martedì, Settembre 28

Popolari per l'Italia, una rinascita possibile? Intervista a Mario Mauro

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Il partito dei Popolari per l’Italia nasce ufficialmente il 28 gennaio 2014 con l’intenzione di ricostruire l’ala dei democratici-cristiani dopo la scissione dal partito di Scelta Civica di Mario Monti.
Non c’è alcun legame diretto tra lo storico Partito Popolare Italiano e i Popolari per l’Italia, soprattutto perché la matrice culturale è differente, sebbene, nella dichiarazione d’intenti, il partito si riproponga di recuperare quei valori appartenenti alla tradizione cattolica, di stampo non confessionale, che rappresentava il cardine dello storico PPI. La sua formazione cattolica, popolare e non centrista, originariamente, non s’identificava né a destra né sinistra, cosa che l’ha reso storicamente appetibile perché riusciva a coinvolgere quella l’ala moderata e laica, di matrice cristiana, ma non legata alla Chiesa.

L’intenzione di tessere la tela di una coalizione attorno all’Unione di Centro, dopo una breve parentesi a sostegno del Governo Letta, ha portato alla presentazione della propria lista alle elezioni europee ed amministrative del 2014 con risultati elettorali al di sotto delle aspettative.
Nel 2015, però, il partito si presenta anche alle elezioni regionali ed amministrative a sostegno rispettivamente di Stefano Caldoro (centro-destra), in Campania, e di Michele Emiliano (centro-sinistra) in Puglia.
Nella tornata elettorale delle amministrative i Popolari per l’Italia sono presenti in più di cinquanta Comuni. In Campania ottengono solo lo 0,76% dei voti e in Puglia lo 0,39%.
In nessuna delle due Regioni ottiene seggi. Continua, però, la rifondazione del partito, che auspica un ruolo di punta quale riferimento del PPE (Partito Popolare Europeo).

Con Mario Mauro, fondatore e Presidente del partito, già Ministro della Difesa nel Governo Letta, cerchiamo di capire se e in quali termini questa rifondazione è possibile.

 

Onorevole Mauro, qual è l’origine del partito e la sua evoluzione fino ad oggi?

Innanzitutto promuovere i Popolari per l’Italia significa la continuazione di una cultura politica. Non dobbiamo dimenticare che dietro la crisi del centro-destra italiano c’è non solo il tramonto della leadership di Berlusconi, che aveva saputo mettere insieme addirittura una forza nazionalista (Alleanza Nazionale) con le spinte federaliste della Lega, ma anche il fatto che in Forza Italia all’inizio degli anni Novanta erano confluite, vedendo nella capacità di Berlusconi di catalizzare un fronte politico, le culture politiche del cattolicesimo democratico e di quel filone laico che tanto aveva collaborato con la DC fino alla fine degli anni Ottanta per il rilancio del Paese. Con la fine della stagione berlusconiana si rende perciò ancora più necessario ridare consistenza e presenza a una cultura politica che sola ha i requisiti per mobilitare il senso civico degli italiani e sottrarli alla rassegnazione, alla sfiducia, al disinteresse che arriva fino al non voto. Simpatie e interessi ci sono senza dubbio in tutta Italia, ma sono ovunque dispersi e magari orbitano tra diverse sigle. Popolari per l’Italia vuole offrire a tutti l’occasione di una unità operativa.

 

Quali sono le iniziative e i progetti concreti che i Popolari per l’Italia stanno portando avanti?

La prima battaglia riguarda la prosperità del Paese. Le informazioni discordanti sui numeri prodotti dal Governo Renzi mi convincono del fatto che, con ogni probabilità, quei numeri (a dispetto dell’Istat) vengono rimaneggiati per necessità di propaganda. Il che rischia di esporre gravemente il Paese sul piano dei conti pubblici. L’autunno che si avvicina sarà quindi determinante riguardo alla battaglia per il riscatto della nostra economia e il rilancio del lavoro. Non dimentichiamo poi che la riforma costituzionale in corso non è una questione di palazzo in cui si decide del destino di poche decine di senatori. La modifica riguarda 68 articoli della Costituzione, e quasi tutti lo ignorano. E la puntigliosità con cui il sistema mediatico rinuncia alla discussione su questo tema, sottolineando che è troppo difficile per i cittadini, mi fa capire ancor di più che dietro la modifica costituzionale c’è il progetto di potere di Renzi e dei suoi amici, piuttosto che una genuina esigenza di riforma. Alla fine di questo percorso, che comprende anche la riforma elettorale, avremo di fatto troppo potere nelle mani di pochissime persone. Da ultimo ci sono le battaglie che definiscono il senso stesso della nostra presenza in politica, quelle relative al dibattito sui diritti della persona, della famiglia e della libertà d’impresa, con riferimento alla necessità di definire in modo giusto e adeguato i carichi fiscali.

 

Il partito si propone in relazione ai territori. In che modo?

Il nostro intento, tenendo conto della particolarità della legge sui sindaci, è promuovere laddove possibile schieramenti alternativi al Partito Democratico che tornino a conseguire la vittoria. Laddove saremo nelle condizioni, non solo di fare la lista ma anche di valorizzare persone tra di noi che possano rappresentare al meglio una coalizione, non ci tireremo indietro.

 

Nel Manifesto del 15 novembre 2013, che conteneva i capisaldi della sua fondazione, il Partito dei Popolari per l’Italia viene descritto come «un partito popolare, democratico, riformista ed europeista in netta discontinuità con la stagione berlusconiana, e che in prospettiva si pensa e si organizza in concorrenza con la Sinistra, ma degasperianamente alternativo alla destra». Nel concreto, che cosa significa?

Significa pensare alla ricomposizione di un’area politica per poi renderla subalterna al trasformismo ideologico di Renzi. Ho letto in questo senso come una conferma del nostro sentire le parole non solo dei tanti esponenti di Forza Italia che non si rassegnano a essere la ruota di scorta della Lega, ma anche le dichiarazioni di personalità di NCD, come lo stesso Maurizio Lupi, che ribadiscono le ragioni della incompatibilità con il PD al di fuori delle particolari contingenze che hanno portato alla nascita di questo Governo. In ogni caso, come testimonia anche la vicenda di Piazza San Giovanni e delle amministrative di Venezia e di Matera, oggi un nuovo centro è più nelle piazze che nelle aule parlamentari.

 

I Popolari per l’Italia rappresentano l’evoluzione dello storico Partito Popolare Italiano, oppure sono due partiti distinti e con matrici culturali differenti? In sostanza, I Popolari per l’Italia rappresentano la continuità o la discontinuità con lo storico PPI?

I Popolari per l’Italia rappresentano la continuità nei valori e nelle battaglie ideali del Partito Popolare Italiano. Naturalmente non viviamo di immagini sbiadite, ma cerchiamo di essere un partito capace di cavalcare le battaglie popolari autentiche che oggi ci vengono poste dinnanzi. Per questo siamo innovativi nelle modalità di coinvolgimento degli elettori e dei militanti, ma rimanendo saldi nei valori di ispirazione cattolico-popolare che hanno costruito l’Italia post-bellica e l’Europa.

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