venerdì, Gennaio 28

Polonia, presto un uomo solo al comando? In caso di vittoria, la destra conservatrice potrebbe avviare riforme sul modello ungherese di Viktor Orban

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Per Kopacz, che un anno fa ha sostituito nella carica del governo e del partito Donald Tusk (dopo la sua nomina europea), la scelta di fronte alla quale si trova il popolo è fra «la ragione e il fanatismo». Secondo lei, con l’arrivo del Pis al potere, il paese rischia un «attentato contro le libertà». «Nulla di fatto, i polacchi desiderano essere rispettati» le risponde Szydlo, chiedendo il voto. L’obiettivo del Pis, per Szydlo, non è solo vincere ma poter avere da sola la maggioranza parlamentare e realizzare – in collaborazione con il presidente – profonde riforme interne.

Il risultato delle elezioni politiche in Polonia avrà comunque delle ripercussioni anche in Europa. Negli ultimi anni Varsavia si è imposta per il suo crescente peso a livello europeo. L’economia polacca quest’anno dovrebbe crescere al di sopra del 3% – il doppio della media dell’Eurozona – e non è mai entrata in recessione, dopo lo scoppio della crisi finanziaria mondiale, unico caso per una grande economia avanzata. Il suo deficit è sceso sotto il 3% Pil dal 7,8% di 5 anni fa, mentre lo zloty, la valuta nazionale, guadagna contro l’euro lo 0,3% da inizio anno, attestandosi intorno a un cambio di 4,27, stabile anche sui 12 mesi.

Il boom economico di Varsavia, sostenuto in parte dalla sinergia industriale con la Germania, e il crescente peso politico testimoniato dalla nomina di Dolad Tusk alla guida del Consiglio Europeo, hanno fatto del maggior Paese dell’Europa centrale il nuovo astro nascente del firmamento continentale. Ora però i polacchi potrebbero cambiar rotta e se l’euroscettica Pis controllasse, oltre alla presidenza, anche il governo e il Parlamento, per la UE sarebbero dolori.

Prendiamo ad esempio la questione Euro. Varsavia non adotta la moneta unica, ma il premier uscente Kopacz non ha mai escluso un eventuale ingresso del Paese nell’Eurozona. Il presidente Duda, al contrario, lo ha condizionato ad un referendum popolare d’approvazione e solo quando i salari polacchi saranno allineati a quelli tedeschi. Poiché il rapporto è attualmente di quasi 4 a 1 in favore di questi ultimi, è evidente che manchi un presupposto chiave affinché l’ingresso nell’euro si realizzi. A quel punto l’unione monetaria sarebbe come sbarrata ad est, perché nell’Europa Orientale non vi è alcuna grande economia che abbia segnalato negli ultimi anni la volontà di aderire all’Eurozona. Non è un affare di poco conto Nell’Est, la moneta unica è già una realtà in Lituania, Lettonia, Slovacchia e Slovenia, che tuttavia insieme hanno poco più degli abitanti della Grecia. Al contrario, Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca hanno insieme più di 60 milioni di abitanti e crescono ad un ritmo superiore al 3% annuo – un miraggio per le asfittiche economie continentali – ma non vogliono l’euro.

Più in generale, il benessere conquistato negli ultimi anni, contrapposto alla crisi che nel contempo attanagliava il Vecchio continente, ha reso una quota crescente della popolazione polacca sempre più diffidente nei confronti dei partiti tradizionali ma anche dell’Europa stessa. Lo spostamento dei consensi verso i liberali ha punito un centrismo che si cullava sullo sviluppo economico del Paese senza però capire che fuori dal palazzo la gente era insoddisfatta. Piattaforma civica sconta anche un pesante calo di preferenze dovuto ai mancati assegni familiari e le promesse non mantenute sul fronte fiscale.

Nonostante l’ottima performance dell’economia, dunque, i polacchi sembrano voler virare sempre più a destra. Il partito di Kaczynski ha dalla sua i lusinhgieri risultati economici collezionati nel suo triennio di governo, quando tra il 2005 e il 2007 la Polonia registrò il più alto tasso di crescita degli ultimi 2 decenni, mentre il rapporto tra deficit/Pil è sceso fino all’1,9% e lo zloty si è apprezzato addirittura del 7%, salvo cedere l’anno successivo in seguito al crollo di Lehman Brothers. Nelle ultime settimane ha guadagnato consensi promettendo in campagna elettorale più spesa sociale, in parte finanziata con aumenti delle tasse sulle banche e i grandi supermercati, nonostante la premier uscente Kopacz abbia più volte messo in guardia dal rischio di una risalita del deficit sopra il 3%.

E’ evidente come l’Europa sia molto interessata a capire il modo in cui si rapporterà con Bruxelles il nuovo governo, considerata la probabile vittoria la destra conservatrice. Diritto e Giustizia è contraria ad accogliere immigrati e rifugiati, sposterebbe in secondo piano il rapporto con l’Ue privilegiando il legame con gli Stati Uniti, comporterebbe un ulteriore raffreddamento nelle relazioni con Mosca – già messi a dura prova dalla crisi ucraina – e rinvierebbe alle calende greche ogni ipotesi d’ingresso nell’Eurozona. Tutto questo nel quadro di un sistema politico pressoché concentrato nelle mani di un singolo personaggio, appunto Jaroslaw Kaczynski, regista dietro le quinte delle trame politiche a Varsavia. Componente fondamentale sarà in ogni caso l’affluenza al voto, storicamente bassa in Polonia e tra le più basse in Europa. Alle ultime elezioni europee è andato a votare solo il 23,8% dei 30,7 milioni di aventi diritto; alle politiche del 2011 il 48,9%. Si voterà nella sola giornata di domenica 25 ottobre ei risultati finali non sono attesi prima di lunedì.

 

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