domenica, Aprile 18

Politica e web: homo mediaticus field_506ffb1d3dbe2

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C’è una coincidenza significativa. Già nel dicembre scorso il Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese aveva parlato dell’«inizio dell’era biomediatica», un’epoca in cui la vita è dominata dai mezzi della comunicazione. Ora un libro appena uscito del sociologo ed esperto di management Luca Gentili ha come titolo: ‘Homo mediaticus‘ e come sottotitolo: ‘Mass media e culto dell’immagine‘.

Questi studi convergono in un’unica direzione: quella di confermarci che ormai i media sono entrati in profondità dentro di noi, non solo più un oggetto-altro che possiamo accendere o spegnere, accettare o rifiutare, ma, come avevano previsto alcuni studiosi fin dagli anni ’60 del secolo scorso, hanno una funzione ipodermica, vanno sotto pelle, entrano nel circolo del nostro sistema nervoso centrale lanciando tracce profonde. Insomma ci trasformano dal di dentro.

E questo avviene non solo per i nostri hobbies, ma anche e soprattutto per le nostre scelte fondamentali, come quelle politiche.

In Italia, poi, questo processo di penetrazione mediatica è particolarmente avanzato. Un amico giornalista, corrispondente di un quotidiano estero, mi diceva che la quantità di informazioni, di gossip e di scontri politici sui giornali e nei talk show delle televisioni italiane è cinque-dieci volte maggiore di quella che appare sui media stranieri.

Un altro giornalista che stimo molto, Ruggero Po del Giornale Radio Rai, conduttore della rubrica del mattino ‘Radio anch’io‘, fondata decenni fa da Gianni Bisiach ed oggi definita ‘Il porta a porta della Radio’ mi intervistò prima delle elezioni sul tema degli ascolti radiofonici. E poi mi disse: “per un po’ non ci sentiremo più perché incalzano le scadenze politiche…”. Ovviamente non ci siamo più sentiti. Ma quello che colpisce è che probabilmente non ci sentiremo per un tempo indefinito perché ormai l’emergenza politica e la comunicazione politica sono diventante assolutamente dilaganti. L’espressione “siamo in una permanente campagna elettorale” indica proprio questo tsunami di dibattiti su temi politici, resi più incandescenti dalla crisi economica che richiede di discutere intorno a provvedimenti che hanno su di noi una ricaduta diretta concernente il nostro tenore di vita, per non parlare dei drammi e delle tragedie che investono imprenditori, lavoratori, giovani.

Di tutto questo si è parlato in un interessante dibattito presso la Rome Business School.
L’homo mediaticus è l’uomo condizionato dal marketing, marketing economico ma ancor più marketing politico organizzato dagli ‘spin doctors’, quei consulenti per l’informazione che orientano le parole e i gesti dei personaggi che si affidano alle loro cure. La conseguenza, come dice Gentili, è che rischiamo di vivere in un’esasperazione del presente, interagendo con gli altri individui solo tramite la mediazione di schermi elettronici. Stiamo perdendo il senso del passato e del futuro, abbandonati come siamo al flusso di eventi che ci proiettano verso una dimensione dell’esistenza del tutto effimera.

Una voce altrettanto significativa è stata quella di Raffaella Petrilli, docente di semiotica dei media presso l’Università della Tuscia. Il suo ragionamento è stato intorno alla retorica della persuasione politica. A suo avviso questa retorica ha un’ipoteca morale di tipo negativo perché quello politico viene percepito come un linguaggio che serve a mentire. E ha accompagnato questa affermazione con una citazione veramente suggestiva, quella del gesuita  padre Geremia Dressellio, che già nel ‘600 scriveva che la «lingua politica è anguilla in un drappo di seta…pratichissima in machinare inganni». Tema poi ripreso anche da Pier Paolo Pasolini, che nelle ‘Lettere luterane‘ nel 1975, poco prima di essere ucciso, affermò dei politici che «la loro lingua è la lingua della menzogna».

Bisogna risalire addirittura ad Aristotele per ascoltare una voce meno negativa, secondo la quale «il linguaggio della politica permette la discussione razionale finalizzata a scegliere la migliore soluzione dei problemi dei cittadini».

Un’impostazione più rassicurante è venuta anche dal direttore della Rome Business School, Antonio Ragusa. A suo avviso «è essenziale sapersi ‘connettere’ al proprio elettorato non solo con una comunicazione unilaterale (dal candidato agli elettori) ma in modalità interattiva: tutti devono parlare con tutti sfruttando tutti i canali a disposizione come ha fatto ad esempio Obama nella sua campagna per le primarie del suo primo mandato». La qual cosa, purtroppo, da noi non sta certamente riuscendo a Beppe Grillo, che alla fine usa il web come la classica ghigliottina della Rivoluzione Francese.

 

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