sabato, Luglio 31

Polonia e Ucraina: dalla missione al pragmatismo field_506ffb1d3dbe2

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Che fine ha fatto la Nuova Europa? Cosa è rimasto della profezia fatta nel 2003 dall’allora Ministro della Difesa Usa Donald Rumsfeld, alla vigilia della guerra in Iraq? Esiste ancora la spaccatura tra il sangue fresco che la fine dell’Urss aveva iniettato nelle giovani democrazie orientali del nostro continente spinte all’azione dall’anelito inesauribile della liberta’ e quell’occidente europeo sonnolento e spompato guidato da Parigi e Berlino buono solo a finire nella pattumiera della storia?
Dieci anni fa la Polonia era alla testa della crociata interventista voluta da Washington, ora, viceversa, Varsavia sembra essere agli antipodi di quel mondo. Nel 2003, quando il conflitto in Iraq inziava, il più importante Stato dell’Europa orientale non era membro Ue. Il Paese non aveva ancora sperimentato gli effetti benefici dei trasferimenti miliardari di Bruxelles. La popolazione, ancora sotto lo shock di seconda guerra mondiale e totalitarismo comunista, temeva gli ex aggressori Germania e Russia al punto da dare al nazionalconservatorismo dei gemelli Kaczynski Presidenza della Repubblica (Lech) e guida del Governo (Jarosław). Erano i tempi in cui il Capo dello Stato di Varsavia, paragonava il proprio Paese a Israele accerchiato da nemici e vedeva la salvezza nei rapporti con l’America.
Da parte sua George Bush junior, guidato dal rancore verso Gerhard Schroeder e Vladimir Putin, definiva  Varsavia, la «portaerei polacca». 
Oggi tutto questo è solo un ricordo.
Nel 2007 gli elettori polacchi hanno sostituito l’euroscettico, germanofobo e russofobo Jaroslav Kaczynki, con il pragmatico Donald Tusk. I rapporti economici con l’Ue hanno dato vita al miracolo economico polacco.  L’arrivo di Angela Merkel ha migliorato le relazioni con la Germania. La presidenza di Barack Obama ha fatto capire che gli Usa non hanno bisogno nè di «nuovi» e tantomeno di «vecchi» europei. Il vecchio continente ha perso importanza agli occhi di Washington. E Varsavia ha capito l’antifona.
Sono bastati  due conti per vedere che dall’impegno in Afghanistan e Iraq, il Paese aveva guadagnato pochissimi dividendi. Arrivava cosi il de profundis del «modello Israele» centrato esclusivamente sull’America. Il Governo Tusk per non restare isolato nel rapporto con Mosca cambiava le carte in tavole dando massima priorità all’integrazione europea. Una prospettiva nella quale la Germania finiva di essere l’avversario storico per trasformarsi nel partner chiave. Momento decisivo di questa evoluzione il discorso fatto da Radoslaw Sikorski a Berlino nel 2011. Rovesciando il senso comune del proprio Paese il Ministro degli Esteri di Varsavia sottolineava che la Polonia più dell’azione temeva l’immobilismo tedesco.
Berlino, in maniera inedita per le vicende europee dal momento dell’unificazione bismarkiana, veniva chiamata ad assumersi le proprie responsabilità. Senza leadership politica della più forte potenza economica continentale, l’Europa non sarebbe uscita dalla crisi. L’ironia della storia ha fatto si che proprio il maggior rappresentante della «scuola anglosassone» della diplomazia polacca, dovesse suonare la carica dell’impegno tedesco in Europa.
Il punto finale della leggenda di Varsavia capofila della «nuova Europa» è arrivato, però, col dibattito sulla crisi siriana e le affermazioni di ‘Gazeta Wyborcza‘. La scorsa estate il paludato quotidiano di Varsavia ha sottolineato come nell’affare mediorientale gli Usa non avrebbero «quell’affidabilità morale» che sola garantisce il prestigio dell’iniziativa militare. Affermazioni che non sono rimaste nell’ambito dei media. E’ stato infatti Roman Kuzniar, primo Consigliere del Presidente Bronislaw Komorowski, a ribadire alla radio che il Paese darà «comprensione politica» alle operazioni militari Usa in Siria solo se ci saranno «prove indiscutibili» che il potere ufficiale di Damasco  abbia fatto uso di armi chimiche.

