mercoledì, novembre 14

Polveriera carceri: pronta a scoppiare Violento premiato, non violento mortificato

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Lo hanno trovato morto; impiccato, una cintura al collo, appeso alle sbarre della cella del carcere napoletano di Poggioreale, a Napoli. E’ l’ultimo ‘evaso’ definitivo; l’ultimo carcerato di questa silenziosa, discreta ‘evasion’ che non fa notizia, e di cui, nei ‘palazzi’ del potere nessuno sembra prestare attenzione.

Dall’inizio dell’anno sono ‘evasi’ in questo modo almeno in 46. L’associazione Antigone che si batte per i diritti nelle carceri ricorda come «negli ultimi giorni sono stati tre i detenuti che si sono tolti la vita in cella»: uno nell’istituto di Carinola (Caserta), dove a uccidersi è stato un detenuto al 41 bis. Uno nel carcere di Lucera (Foggia), dove si è suicidato un uomo a cui avevano tolto la patria potestà il giorno prima. Uno nel carcere di Trieste, ‘Tarzan Selimovic, un homeless che soffriva di problemi psichici.

Storia emblematica, quella di Selimovic. E’ in carcere per ‘rapina’, condanna con rito abbreviato a un anno e sei mesi. La ‘rapina’ consiste nell’aver strappato di mano un cellulare ad un uomo ed essere fuggito. Dopo aver trascorso i 18 mesi si aspettava di uscire; invece, no. Resta in carcere perché la procura fa ricorso in Cassazione contro la sentenza del Giudice per l’Udienza Preliminare, e quindi i 18 mesi sono considerati di custodia cautelare. E’ senza fissa dimora, non c’è dunque modo di dargli i domiciliari. E’ convinto di aver diritto ad essere scarcerato; non sa spiegarsi bene, fa casino, qualche parola di troppo, aggredisce gli agenti. Per questo finisce in isolamento, e lì si toglie la vita. Ma in questa vicenda, chi davvero è fuori di testa?

La parola ora a Rita Bernardini, del coordinamento di presidenza del Partito Radicale. Commenta a caldo le rivolte dei giorni scorsi nelle carceri di Sanremo e Genova. Un vero e proprio atto d’accusa, poco ascoltato, finora: «Se è questo ciò che Governo e Parlamento vogliono (per usare poi il pugno ancora più duro) la risposta sarà, per quel che mi riguarda, rigorosamente nonviolenta.
Sia chiaro, è innanzitutto lo Stato ad essere fuorilegge e, con le sue mancate riforme, a dichiarare di voler permanere in questa situazione di totale illegalità nella quale i trattamenti inumani e degradanti (già condannati nel 2013 dalla Corte EDU) sono all’ordine del giorno, a partire da coloro che non sono curati e che muoiono in carcere. Il caso del Professor Armando Verdiglione, 74enne che in pochi giorni di detenzione ha perso oltre 25 chili è uno dei tanti esempi delle migliaia di detenuti che rischiano letteralmente la vita per mancata assistenza sanitaria e mancata possibilità di accesso alle misure alternative al carcere. L’unica ricetta proposta dal Governo è + carcere e + carceri con il preannuncio di un fantomatico piano di costruzione di nuovi istituti che, se va bene, saranno ultimati tra 10/15 anni; piano che, ancora non è dato sapere, con quali risorse verrà finanziato. Inoltre, le cifre ufficiali che fornisce il Ministero non sono veritiere in quanto il carcere di San Remo, secondo i dati diffusi sul sito www.giustizia.it  al 30 settembre, non risultava tra gli istituti più sovraffollati, 270 detenuti in 238 posti regolamentari mentre la UILPA ci dice oggi che i posti ‘legali’ sono 190».

Vicende ‘istruttive’ e di indubbio significato. Le rivolte di Sanremo e Genova hanno immediatamente richiamato l’attenzione del ministro della Giustizia Giovanni Bonafede, e se ne è ampiamente riferito sui giornali e gli altri mezzi di comunicazione.

Quando nei mesi scorsi oltre diecimila detenuti hanno scelto, quale metodo di lotta, il digiuno e la nonviolenza, chiedendo semplicemente che si rispetti le leggi che si è dato, hanno dovuto patire un’indifferenza colpevole, hanno sbattuto contro un muro del silenzio duro e impenetrabile. Da parte del ministero, e dei mezzi di comunicazione non hanno avuto un decimo dell’attenzione riservata ai ’15 facinorosi’ subito trasferiti perché protagonisti di disordini rubricati a ‘rivolta’.

Dai ‘palazzi’ della politica non si annuncia nulla di buono. Il governo passato, animato da ottime intenzioni, ci ha poi – di fatto – lastricato l’inferno: l’equilibrata riforma dell’ordinamento penitenziario non si ha avuto il coraggio di approvarla per paura di pagare ulteriore salasso elettorale; la coalizione attuale, e’ una sorta di gara tra Lega e Movimento 5 Stelle a chi è più ‘manettaro’: si muove (quando si muove) come se tutto si riducesse a un problema di spazi. E comunque lo sono: 59.275 persone sono stipate in 50.622 posti, che però non sono effettivi: almeno  5.000 risultano inagibili. Ma come dovrebbe essere di evidenza solare, le questioni giustizia e carcere sono assai più complesse e delicate: richiedono insieme doti di coraggio, audacia, prudenza, conoscenza, volontà. Tutte cose che difettano proprio in coloro che per l’incarico che ricoprono, dovrebbero avere.

Ogni giorno, poi, ha la sua pena. Pena che, nel caso di Caterina Amaddeo dura da otto mesi. Da otto mesi, infatti, aspetta di sapere le circostanze che hanno portato al decesso del figlio Antonino Saladino, 31enne, avvenuto nella Casa circondariale di Arghillà. Sulla vicenda è stata aperta un’inchiesta ed è intervenuto anche il garante dei detenuti che ha scritto al ministro affinché si faccia luce su quanto accaduto. «Mi aspetto che mi diano un risultato e sapere come è morto mio figlio. Non ho avuto ancora nessuna risposta».

Arrestato per droga nell’operazione antimafia ‘Eracle’, condotta dai carabinieri nell’aprile dello scorso anno, Saladino era in custodia cautelare e attendeva il processo. Negli ultimi giorni aveva iniziato a stare male con febbre e vomito. «Ultimamente accusava dei disturbi ma non ha avuto nessun aiuto. Aveva dei dolori e nessuno gli ha dato la medicina adatta per potersi curare».

Le carenze nel carcere di Arghillà denunciate da tempo. E’ un istituto in cui oltre al sovraffollamento dei detenuti e alla carenza di organico della polizia penitenziaria, manca una copertura infermieristica per tutto il giorno, un gabinetto radiologico e il personale medico-sanitario è insufficiente.

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