sabato, Ottobre 23

Polizia, la difficile strada della democrazia

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Rapporto storicamente difficile quello tra la popolazione e le forze dell’ordine. In Italia in particolare dopo il fascismo, la polizia si è spesso scatenata contro i lavoratori provocando delle vittime. Chi ha i capelli bianchi, ricorda sicuramente la Celere di Mario Scelba che certo non usava il guanto di velluto contro i manifestanti. Negli anni ’70, pur nella durezza di quel periodo, soprattutto nella Ps (Polizia di Stato) si è fatta strada una coscienza democratica che ha portato alla sindacalizzazione dei lavoratori congiuntamente alla smilitarizzazione del corpo. Un passo avanti importante in buona parte vanificato negli ultimissimi decenni, quando, Genova insegna, è tornata a spirare nelle questura un’aria d’altri tempi non proprio benefica. Con il Professor Salvatore Palidda, docente di sociologia all’Università di Genova ed esperto di tematiche relative alla sicurezza, abbiamo ripercorso un po’ la storia delle forze dell’ordine e della polizia in particolare in questi ultimi settant’anni.

 

Professore, subito dopo la Seconda Guerra Mondiale quale era la situazione all’interno delle forze dell’ordine in Italia?

Premetto che tutte le forze di polizia italiane di oggi sono state create sia prima che dopo la nascita dello Stato nazionale italiano nel 1861. E i cambiamenti di regime non hanno prodotto notevoli modifiche nelle caratteristiche di queste forze. Dal 1947 l’Italia ha avuto un’eccellente Costituzione democratica che, però, non è mai stata pienamente applicata. Dopo la seconda guerra mondiale, infatti, la sovranità italiana è stata suddivisa tra gli alleati dominanti (gli Stati Uniti attraverso la Nato, per quanto riguarda le relazioni internazionali e gli affari militari) e il ‘Partito-Stato’, ovvero la Dc (Democrazia Cristiana) per quanto riguarda gli affari interni, vale a dire il Governo interno, mentre gli affari sociali sono stati governati dalla chiesa cattolica o dai sindacati. Come contromisura contro il rischio del comunismo, l’alleato dominante impose la conferma ai loro posti della maggioranza dei fascisti collaboratori dei nazisti in tutti i ranghi della burocrazia statale e, in particolare, delle forze armate e della polizia.

Questo fu il risultato dell’accordo esplicito e in parte tacito tra gli Stati Uniti, i gruppi conservatori italiani e il Vaticano. L’innovazione più importante realizzata dal partito-stato fu la creazione di un’unità di polizia di Stato per la gestione dell’ordine pubblico, la Celere, cioè per controllare e reprimere scioperi, manifestazioni e rivolte, assai frequenti e spesso imponenti, con anche il supporto di un’agenzia di intelligence alquanto mal controllata per debolezza della sovranità nazionale. Allo stesso tempo, alcune grandi aziende, per prima la Fiat, crearono una forza di polizia privata, spesso ben al di là della legalità, per le loro fabbriche; nelle regioni meridionali, soprattutto in Sicilia, la mafia agiva invece come traduzione pragmatica del partito-stato, a volte come un co-operatore o sostituto della polizia o come power-broker.

 

In sintesi possiamo dire che dal secondo dopoguerra fra autorità politiche e polizie c’è stato una sorta di compromesso?

Sì, in quanto le prime hanno garantito l’autonomia di gestione interna alle seconde, le promozioni, le concessioni di alcuni privilegi e le seconde hanno assicurato la sudditanza politica.

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