martedì, Settembre 21

Polizia, la difficile strada della democrazia

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Che cosa è cambiato in questo ultimo periodo?

Registriamo un aumento delle possibilità e occasioni di anamorfosi dello stato di diritto democratico, ossia il continuo passaggio dal legale all’illegale e viceversa attraverso la stessa legalizzazione dell’illecito e l’aumento della distanza se non dell’antitesi fra legittimità e legalità; il quasi totale accantonamento del processo di democratizzazione – seppur parziale – sancito dalla legge 121 del 1981; la più accentuata coesistenza fra democrazia e autoritarismo, cioè fra gestione pacifica e gestione violenta del disordine; il processo – anche se parziale – di militarizzazione delle polizie e di conversione poliziesca – sempre parziale – delle forze armate; un nuovo e notevole peso del privato sulla sicurezza e sulle polizie e quindi sulla ‘rendibilità’ economica e politica delle attività e pratiche in questo campo e di queste istituzioni (la sicurezza come business, la pervasività della rivoluzione tecnologica); lo sviluppo dell’immersione di buona parte delle polizie in diversi segmenti della società locale e lo sviluppo di pratiche della sicurezza condizionate dai dominanti locali; un certo aumento della devianza e della criminalità negli stessi ranghi delle polizie (corruzione, coinvolgimento in attività criminali, abusi, violenze, tortura e anche impunità); una maggiore e più diretta incidenza di alcune attività delle polizie nella regolazione economica e sociale.

 

La percezione che la popolazione ha delle forze dell’ordine non è mai stata tra le migliori, malgrado molti tra poliziotti, carabinieri e via dicendo rischino quotidianamente la vita a fronte di stipendi assolutamente inadeguati. Che cosa ne pensa?

Ci sono tanti operatori delle polizie onesti, che credono nella possibilità di una polizia democratica. Ma la maggioranza non ha alcuna vocazione di garantire lo stato di diritto democratico e c’è una folta e tozza minoranza palesemente reazionaria e razzista che si ispira al rambismo. Questa componente sembra aumentata proprio dal 1990 in poi e a seguito dell’immissione ormai regolare degli ex-militari che hanno svolto la ferma di tre o sei anni nelle missioni militari all’estero. In ogni caso nei ranghi delle polizia non ci sono più razzisti o potenzialmente devianti di quanti ce ne siano in proporzione fra la popolazione.

 

Come interpretano le forze di polizia il concetto di ordine?

La gestione violenta oppure pacifica del ‘disordine’ (cioè di tutto ciò che infrange la ‘legge e l’ordine’) è casuale oppure voluta per scelte di opportunità imposte dall’alto o dagli attori più forti, anche privati. In generale però le polizie preferiscono la pace sociale, la mediazione, innanzitutto perché hanno paura del rischio di una guerra permanente con buona parte della società e perché la loro legittimità si fonda su una certa popolarità.

 

Qual è l’aspetto più grave nel campo della sicurezza e delle pratiche delle polizie oggi in Italia?

E’ la continua distrazione di massa che orienta l’opinione pubblica e le polizie contro alcune insicurezze ‘di comodo’, fatte diventare le più appariscenti e peraltro a volte persino fabbricate ad hoc. Si ignorano invece le insicurezze che colpiscono di più la maggioranza della popolazione : i rischi di disastri sanitari-ambientali che producono il cancro, oggi prima causa di mortalità, le economie sommerse che riproducono neoschiavitù, immigrazione irregolare, evasione contributiva e fiscale e anche smaltimento illecito di rifiuti cancerogeni, ibridazione fra legale-illegale e criminale, e corruzione anche nei ranghi delle polizie e della stessa magistratura, negli enti locali e nel parlamento.

 

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