domenica, Ottobre 17

Pontormo e Rosso: 'gemelli' diversi field_506ffb1d3dbe2

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Pontormo visitazione

Sono stati definiti i “gemelli diversi”, nati tutti e due nel 1494, a poco più di due mesi l’uno dall’altro e a pochi chilometri di distanza,  medesima formazione artistica nella bottega  fiorentina di Andrea del Sarto, le loro strade si divisero e ora, dopo secoli, eccoli di nuovo insieme, questi due stravaganti artisti,  il Pontormo ed il Rosso Fiorentino, maestri della “maniera moderna”, anzi del “manierismo”, in una grande Mostra apertasi l’8 marzo a Palazzo Strozzi a Firenze dal titolo “Pontormo e Rosso. Divergenti vie della maniera” e che si chiuderà il 20 luglio.   Un “evento eccezionale, unico, irripetibile ”secondo  James Bradburne, direttore della Fondazione Strozzi,   che vede riuniti per la prima volta 50 dipinti (tavole, tele ed affreschi staccati), parte dei quali restaurati, e una trentina di disegni dei due artisti,  provenienti dall’Italia e dall’estero che, complessivamente rappresentano il 70 per cento della loro produzione,  che ha segnato non poco il Cinquecento.

Una mostra non importata, ma  inventata e costruita, com’è nella tradizione della Fondazione. Un evento che si ricollega idealmente a quella del 1956, quasi sessant’ anni fa, sul “Pontormo ed il primo manierismo” , allestita nello stesso Palazzo. Ma nell’ultimo ventennio le ricerche sono andate avanti, si sono approfondite, fino a proporre una “differente interpretazione – fanno notare Antonio Natali, Direttore degli Uffizi e  Carlo Falciani, curatori della Mostra – degli orientamenti  culturali sottesi all’espressione del Pontormo e del Rosso (e non solo di loro)”.  

Si è visto allora che le divergenze tra i due, oltreché politiche, sono ideali e stilistiche: che il visitatore può percepire chiaramente dal confronto delle rispettive opere. Ma cosa ha accomunato e diviso questi due “gemelli diversi”? Partiamo dalle loro storie. Jacopo Carucci, nasce a Pontorme, una frazione di Empoli e appena diciassettenne si affaccia per la prima volta alla ribalta nel Chiostrino dell’Annunziata ove il Maestro Andrea del Sarto, poco più grande d’età, essendo del 1486, sta affrescando alcune storie del beato Filippo Benizzi per commissione dei frati serviti. Allora il Chiostrino era assai frequentato da visitatori e intenditori. Qui, mentre il Maestro è intento a realizzare l’affresco Il viaggio dei Magi,  a simboleggiare il camino della fede,  c’è anche l’altro giovane allievo di Andrea, un ragazzo fiero e talentuoso, suo coetaneo: Giovan Battista di Jacopo, nato a Firenze, detto il “rosso” per il colore dei capelli. I due giovani,  ricordava il Bronzino, collaborano alla predella dell’Annunciazione del Del Sarto, andata perduta nell’alluvione del 1557.

Il loro talento balza agli occhi e per lungo tempo  è opinione  comune considerarli mossi da una stessa comunità d’intenti. Poi, la critica comincia ad intravedere, come fin dalle prime prove siano evidenti le “divergenze” : a  partire dai due affreschi con storie mariane, cui parteciparono: il Pontormo alla Visitazione e il Rosso all’Assunzione.  Opere che attestano la diversa disposizione intellettuale e poetica dei due artisti, pur cresciuti nel moderno crogiolo della “maniera fiorentina”. E la Mostra si apre proprio con questi capolavori  degli esordi, insieme al Viaggio dei Magi del loro Maestro e mentore, Andrea del Sarto e alla Madonna con bambino e Gesù  di Fra’ Bartolomeo, presso il quale stava lavorando il Rosso  ( mentre il Pontormo aveva a che fare con l’Albertinelli).  

