venerdì, Settembre 24

Popoli nativi: scarti del progresso field_506ffbaa4a8d4

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La nostra frenetica avanzata verso il progresso, non dà tempo, ma non è colpa sua: il tempo non ce l’ha. Non ha tempo di guardare dove mette i piedi, né di preoccuparsi della meta. Certamente, però, sa come proseguire la corsa: il prima possibile e nel miglior modo possibile, perché chi si ferma è perduto. La nostra frenetica corsa verso il progresso sa che l’evoluzione è una gran bella benedizione, sudata e conquistata, non importa come; giacché l’importante è che possiamo fare Roma-New York in poche ore e che è possibile andare sulla Luna e su Marte.
Sono conquiste da capogiro, allucinanti: alterano i sensi e regalano la certezza di onnipotenza. Insomma, nella corsa verso il progresso, tutto è possibile e non ci si ferma. Mai. Ce lo dice la parola pro-gresso‘: passo in avanti. Ma, verso cosa, non si sa. Un passo avanti verso la perfezione, magari. O un passo avanti verso la distruzione? Sottigliezze (?). Il punto è che, per l’uomo occidentale, che ha aggiunto al braccio una nuova parte del corpo chiamata ‘smartphone’ e che ha fatto della tecnologia il suo ‘inno alla gioia’ (la natura era un po’ noiosa e superata, dopotutto), pro-gredire è sempre andare avanti verso la certezza di diventare migliori. Magari, a spese della natura e di altri uomini, ma l’evoluzione, per l’Occidente, non è forse la radicalizzazione della legge del più forte?
Non importa granché se la perfezione coincide con la distruzione e se l’evoluzione umana viaggia sul treno dei deportati nel paradiso degli uomini incapaci ma evoluti. Non importa, perché non c’è abbastanza tempo perché diventi importante. Nel frattempo, il resto del mondo diventa strumento, un pezzo del puzzle che ci serve per completare una totalità assolutamente egoista. Ogni uomo, ogni animale e ogni parte della natura, diventa parte del grande spirito del pro-gresso, diventa il passo del bisogno di andare avanti, anche se questo può voler dire, in realtà, andare indietro. E quando qualcosa diventa strumento, non brilla più di luce propria, perché un’anima non ce l’ha: è stata risucchiata dall’ingranaggio di cui fa parte, dalla necessità del passo in avanti, che si lascia indietro tanti scheletri a cui, forse, penserà dopo.
Tra questi scheletri, tante etnie vivono nel cimitero degli uomini che non sono saliti sul nostro stesso treno, che hanno preso altri treni, per altre corse, verso altre mete. Dal nostro finestrino, questi uomini sono i pezzi avanzati di un puzzle, il nostro puzzle, quasi completo. Sono ciò che il progresso si è lasciato indietro. Ma ‘indietro‘ e ‘avanti sono solo retaggi che inciampano nel sentiero della presunzione. E spesso non lo sappiamo nemmeno, perché dal finestrino, nel treno in corsa, conta soltanto arrivare e arrivare prestissimo.
Che ne è degli altri treni? Ce ne parla Pietro Scarduelli, professore associato di Antropologia culturale alla Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università del Piemonte Orientale, che ha insegnato Società e culture del Sud-Est asiatico e che ha condotto ricerche sul campo nel Congo (1980) e in Indonesia, nelle isole di Nias (1979, 1982, 1985) e Alor (1988, 1995) e tra i Toraja di Sulawesi (2000), occupandosi, soprattutto, delle forme di organizzazione politica nelle società tradizionali, del rito, del simbolismo spaziale, di etnicità, nazionalismo e antropologia delle società complesse.
Gli abbiamo chiesto di questi ‘scheletri’, di queste tribù, che gli antropologi, come ci dice Pietro Scarduelli, preferiscono chiamare ‘popoli nativi‘.
Abbiamo cercato di ridisegnare la presunzione del nostro ‘pro-gresso’, perché forse il mondo non è un treno inarrestabile. Forse il mondo è una stazione, dove ognuno prende treni diversi, per andare in posti diversi. Magari, al progresso piace pensare di essere ‘figlio unico’. La realtà, però, è che ha molti, moltissimi, fratelli e sorelle e che è anch’esso parte di qualcosa. Di una grande famiglia, di un grande puzzle.

 

Oggi, quante e quali sono le tribù primitive ancora esistenti e dove risiedono?
Il panorama mondiale comprende vari gruppi. Ci sono gruppi demograficamente consistenti, discendenti dei popoli nativi, come gli Indiani d’America: parliamo di centinaia di migliaia di persone. Capita di sentire, ogni tanto, che è stata scoperta una tribù sconosciuta nel cuore dell’Amazzonia, il che non dovrebbe sorprenderci visto che l’Amazzonia è grande quanto l’Europa. Ma in realtà si tratta di gruppi incontattati che appartengono a gruppi etnici molto più vasti già conosciuti. In Amazzonia, il popolo nativo più grande comprende 51 mila persone. Gli Yanomami sono 19 mila e hanno a disposizione più di 9 milioni di ettari di foresta. Parliamo di popolazioni demograficamente consistenti. Se parliamo di gruppi più piccoli, dobbiamo riferirci ai Pigmei che vivono nella Repubblica Democratica del Congo, soprattutto nelle regioni orientali come quella del Kivu, e nel Camerun. Questi vivono nella foresta e vivono di caccia e raccolta, si spostano per cercare il cibo e creano degli accampamenti provvisori di pochi giorni e poi si muovono all’interno di un determinato territorio che, seppur vasto, è sempre uguale. Sono, dunque, nomadi che si spostano sempre nella stessa area. Altri gruppi sono i Boscimani, dall’inglese ‘bush man’, ovvero ‘uomini del bosco’, che vivono nell’Africa Meridionale, oppure i Semang che vivono ancora nello stato della Malesia, nei Parchi Nazionali, in piccolissimi gruppi o nuclei familiari che vivono di pesca e di raccolta. Quasi tutti sono composti da piccoli gruppi di 20 persone circa (più o meno qualche nucleo familiare), cacciano con archi e frecce, si costruiscono capanne semisferiche. Il fatto che siano gruppi piccoli è dovuto all’esigenza di mantenere un certo equilibrio tra bocche da sfamare e risorse disponibili.

 

Qual è la loro qualità di vita?
I cacciatori e i raccoglitori tradizionali tutto sommato dispongono di risorse sufficienti. L’alimentazione è sana, anche se non abbondante. Invece, tutti quei nativi che vivono nelle riserve, nell’Amazzonia e in Australia, per esempio, vivono in condizioni pessime: gran parte delle riserve che sono state loro concesse è soggetta ad erosione e, dunque, è molto difficile coltivare; non hanno infrastrutture, elettricità e il tasso di disoccupazione è dell’80%. La percentuale di laureati di primo livello, tra gli Indiani d’America, è dell’8-16%, cioè di un terzo rispetto ai laureati americani. Gli Indiani nativi vivono anche fuori dalle riserve, lavorano. Il 24% di loro, fuori dalle riserve, vive sotto la soglia della povertà. Nelle riserve, invece, la percentuale sale al 40%.

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