto caratterizzante il programma è quello economico: abolizione dell’odiosa legge Fornero e quindi supporto dei tanti pensionati o pensionandi italiani, misura compensata dalla introduzione della flat tax, atto iperliberista e difficilmente realizzabile, non solo per difficoltà finanziarie, ma anche costituzionali, stante la progressività della tassazione imposta dalla Carta.

La flat tax va a rivolgersi al ceto produttivo del Nord, cioè gli imprenditori.

Poi c’è il tema dell’Europa e della limitazione dei suoi poteri, mentre sembra essere scemata la volontà di uscire dall’ Euro, concessione probabilmente fatta ai salotti buoni di Bruxelles e Francoforte, oltre che all’alleato Silvio Berlusconi e che vale a rassicurare l’establishment internazionale.

Le Lega ha avuto dei contatti, soprattutto per le ultime europee, anche con la destra estrema, come Casa Pound, tramite Mario Borghezio; tuttavia, questa è divenuta una “relazione pericolosa” nelle elezioni politiche da cui Salvini ha prontamente preso le distanze per accreditare un suo profilo più moderato e dialogante per non spaventare troppo sempre l’estero.

Alcuni elementi populisti della Lega, sono caratterizzati da elementi sociali di sinistra. Questo è un vecchio discorso. Lo stesso Massimo D’Alema definì la Lega degli inizi come una “costola della sinistra” e Bossi si definisce ancora “antifascista” (da giovane, nel 1975, è stato iscritto al PCI).

È anche singolare come lo stesso Salvini abbia in gioventù frequentato il noto centro sociale Leoncavallo di cui gli è rimasta significanza nell’orecchino; da ricordare anche che Bossi chiamava Salvini “il comunista” e che lo stesso aspirante premier era il capo dei cosiddetti “comunisti padani”.

Forte nella Lega la componente giustizialista declinata in richieste di punizioni esemplari, vedi la castrazione chimica, per chi si macchia di certi delitti.

I Cinque Stelle hanno invece un populismo più complesso ed articolato di quello della Lega e la sua analisi è messa in difficoltà dai continui cambi e aggiustamenti che i suoi leader apportano, spesso contraddicendosi.

La matrice può essere considerata di sinistra oltranzista in alcuni aspetti, come il reddito di cittadinanza e la non considerazione del Pil come parametro corretto per misurare la “felicità” di un popolo (concetto estetico, ma poco pratico perché poi per campare ci vogliono i denari).

Tipicamente di sinistra è poi l’ossessione vegano – ambientalista e il culto spasmodico delle fonti rinnovabili con una chiusura ideologica ai termovalorizzatori e alle infrastrutture in genere, come ad esempio la Tav, anche se poi a Roma, Virginia Raggi, con una abile capriola ha dato il via libera allo Stadio di calcio in una zona ecologicamente non idonea (Tor di Valle) per le esondazioni di un affluente del Tevere.

La componente giustizialista, carattere tipicamente comune a tutti i populismi, è invece ben presente, ed anzi ne è un po’ il marchio di fabbrica, ereditato peraltro da Italia dei Valori di Antonio Di Pietro, anche se ora, con l’arrivo al potere, è un’arma a doppio taglio. Si pensi solo al processo in cui è implicata la sindaca Virginia Raggi.

Se Forza Italia è considerato il “partito degli avvocati”, i Cinque Stelle sono considerati il “partito dei PM”.

Dunque, come si vede, quello della Lega e del M5S, sono certamente due populismi, con punti di contatto, ma anche connotazioni diverse, soprattutto in campo economico, che riflettono la diversità elettorale. I Cinque Stelle hanno stravinto al Sud con la promessa di una politica assistenzialista (reddito di cittadinanza) che sfrutta la disoccupazione e la povertà, mentre la Lega ha vinto al Nord, con il voto delle partite Iva e degli imprenditori (flat tax) mentre comune è l’ostilità ai migranti (questo tema solo di recente assunto da Grillo e scimmiottato recentemente da alcune figure minori come Paola Taverna).

Identica visione invece sul superamento del 3% del rapporto DEFICIT/PIL per finanziare la ripresa (e magari con questo abbattere il debito), l’ostilità per il JOBS ACT di Renzi, l’abolizione del vincolo di mandato e dei vitalizi parlamentari.

L’elezione del grillino Roberto Fico a Presidente della Camera va in questa direzione.

Dunque, elementi comuni di programma tra M5S e Lega ci sono. anche se persistono ostilità di fondo da parte della componente ortodossa dei M5S su qualsiasi alleanza che veda implicato l’odiato Silvio Berlusconi, mentre da parte del centrodestra, senza dubbio più pragmatista, sono sostanzialmente cadute le pregiudiziali contro Grillo nell’ottica della riconquista del governo.

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Sull'autore

Giornalista professionista e scrittore. Laureato in Fisica. E’ stato anche deputato della Repubblica.

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