Questi sono gli alti e bassi della diplomazia polacca liberata dalla camicia di forza del Patto di Varsavia.
Esiste, però, una costante della politica estera di Varsavia che non si è mai allontanata dai parametri della «vecchia Europa». I rapporti con l’Ucraina nata dalla dissoluzione sovietica. Un impegno basato su un consenso nato e cresciuto nelle elite polacche dopo il 1989 che vede in Kiev uno dei lati del prisma dell’ identità culturale polacca e l’imperativo della propria politica europea. Varsavia è stata la prima capitale a riconoscere nel 1991 l’indipendenza di Kiev e a dare la forma di «partenariato strategico» ai rapporti con il proprio vicino orientale.
Il rafforzamento della statualità dell’Ucraina e il suo ancoramento alle strutture di cooperazione continentali e transatlantiche è stato dalla fine dell’Urss il nucleo delle preoccupazioni della politica estera polacca. Componente addirittura della propria ragion di Stato. Da membro Nato e Ue la Polonia ha costantemente praticato la strategia della porta aperta nei confronti dell’Ucraina.
Un’attenzione speciale e ovviamente non gratuita. Sono infatti Lech Walesa e Bronislaw Geremek a definire le colonne d’Ercole diplomatiche della Polonia post-sovietica. «Senza l’Ucraina indipendente, non può esserci Polonia indipendente»  cosi nel 1994  il premio Nobel per la Pace. Quattro anni dopo è però l’ex Ministro degli Esteri polacco a sottolineare in maniera meno teatrale del proprio Presidente la vera posta in gioco del rapporto tra Varsavia e Kiev, «fino a quando l’Ucraina resterà indipendente, l’impero russo non rinascerà».
Sicurezza, la presenza di un contingente ucraino in un settore a guida polacca nell’Iraq del dopo guerra, il progetto Polukrbat, il battaglione polacco-ucraino nato nel 1998 e dal 200 presente in Kosovo, la brigata trilaterale polacco-lituana-ucraina, 4500 soldati da impiagare nelle missioni stabilizzatrici di Ue, Onu e Nato.
Energia, progetto comune tra Kiev e Varsavia per il trasporto del petrolio dal Caspio in Europa, accordo nel 2007 tra I capi di Stato di Polonia, Paesi baltici, Ucraina, Georgia e Azerbaigian, per il trasferimento comune di idrocarburi dalla regione del Caspio caspiche, quella del mar Nero e del mare del Nord.
Questi oltre ai legami economici e ai tentativi di mantenere alto la «dimensione umana» dei rapporti polacco-ucraini nelle regioni di confine anche dopo l’ingresso di Varsavia nello spazio Schengen, gli ordini del giorno della diplomazia polacca nei confronti di Kiev. Naturalmente non tutto fila liscio tra i due Stati. I caotici esiti della rivoluzione arancione hanno disilluso le elite di Varsavia e fatto parlare di «stanchezza polacca». Adam Eberhardt membro del rinomato Centro di Varsavia per gli studi oriental a cinque anni dalla vittoria elettorale del duo Timoschenko-Juschenko ha definito quegli avvenimenti la «rivoluzione che non c’e’ stata». L’Ucraina resterà tra le massime priorità della politica estera polacca. Passando però dalla missione al pragmatismo.  Come ha fatto presente Aleksander Kwasniewski, uno dei responsabili dello shuttle europeo verso Kiev, «la Polonia ha impiegato tredici anni per andare dall’accordo di associazione all’ingresso nell’Ue. Con l’Ucraina il percorso sara’ piu’ lungo». Anche se nel frattempo l’accordo non è stato raggiunto.

 

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