In che cosa la loro “diversità” si evidenzia e  si svilupperà negli anni? Nel linguaggio  figurativo, nella visione della fede, nel rapporto con la tradizione e nel rapporto con le culture forestiere e, anche,   nelle rispettive “ideologie”,  termine novecentesco azzardato da Sergio Givone, assessore alla cultura del Comune di Firenze per indicare due differenti visioni del mondo. L’uno, il Pontormo, pittore amatissimo dai Medici, aperto alla varietà ed al rinnovamento con un’attenzione al Durer ed allo stile tedesco ( ben visibile nei disegni) pone al centro delle sue opere prevalentemente il tema religioso, l’altro, il Rosso, ostile al potere mediceo  e vicino agli ambienti di fede savonaroliana, legatissimo alla tradizione di Masaccio e Donatello pur nella originalità e spregiudicatezza del suo linguaggio, è sempre pronto ad accogliere stimoli nuovi, non esente da suggestioni esoteriche, giungendo ad impostare uno stile elegante e prezioso che influenzerà tutta la pittura francese.   Il primo forse  più vicino a Leonardo,  ma entrambi suggestionati dalla pittura di Michelangelo, vista a Roma nel 1511, quando per alcuni mesi la Volta Sistina fu scoperta, prima d’esser portata a completamento l’anno dopo.  Gli storici dell’arte hanno individuato nei perduti affreschi in S.Lorenzo del Pontormo, evidenti  riferimenti al Michelangelo del Giudizio Universale. Tuttavia, i due grandi artisti, usciti dalla “costola” di Andrea del Sarto, “si muoveranno  – sottolinea la sovrintendente al Polo museale Cristina Acidini – nella direzione dell’ originalità e dell’individualismo, lasciandosi alle spalle la struttura efficiente e gerarchica della “bottega” quattrocentesca”.  

E al centro delle loro opere scompare, o quasi, la natura e si impone la  figura umana. Due vite diverse, dunque, anche se parallele, due caratteri opposti come annotava lo stesso Vasari nelle sue celebri Vite degli artisti: “Ebbe il Pontormo di bellissimi tratti, e fu tanto pauroso della morte, che non voleva udirne ragionare…non andò mai a feste, né in altri luoghi dove si radunassero genti, per non essere stretto nella calca e fu oltre ogni credenza solitario. Alcuna volta, andando per lavorare, si mise così profondamente a pensare quello che volesse fare, che se ne partì senza aver fatto altro in tutto il giorno che stare in pensiero”. Racconta ancora il Vasari che Michelangelo, vedendo una sua opera giovanile ( Pontormo aveva 19 anni), ne rimase estasiato tanto da predirgli: “per quanto si vede, se vive e seguita porrà quest’arte in cielo”.

Colpiva il suo modo di andar “sempre nuove cose ghiribizzando e di mutar colorito…”   Lo stesso primo storico dell’arte così descrive il Rosso: “era, oltre la pittura, dotato di bellissima  presenza: il modo del parlar suo era molto grazioso e grave; era bonissimo musico et aveva ottimi termini di filosofia…nella composizione delle figure sue, era molto poetico e nel disegno fiero e fondato, con leggiadra maniera e terribilità di cose stravaganti, et un bellissimo compositore di figure”. Il Vasari era rimasto colpito  nella pittura del Rosso,  da tutti quei Santi diavoli,  con certe arie crudeli e disperate, poi addolcite. Il Rosso Fiorentino, durante le sue peregrinazioni in terra di Toscana, Umbri , Lazio, si trovò coinvolto nelle vicende storiche che misero a ferro e fuoco la nostra terra italica. Durante il Sacco di Roma fu fatto prigioniero dai lanzichenecchi e torturato.   Nel 1522 rientrò a Firenze dove eseguì le ultime commissioni, tra le quali la Pala Dei, lo Sposalizio della Vergine e il Mosè difende le figlie di Jetro, donata poi al re di Francia Francesco I. Lo sposalizio della Vergine, il capolavoro realizzato per la famiglia Ginori nella Basilica di S.Lorenzo,  recentemente restaurato è stato esposto fino a pochi giorni fa all’ambasciata italiana di Francia e ora domina la sala dedicata alla Firenze Repubblicana. Dopo Firenze questo  inquieto giramondo, sempre accompagnato  dal fedelissimo allievo Battistino e dall’amata scimmietta “Bertuccione”, raggiunse Venezia e, con l’aiuto di Piero l’Aretino, finalmente coronò il suo sogno di finire la sua vita in Francia per sottrarsi,  come diceva, a una certa miseria e povertà  nella quale stanno gli uomini che lavorano in Toscana. Si divise fra Parigi Fontainebleau, avendo ottenuto  un prestigioso incarico alla corte di Francesco I, sulle orme del grande Leonardo. Qui visse gli ultimi  10 anni della sua vita come pittore di corte, tanto apprezzato e ben remunerato, tra feste e banchetti, lontanissimo da ogni austerità savonaroliana, senza lasciare alcuna traccia di un’identità repubblicana che, evidentemente s’era persa tra i successi e gli agi di corte. Terminò la sua corsa terrena  nel 1540,  soli 46 anni.

Il  “gemello diverso”, gli sopravvisse 16 anni, morì  – pare da eretico – nella sua Firenze e, pur essendo pittore  ufficiale della corte medicea, si accontentò di parche cene e di un’umile casa, rinunciando ad ogni altro lavoro per dedicare tutte le sue energie alla grandiosa impresa degli affreschi laurenziani. Un  periodo austero già l’aveva vissuto durante la peste del 1523, quando si era rifugiato nella Certosa del Galluzzo, ove aveva realizzato alcuni affreschi, dalle  forme eccentriche e stravaganti, influenzate dall’arte  tedesca, aspramente criticate dal Vasari.

La Mostra propone un percorso cronologico che dalla “bottega” del Sarto ci conduce attraverso le “vie divergenti” dei due artisti, le peregrinazioni del Rosso e la Firenze medicea del Pontormo, i ritratti dei due, le bizzarrie del Rosso e la vivacità del Pontormo, i disegni, le diverse risposte ai rivolgimenti e alle guerre, fino alle ultime loro opere. A conclusione di questo viaggio – ben narrato anche attraverso il ricco catalogo edito da Madragora –  il visitatore potrebbe chiedersi: in cosa sono differenti e uguali Pontormo e Rosso?  La risposta che l’evento evidenzia è: uguali nel punto di partenza ( la “bottega” e gli insegnamenti del Sarto) e nella volontà d’innovazione, nella spregiudicatezza intellettuale, nell’anticonformismo e nella capacità di rispondere a tempi  turbati e complessi con un linguaggio d’alto tenore poetico, ma anche nel carattere innovativo della loro pittura, come dimostrano le figure in movimento della Deposizione del Rosso  ( quasi un’istantanea fotografica) e la Deposizione del Pontormo della Chiesa di S.Felicita a Firenze. Di una bellezza sconvolgente la “Visitazione” del Pontormo, prescelta come simbolo della mostra.  Diversi invece, nella specificità della loro lingua e nelle rispettive visioni del mondo. Sempre fiorentino il Pontormo, che quasi mai si mosse dalla  sua città natale, giramondo il Rosso. E tuttavia, negli ultimi anni, la riflessione del Pontormo  si  sarebbe riavvicinata  alla pittura del  Rosso, tanto che  la critica attuale ha potuto parlare di “conversione”.

E ora, dopo quasi 500 anni, i due sono di nuovo insieme in questa mostra,  come quand’erano ragazzetti. Ma l’invito di Cristina Acidini, che facciamo nostro è: “perdetevi in ogni quadro”.

 

 

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